Le visite dei pontefici
Un amore in-utile
Prendendo spunto dal brano di Marco 2,1-12 (clicca qui per recuperare l'articolo precedente di questa serie), c’è un altro aspetto del caleidoscopio della fraternità che non va dimenticato e che fa da contraltare al Capitolo X della Regola Non Bollata, dove Francesco intendeva prescrivere la cura dei fratelli infermi:
Se qualcuno dei frati cadrà ammalato, ovunque si trovi, gli altri frati non lo lascino senza avere prima incaricato un frate, o più di uno se sarà necessario, che lo servano come vorrebbero essere serviti essi stessi; però, in caso di estrema necessità, lo possono affidare a qualche persona che debba provvedere adeguatamente alla sua infermità [RnB X: FF 34].
Il paralitico descritto da Marco può essere letto come l’icona di ogni fratello in difficoltà. In questo senso, mi piace vedere la fraternità proprio come quella barella: quando un frate è bloccato da una sua paralisi (spirituale, fisica o emotiva che sia), sono tutti gli altri fratelli che devono sentirsi chiamati a farsi carico degli angoli di quella barella. Non per portarlo a fare una passeggiata nel bosco, non per doverlo sostenere a vita in un malato desiderio di controllo, ma per indicargli la strada da percorrere, per ricondurlo a Cristo. A volte (molto più di quanto si pensi) non è necessario un gesto eclatante, ma anche solo una parola o uno sguardo. E, perché no, una preghiera.
La fraternità è un’azione corale che indica una responsabilità collettiva che non è fatta da un unico eroe, ma dalla distribuzione del peso. Spesso noi frati viviamo la costante tentazione di pensare che servano gesti eroici per salvare un fratello, dimenticando che l’unica cosa che serve è una presenza docile e dolce (quanto ci manca una sana dose di dolcezza!). Essere frati per me significa anche avere il coraggio di accettare di essere semplicemente (ammesso che lo sia) chiamati a tendere la mano per reggere saldamente un angolo di quella barella. Anche questo è amore a fondo perduto, amore in-utile, in cui diamo tutto noi stessi affinché l’altro possa, finalmente, continuare a camminare.
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