religione

Il Sole 24 Ore, Ravasi: Sotto la voce "Ebraismo"

Gianfranco Ravasi Il Sole 24 Ore

Nuovi saggi e libri approfondiscono diversi aspetti della cultura ebraica

«Divertissement/ divertimento: termine introdotto nella seconda metà del secolo XVII per indicare una composizione vocale o strumentale profana di carattere leggero o ricreativo, priva di forma propria». Così si legge nella Garzantina della musica, naturalmente con un ampio corollario di esemplificazioni sull’evoluzione di questo genere che, per traslato, viene adottato come metafora anche per altre discipline.

Nel nostro caso, vorremmo proporre - quasi raccogliendo a caso testi rimasti impilati sulla scrivania in questi ultimi mesi - una libera e, appunto, «divertita» incursione in un orizzonte culturale che, sulle pagine del nostro supplemento, di solito è appannaggio di uno studioso di straordinaria competenza, originalità, finezza ermeneutica, Giulio Busi. Il mio sarà, perciò, un approccio da «curioso» del giudaismo, un termine dalle molteplici iridescenze che affascinano spesso anche lettori profani rispetto a questo fenomeno storico, letterario, filosofico e teologico molto disteso nel tempo e nello spazio, capace di partire nel VI secolo a.C. e approdare fino ai nostri giorni.

Un manto molto variegato e del tutto eterogeneo che, in un certo senso, potrebbe partire dai biblici Esdra e Neemia e pervenire a figure come Isaac B. Singer, Joseph o Philip Roth, Abraham Yehoshua e persino Woody Allen e così via, fino alla società israeliana contemporanea, un mondo che nell’accezione inglese acquista la denominazione generale di jew/jewish. In realtà, sotto questo ombrello – soprattutto in ambito religioso - le classificazioni si specializzano e si spezzettano fino a unità sottili: gli ortodossi, che possono essere «moderni» o charedim, i «riformati», che sono anche «progressive» e «liberal», i chassidim, i chilonim o umanisti, i «conservative», che in realtà sono teologicamente «centristi», i ricostruzionisti, i sionisti e altro ancora.

Per questo uno dei fascicoli monografici della rivista «Humanitas», fondata a Brescia nel ­1946, giustamente è stata intitolata al plurale «Giudaismi», e sotto la curatela di uno degli esperti più accreditati di questo mondo, Massimo Giuliani, si è impegnata a far intuire (e non certo a mappare compiutamente, data la complessa frammentazione) il «pluralismo diacronico e sincronico» di questa ebraicità polimorfa. Il primo dei saggi qui raccolti punta proprio a delineare «unità e pluralità» di questo orizzonte che nelle sue stesse antiche radici, piantate nel terreno del post-esilio babilonese (VI secolo a.C.), e cresciute in un albero che ha raggiunto i cieli del rabbinismo agli esordi della stessa èra cristiana (data capitale è il  d.C. con la distruzione romana di Gerusalemme), si è rivelato molto ramificato.

I vari articoli del fascicolo dipingono alcuni colori, ora minimi e settoriali, ora più distesi di questo arcobaleno che comprende spiritualità e politica, solidarietà etnica ed esperienze cultico-rituali, condivisioni culturali e localismi suggestivi (si pensi solo all’yiddishland mitteleuropea e alla sua migrazione americana), lingue e linguaggi. A quest’ultimo proposito ci spiace - dati i confini ristretti di questa nostra evocazione - di dover solo segnalare un vero e proprio gioiello, un libro che si legge quasi fosse un racconto avvincente: è La lingua che visse due volte, una deliziosa ricostruzione del «fascino e delle avventure dell’ebraico », compiuta da Anna Linda Callow, che è stata docente di questo idioma alla Statale di Milano. Il suo è un viaggio pieno di meraviglie nell’ebraico che ha la sua forma classica nel testo biblico, le sue evoluzioni nelle pagine rabbiniche successive, per rinascere con Eliezer Ben Yehudah nell’Ottocento. Egli col suo monumentale dizionario dette l’avvio all’ebraico moderno, lingua ufficiale dello Stato d’Israele.

Naturalmente la Callow, che non è ebrea di origine e che vive ormai una simbiosi piena con questa lingua e la sua cultura, riesce a svelare attraverso il prisma lessicale storia, spiritualità, folclore, letteratura, tradizioni, usi e costumi di quel mondo, inoltrandosi persino nei meandri delle curiosità (ad esempio, il termine paludato che designa la mistica della Kabbalah è ora usato prosaicamente nell’ebraico moderno anche per indicare la ricevuta fiscale, mentre la nostra «marachella» discende dall’ebraico meragghel, «spia», attraverso il dialetto triestino...). Muovendoci nel territorio molto concreto della quotidianità, potremmo far entrare un’altra autrice, questa volta pienamente ebrea, tanto da essere nata a Gerusalemme, anche se ora è milanese di adozione, Miriam Camerini. Sorprendente è la sua scelta di intraprendere gli studi per diventare rabbina: la molteplicità polimorfa del giudaismo comprende anche, in alcune delle tipologie sopra citate, la possibilità di questa ordinazione, tant’è vero che esistono anche «seminari rabbinici misti» come, ad esempio, il Bet Midrash Ha’El o il Pardes Institute di Gerusalemme. Ma la nostra segnalazione riguarda un curioso volume di Ricette e precetti che Camerini ha allestito con la consulenza di Benedetta Jasmine Guetta e di Manuel Kanah, con le divertenti illustrazioni didascaliche di Jean Blanchaert. Ormai molti conoscono il termine kosher, che designa il cibo «puro», cioè autorizzato a essere impiattato sulle tavole ebraiche perché rispondente alle norme alimentati (non di rado di matrice arcaica e prebiblica) codificate già nei testi sacri (si legga, ad esempio, il c. ­­ del Levitico). I lettori di romanzi di autori ebrei riconosceranno subito alcuni piatti, soprattutto legati ai costumi yiddish, come il gefilte fish, la carpa in polpette ripiene, la challà, una treccia di pane particolare, il cholent, uno stufato di manzo, o l’hummus analogo a quello arabo, o il charoset, una sorta di marmellata che entra anche nella cena pasquale e così via. Questa raccolta non è, però, simile solo a un ricettario gastronomico perché una serie di schede quasi narrative riescono in modo suggestivo e originale ad aprire al lettore comune tanti squarci sulla tradizione giudaica, sulle sue vicende, sugli usi, sulle singolarità, ma anche sulle consonanze con altre culture, nella consapevolezza che il cibo è uno dei grandi simboli di autopresentazione e di comunicazione. Aveva ragione, perciò, ma non in chiave materialistica, Feuerbach quando dichiarava che «der Mensch ist was er isst», cioè che l’uomo è ciò che mangia. Concludiamo, però, il nostro libero excursus nel giudaismo elevandoci a un livello simbolico ben più alto.

Ad esso ci conduce un saggio che meriterebbe ben più di questa noterella. Un docente liceale emiliano, Daniele Castellari, invita a un viaggio inatteso nel romanzo ebraico del Novecento, facendo sfilare un settenario di grandi autori, da Joseph Roth a Israel Joshua Singer, fratello del più noto e già citato Isaac Bashevis, dal russo Vasilij Grossman all’israeliano David Grossman, da Elie Wiesel ad Amos Oz e ad Abraham Yehoshua. Egli seleziona un’opera emblematica per ciascuno e la legge secondo una chiave interpretativa, a prima vista, ossimorica: umorismo e misericordia. Eppure il lettore scoprirà, attraverso la finezza dello sguardo di Castellari, che «la coesistenza di opposti sotto il segno del sentimento del contrario è coscienza della contraddizione che si vive e che si vede intorno a sé». Siamo convinti che, pur avendo forse già letto quei sette romanzi (come è accaduto a chi ora scrive), attraverso la guida offerta da questo saggio, sembrerà di scoprirne un senso nuovo e più profondo (come esempio più facile citiamo solo il Giobbe di Roth).

Il Sole 24 Ore

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