Le visite dei pontefici
Una fragilità condivisa
In questi mesi ho dedicato molto spazio al tema della fraternità, soprattutto qui, fra queste righe virtuali, dove ho cercato di descriverne il valore che questa assume per ognuno di noi. Ma vorrei fare un’ulteriore passo, cercando di riflettere sul senso che essa ha per la quotidianità di noi frati. La fraternità, dunque. In fondo è uno dei motivi principali per cui mi sono sentito attratto da questa vita, ma è anche uno degli aspetti più complessi e frastagliati che compongono il caleidoscopio dell’essere frate francescano. Non può rimanere appesa per aria, ma deve incarnarsi in comportamenti attenti e fondati sulla preghiera: sarà poi il tempo a stabilirne la bellezza e a mostrarne i frutti fecondi. Non certo le sole parole, che spesso non riempiono di carità – ma solo di belle idee.
C’è un brano del Vangelo di Marco che mi sembra possa offrire una sorta di paradigma della fraternità, per diversi aspetti. L’evangelista, in un suo racconto molto noto (Mc 2,1-12) narra la guarigione del paralitico di Cafarnao: di fronte all’impossibilità di raggiungere Gesù a causa della calca, quattro suoi amici (e lo sono veramente!) non si danno per vinti e scoperchiano il tetto della casa per calare giù l’infermo. Gesù, a questo punto, decide di operare una guarigione che si rivela integrale: perdona i peccati dell’uomo e lo guarisce fisicamente, invitandolo a riprendere in mano la propria vita (la barella) e ad incamminarsi verso casa.
Tanti sono gli aspetti che, di questo racconto, mi fanno pensare al mio modo di incarnare la fraternità.
Oggi ne vedremo uno – forse quello per me più importante – lasciandoci guidare da un brano delle Ammonizioni:
Beato l’uomo che offre un sostegno al suo prossimo per la sua fragilità, in quelle cose in cui vorrebbe essere sostenuto da lui, se si trovasse in un caso simile. Beato il servo che restituisce tutti i beni al Signore Iddio, perché chi riterrà qualche cosa per sé, nasconde dentro di sé il denaro del Signore suo Dio, e gli sarà tolto ciò che credeva di possedere [Amm XVIII: FF 167-168].
Farsi carico della fragilità. Questa è la sostanza della fraternità, o perlomeno per come mi sembra di intenderla. Sono parole pesanti, me ne rendo conto, ma in fondo danno corpo ad un parallelismo veramente incarnato: così come il paralitico di Cafarnao non può raggiungere Gesù da solo e ha bisogno di quattro amici che lo calino davanti a Lui, così ogni frate è chiamato a farsi carico del fratello, sostenendolo proprio con quella stessa carità che vorrebbe per sé.
Una carità che si fa creativa, che rompe gli schemi e che non si ferma davanti al cattivo tempo della vita, una carità che restituisce all’altro uno zaino carico di attrezzatura per affrontare la pioggia. Una barella che permetta di inventare una strada per raggiungere Cristo.
Una barella che da mezzo di trasporto diventa strumento di strada condivisa.
Si tratta di amore a fondo perduto.
Questa credo sia la fraternità. Non un ideale romantico che fa acqua da ogni parte, ma una consapevole apertura di carità che si fonda sulla fede. La fraternità non sono solo belle parole, ma gesti concreti di chi sceglie di sporcarsi le mani con la realtà (che spesso non ci piace) e di non darsi per vinto davanti a un tetto chiuso o ad una porta sbattuta in faccia. Significa avere il coraggio di trasformare la barella da peso a strumento, da paura a occasione di incontro con Cristo.
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