societa

Io vivo, dunque io desidero

Vito Mancuso Unsplash

Un sentimento ambiguo, da maneggiare con cura

Secondo le maggiori tradizioni sapienziali dell' umanità la proliferazione del desiderio caratterizza le persone instabili e immature in balìa di sempre nuovi e imprevedibili desideri, mentre il saggio ne ha pochi o nessuno. Socrate per esempio, mentre passava per il mercato di Atene, diceva felice a sé stesso: «Di quante cose che non ho bisogno!». Lo stolto ama lo shopping, il saggio invece più che volentieri lo evita. Il desiderio in questa prospettiva è una malattia dell' anima, non a caso già l' etimologia designa una mancanza. E se ci pensate, c' è del vero in questa posizione: quand' è che siamo in pace con noi stessi? Quando non ci sono desideri. Ma non appena arriva un desiderio, l' equilibrio è rotto e si produce instabilità. Qualcuno ricorda le parole della regina malvagia allo specchio per ottenere l' oracolo? «Specchio, specchio delle mie brame, chi è la più bella del reame?». Ecco, spesso il desiderio si dice come brame e suscita avidità, cupidigia, bramosia, ci porta ad arraffare con le mani e con gli occhi. Quanto poi al suo contenuto, è abbastanza prevedibile, indirizzato com' è quasi sempre solo a ricchezza, piacere e potere. L' instabilità però non è sempre negativa. Anzi, è solo grazie a essa che si avviano i processi, a cominciare dalla vita, la cui dinamica consiste in una ricerca dell' equilibrio per poi romperlo di nuovo secondo una dinamica processuale attuata dal bisogno e dal desiderio. E cos' è l' amore per lo studio, per la ricerca, per l' impegno sociale, per la pratica spirituale, se non appunto un desiderio che cerca appagamento? E che cos' è lo stesso amore?

Il desiderio quindi è ambiguo, la sua presenza è necessaria alla vita ma può anche avvelenarla. E da tale ambiguità di fondo sono scaturite all' interno del pensiero tre diverse posizioni in ordine al desiderio: incremento, estinzione, orientamento. L' incremento del desiderio che si espande in una miriade di desideri è quanto ci propone la società in cui viviamo detta «dei consumi» e che fa di noi dei «consumatori», soggetti che nutrono i più svariati desideri a seconda del momento, degli incontri, dei capricci, delle voglie, delle stagioni e soprattutto delle mode, perché l' ego consumistico che ritiene di essere padrone dei suoi desideri in realtà è in balìa delle strategie del desiderio escogitate dagli altri. La seconda posizione ambisce a estinguere i diversi desideri e con loro anche il desiderio, come sosteneva lo stoico Epitteto: «Devi estinguere del tutto il desiderio». Si tratta di un insegnamento non dissimile da quello della scuola rivale epicurea, visto che Epicuro sosteneva la cosiddetta atarassia o imperturbabilità, a suo avviso unica garanzia per la tranquillità interiore, mentre bandiva il proliferare dei desideri come una pericolosa malattia. Molti padri della Chiesa erano altrettanto nemici del desiderio, Origene per esempio arrivò persino a evirarsi a diciotto anni d' età avendo preso alla lettera il detto di Gesù «Vi sono eunuchi che si sono resi tali per il regno dei cieli», né Massimo il Confessore era distante quando auspicava «l' estraniazione volontaria alla carne grazie alla completa circoncisione dei suoi moti naturali». 

La Regola di san Benedetto prescriveva, anzi prescrive: «Quanto poi alla volontà propria, sappiamo che ci è vietato di compierla; infatti la Scrittura dice: Non seguire i tuoi desideri». Si può richiamare anche la pratica della indifferenza di Ignazio di Loyola, il fondatore dei gesuiti: «È necessario renderci indifferenti rispetto a tutte le cose create in modo che, da parte nostra, non vogliamo più salute che malattia, ricchezza che povertà, onore che disonore, vita lunga che breve». Anche il Buddha si colloca in questa prospettiva, visto che individuava nella «brama» l' origine della sofferenza, e di conseguenza nell' estirpazione della brama la chiave per superare la sofferenza. Secondo la tradizione buddhista, quando raggiunse l' illuminazione egli proferì queste parole riportate dal Dhammapada: «Per vite innumerevoli ho vagato cercando invano il costruttore della casa della mia sofferenza. Ma ora ti ho trovato, costruttore di nulla da oggi in poi. Le tue assi sono state rimosse e spezzata la trave di colmo. Il desiderio è tutto spento; il mio cuore, unito all' increato». Tra i moderni che si possano richiamare Schopenhauer e Simone Weil che propose e attuò la decreazione. Vi sono infine filosofie e spiritualità che intendono orientare diversamente il desiderio, coltivando un desiderare alternativo ma non per questo meno intenso. Esse propongono non indifferenza ma cura, non adeguamento al presente ma utopia di un futuro diverso.

Vanno qui ricordati anzitutto Platone e Gesù, per i quali gioca un ruolo decisivo l' amore, che per definizione è desiderio. In particolare Gesù diceva: «Sono venuto a gettare fuoco sulla terra e quanto vorrei che fosse già acceso!», e al contempo proclamava: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia», magnificando al massimo il desiderio. In perfetta continuità con lo spirito della profezia ebraica, Gesù fu un grande suscitatore del desiderio. Un po' a sorpresa su questa linea si ritrova Leopardi, il quale scriveva nel suo Zibaldone: «La vita è finita quando l' amor proprio ha perduto il suo ressort», termine francese che significa «molla» e in senso traslato «energia». Qualche giorno dopo proseguiva: «La speranza è una passione, un modo di essere, così inerente e inseparabile dal sentimento della vita, cioè dalla vita propriamente detta, come il pensiero, e come l' amor di sé stesso, e il desiderio del proprio bene. Io vivo, dunque io spero, è un sillogismo giustissimo». Noi potremmo dire: io vivo, dunque io desidero, è un sillogismo giustissimo. Non si può vivere senza desiderare, ma si può, anzi si deve vivere, orientando il desiderio. Il desiderio orientato e innalzato si chiama aspirazione. (La Stampa)

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