societa

La difesa dell'ambiente per uno sviluppo sostenibile

Daniele Zappalà

Le piante alleate dell'umanità nella sfida per salvare la Terra

Dagli elefanti d’Annibale al cavallo di Napoleone, l’uomo ha messo per secoli gli animali al servizio pure d’intenti bellicosi, dirigendoli contro nemici designati. Per questo, la visita d’una mostra in corso a Parigi risulta un po’ spiazzante. S’intitola Énergies, désespoirs. Un monde à réparer (Energie, sconforti. Un mondo da riparare) ed espone, al centro culturale Centquatre (ai piedi di Montmartre), una 'foresta' di manifesti artistici di 'lotta' contro un odierno nemico di nuova specie: l’emergenza climatica. In particolare, ad interrogare è uno degli slogan più emblematici, Aux arbres, citoyens (cittadini, puntiamo sugli alberi), gioco di parole che rimanda al celebre verso Aux armes, citoyens (cittadini, armiamoci) della Marsigliese. Spiazza ancora, in effetti, l’evocazione delle placide piante come alleate d’armi degli odierni 'condottieri' in lotta per l’abitabilità planetaria.

Ad aprire la strada, alla fine degli anni Settanta, era stata l’ammirevole e tanto rimpianta keniota Wangari Maathai, premio Nobel per la pace nel 2004 come fondatrice di The Green belt movement (movimento della cintura verde). Ispirata pure dalla fede cattolica, la sua battaglia per l’abitabilità planetaria a cominciare dal-l’Africa, così come per l’emancipazione femminile, ha fatto emuli in tutto il mondo, schiudendo l’orizzonte a un esercito silenzioso, ormai transcontinentale, di 'piantatori d’alberi'. A dire il vero, la letteratura era giunta prima persino dell’eroica Maathai. Si deve al francese Jean Giono la splendida favola poetico-allegorica L’uomo che piantava gli alberi (1953), tradotta in Italia da Salani. Una novella popolarizzata anche dall’omonimo film animato dell’illustratore canadese Frédéric Back, capolavoro da oscar (1988) premiato in ogni continente: non era forse una battaglia profetica quella del solitario Elzéard Bouffier, il pastore che ha speso silenziosamente l’esistenza a seminare faggi, betulle e querce, appagando un semplice ma inscalfibile imperativo morale, fino a rimodellare intere lande provenzali prima desolate?

Eppure, l’idea suggestiva d’un mondo vegetale candidato a divenire un 'compagno d’armi' dell’umanità, in primis nella lotta contro il cambiamento climatico, si scontra ancora con un immaginario tradizionale dell’universo botanico all’opposto d’ogni idea di battaglia. Senza scomodare secoli di poesia, o la mitologia vegetale del pacifismo novecentesco (fiori opposti alle baionette e ai cannoni), si potrebbe citare semplicemente la strofa d’una canzone del compianto Franco Battiato: Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo / stonasse con il ritmo delle piante al sole sui bal- coni... Ben diverso il destino degli animali, trascinati dall’uomo, anche per 'diletto', in arene specificamente adattate per scontri d’ogni tipo: corride, combattimenti di cani (narrati pure da grandi scrittori come Jack London), talora sanguinosi duelli persino fra bestie dell’aia, come mostrano ad esempio i 'gallodromi' ancora autorizzati in certi comuni del Nord francese, in nome del rispetto delle 'tradizioni'.

Del resto, gli zoo, oltre ad istruirci sulle meraviglie del mondo animale, hanno storicamente reso accessibile a tutti pure l’impressionante violenza delle 'belve', al centro d’un immaginario immemorabile. È forse un caso se gli eserciti del mondo intero continuano ad attin- gere a questo serbatoio simbolico per nominare specifiche unità o singole operazioni? Nulla di tutto ciò per le piante. Quale armata si è mai data come simbolo un cactus, o un baobab? Ma a pensarci bene, qui è là, s’intravedono già in Europa certi slittamenti in corso. In proposito, basti pensare a una scommessa vinta sorprendentemente in Francia, più precisamente alle porte di Angers, ridente capoluogo sulla Loira: quella dei fondatori di Terra Botanica, il più grande parco a tema europeo in cui scuole e famiglie si recano in massa per scoprire la quieta ma sicura potenza del mondo vegetale, attraverso attrazioni pedagogiche, ludiche e spettacolari sui segreti dell’universo di clorofilla.

Nel 2010, quando Terra Botanica aprì, sembrava a molti una follia dedicare quasi 30 ettari e investimenti colossali per proporre al grande pubblico di 'scoprire' le piante. Un bisogno che tanti presunti assi del marketing consideravano già ampiamente soddisfatto da fiere dedicate al giardinaggio, parchi e giardini botanici storici, grandi vivai visitabili. Ma in un decennio, la 'Disneyland della botanica' ha zittito gli scettici, divenendo uno dei 20 parchi tematici più visitati di Francia, con oltre 330mila visitatori nel 2019, prima della crisi sanitaria. In effetti, spiegano fieramente i responsabili del parco, la scommessa consisteva nel proporre una «rivoluzione copernicana »: le piante da scoprire non più come decoro 'statico' e 'passivo', ma al contrario come attivissime 'compagne' dell’umanità nella fantastica avventura condivisa della vita sulla Terra.

Certo, dei divulgatori di fama internazionale, come il britannico David Attenborough o il francese Jean-Marie Pelt, avevano già proposto da tempo questa visione in chiave scientifica, rivelando scoperte recenti sensazionali come i sistemi di comunicazione fra le piante o i segreti della longevità millenaria di certi alberi, in documentari per i telespettatori d’ogni continente. Ma prima di Terra Botanica, a nes- suno era venuto in mente d’immergere migliaia di persone 'al fianco' delle piante, trasformando le scoperte della botanica in spunti per esperienze sensibili, emozionanti e spettacolari. Fra le 40 attrazioni proposte a piccoli e adulti in 5 aree distinte – 'Alle origini della vita', 'Vegetali insoliti', 'Le grandi esplorazioni', 'I misteri della foresta', 'Gita nell’Anjou' (la contrada di Angers) –, sono tanti i titoli poetici, come 'La favola del caprifoglio', 'La sinfonia della quercia', 'Bagno di colori', 'L’avventura in 4D', 'Viaggio in un guscio di noce', 'Il soffio di Eolo'. Sempre attento alle sfide ecologiche, questo programma così ricco induce ormai talora il pubblico a pianificare la visita su due giornate (come a Disneyland), anche per gustarsi con calma il panorama mozzafiato dall’alto della mongolfiera gialla di Terra Botanica.

Un tempo, Angers era nota soprattutto a livello studentesco per i suoi atenei in vista, fra cui l’Uco, l’Università cattolica dell’Ovest. Ma da qualche anno, nell’immaginario di tanti francesi, è pure la città di Terra Botanica, ormai attrazione turistica più visitata dell’Anjou. Questo successo ha convinto gli enti locali e non pochi privati a scommettere ancor più sul mondo vegetale, sperando di trasformare l’Anjou in una sorta di 'cuore verde' ideale di Francia, se non d’Europa. Fra gli altri siti particolarmente suggestivi proposti nei circuiti attorno a Terra Botanica, si può citare il Parco orientale di Maulévrier, più grande 'giardino giapponese' d’Europa, visitabile anche di notte a lume di lanterna. E ad Angers, si tende persino a riscoprire il lato botanico di certi capolavori artistici assoluti. Così, su richiesta, alcune guide illustrano la simbologia vegetale cristiana del celebre 'Arazzo dell’Apocalisse', un ciclo unico al mondo (lungo oltre 100 metri) di pregiatissimi arazzi trecenteschi che narrano le scene dell’Apocalisse di san Giovanni, custodito nel Castello d’Angers.

Terra Botanica e l’Anjou sono oggi fra gli 'avamposti' di un’Europa e di un XXI secolo auspicabilmente all’insegna d’una 'fratellanza d’armi' fra l’umanità e le piante? Nessuno ancora può dirlo e di certo, in ogni continente, abbondano pure famigerati segnali d’un rinnovato disprezzo verso i 'polmoni verdi' del pianeta. Ma almeno, c’è chi continua a spargere semi di speranza, disinnescando la trappola dell’inerzia. (Avvenire)

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