opinioni

La fraternità ha ancora senso? 

Michele De Gregorio
Pubblicato il 17-02-2026

Toccare la carne fragile: la fraternità non è filantropia

Sono convinto che la fraternità possa ancora parlare al mondo, oggi.
Sono convinto che la fraternità non sia un semplice concetto filantropico e che abbia una forza intrinseca destinata ad uscire fuori dalle mura dei conventi. Che non sia semplicemente l’incarnazione del buonismo.
Sono convinto che uno stile fraterno possa aiutare nella vita concreta – e non sia solo una teoria per addetti ai lavori.

Qualche giorno fa ho compreso il motivo di questa mia convinzione, imbattendomi nuovamente nell’enciclica Fratelli tutti”. La mia attenzione è stata attratta da un particolare numero che ritengo un vero gioiello, uno scrigno di sapere profondo che descrive in poche parole ciò che credo sia proprio il motivo per cui la fraternità è ancora ricca di sapore, dopo così tanto tempo.
Scrive papa Francesco (Fratelli tutti, §115): «in questi momenti, nei quali tutto sembra dissolversi e perdere consistenza, ci fa bene appellarci alla solidità che deriva dal saperci responsabili della fragilità degli altri cercando un destino comune». Si tratta di una responsabilità che non resta astratta, ma che si fa carne, chiedendo ad ognuno di «mettere da parte le sue esigenze [...] davanti allo sguardo concreto dei più fragili». Il testo prosegue sottolineando come il servizio sia, in gran parte, proprio «avere cura della fragilità» e aggiunge un passaggio decisivo: «il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla” [...] Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone».

La cura della fragilità altrui. Di questo si tratta, questo è il segreto. Questo è ciò che ancora la fraternità può dire al mondo, la cartina al tornasole di relazioni fondate sull’amore, quello concreto e profondamente vero. Quello che non ha paura di toccare la carne fragile, la paura inconsapevole e la nudità profonda. Quello che ti fa scrutare il cuore dell’altro sapendo di esserne responsabile. Quello che ti fa andare oltre il muro. Quello che non ti fa fuggire e che ti tiene attaccato alla vita, perché hai scoperto che, in fondo, la fragilità non ha l’ultima parola – ma è proprio il seme di un nuovo inizio, la porta di una relazione nuova. Una relazione che richiede pazienza e apertura di cuore. Di questo credo ci sia un disperato bisogno, di sperimentare concretamente che l’amore vero passa dal riconoscimento della propria debolezza come unico modo per essere veramente umani.

Anche san Francesco ha avuto la grazia di sperimentare una simile profondità, di sfiorare con mano la gioia di un incontro graffiante. Primo fra tutti, quello con il lebbroso, di cui amo il resoconto che se ne fa nella Leggenda dei Tre Compagni, dove si possono intravedere dei particolari che mi hanno fatto riflettere – e che forse fanno da specchio al testo del papa. Ecco il racconto:

E poiché di solito aveva grande orrore dei lebbrosi, fece violenza a se stesso, smontò da cavallo e offrì al lebbroso un denaro, baciandogli la mano. E ricevendone un bacio di pace, risalì a cavallo e seguitò il suo cammino. Da quel giorno cominciò progressivamente a non fare più alcun conto di se stesso, fino a giungere alla perfetta vittoria su di sé, con la grazia di Dio (3Comp IV,11: FF 1407)

Francesco deve fare violenza a se stesso. È una descrizione di un santo radicalmente coraggioso (o impunemente pazzo) quella che ne esce, ma che mi dice una cosa fondamentale: prendersi cura della fragilità altrui implica una specie di “violenza” interiore – una forzatura necessaria verso il mio ego, verso il nostro egoismo. Non possiamo sperare di intraprendere la strada del servizio (quello vero e serio, quello che serve veramente le persone) e credere di non cedere un grammo della nostra carne, un grammo della nostra fragilità. Non si tratta di masochismo, ma di una possibilità di passare dal desiderio estremo di bastare a noi stessi alla scelta di servire la carne concreta: è quella durezza che serve per compiere il passo decisivo dall’io al noi.
Ma non è tutto. Francesco, dopo questo incontro, non se ne torna a casa assurdamente cambiato, non scappa sconvolto sopra un eremo, non finisce per fare gesti estremi – perlomeno secondo questo racconto. Non siamo di fronte alla narrazione di una conversione fulminante e repentina, ma ad una trasformazione umana, di quelle che hanno bisogno di tempo. Francesco comincia un cammino di cambiamento, un ritorno dentro di sé, un avanzamento profondo. Il solo che permette veramente di cambiare, lungo la strada della nostra storia. Questo, dunque, è il vero miracolo, a mio avviso. Questo è il vero frutto dell’incontro con la debolezza: Francesco seguitò il cammino.
Sperimentare l’amore vero passa dunque dal riconoscimento della propria debolezza. Francesco, facendo violenza al proprio orrore, ha scoperto che la carna del lebbroso non era un limite, ma una porta, quella stretta. Oggi la fraternità ci sfida a fare lo stesso, a restare agganciati alla vita proprio dove è più ferita. Abbiamo appena iniziato a scorgere la luce: nei prossimi incontri proveremo a capire come questa luce possa abitare stabilmente le nostre relazioni.

Cari amici la rivista San Francesco e il sito sanfrancesco.org sono da sempre il megafono dei messaggi di Francesco, la voce della grande famiglia francescana di cui fate parte.

Solo grazie al vostro sostegno e alla vostra vicinanza riusciremo ad essere il vostro punto di riferimento. Un piccolo gesto che per noi vale tanto, basta anche 1 solo euro. DONA