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Fra Ibrahim Alsabagh,Io parroco ad Aleppo, dove Dio non smette di sorprenderci

Redazione online

«La parrocchia non è ancora minacciata direttamente, ma alcuni dei nostri vicini rischiano la vita ogni giorno. La maggior parte dei jihadisti che ci attaccano non parlano neppure arabo, vengono tutti da paesi lontani e hanno poco a che fare con la rivoluzione siriana». Fra Ibrahim Alsabagh, 43 anni, è parroco ad Aleppo da ottobre.  Nato a Damasco, dopo gli studi a Roma è tornato  in Siria, per “stare con la sua gente”. Internet e le linee telefoniche vanno e vengono nella città più devastata dal conflitto in corso. Acqua ed elettricità sono un lusso. Eppure questo tenace frate francescano continua a vivere lì, aiutando chiunque, cristiani e musulmani, dentro un dramma che non risparmia nessuno.

Padre Ibrahim, come fai a vivere in un luogo come Aleppo, stremato dalla violenza di questa guerra assurda?

«La prima cosa che mi tiene in piedi è la volontà di Dio, per come l’ho percepita nella mia vita. Una volta ho fatto un patto con il Signore, quando mi ha fatto capire chiaramente che dovevo seguirLo.  Gli ho detto: “Signore, la vita con te è abbastanza difficile, ma senza  di te è impossibile. Non ce la faccio a vivere lontano da te”. E poi, quando ho percepito la vocazione di curare gli altri, le famiglie, come sacerdote gli ho chiesto di stare al mio posto nella mia famiglia, così che potessi dedicarmi interamente agli altri. Avevo 19 anni quando mi è successo, ma è un fatto che tengo sempre presente nel mio cuore. Curare la Sua famiglia, la Sua gente: questa è la Sua volontà, e per questo sono pronto, con tutta tranquillità, ad andare in qualsiasi luogo al mondo, dove ho la certezza di essere mandato proprio da Lui, attraverso i Suoi rappresentanti, i superiori che mi chiedono la disponibilità di partire. Così, quando mi hanno chiesto di andare ad Aleppo, non ho sentito paura, pur avendo chiaro che avrei portato una croce pesante stando qui».

E oggi hai paura?

«Ogni giorno. Ma ciò che mi fa paura è vinto dalla grazia del Signore che agisce, e tante volte ci porta a fare cose che non immaginavamo di poter fare. Anche adesso che sono qui sento una paternità, una dolcezza che tra me e me dico: “Ma io non sono così gentile, così tenero! Non ho la forza di amare fino a questo punto!” Con questo accorgimento mi accorgo della grazia che c’è dietro e che viene da Lui. Davvero, quando ci consegniamo a Lui, non siamo più noi, Lui che vive in noi, come dice san Paolo».

In luogo abbandonato come Aleppo, come fate a vivere la comunione con la Chiesa universale?

«Dopo l’ultima visita in Italia mi sono accorto che noi siamo ben presenti nelle vostre preghiere, nelle parrocchie e nei sacerdoti, di tanti consacrati che fanno veglie per noi. Abbiamo un problema di comunicazione, che va e viene. Spesso manca l’elettricità e ci sentiamo isolati perché sembra di essere fuori dal mondo, ma cerco di sentire ogni giorno cosa dice il Papa, per vivere la comunione con la Chiesa di Roma». 

Che cosa chiedi a noi cristiani d’Occidente?

«Prima di tutto di continuare con la preghiera, per il Medio Oriente, per i cristiani della Siria e di Aleppo in particolare, perché pregare è un segno di fede nell’intelligenza del Signore e anche una prova tangibile della grande comunione che esiste tra di noi. E poi qui c’è bisogno di tutto, qualche volta neanche possiamo dire di cosa abbiamo davvero bisogno. Quando arrivano gli aiuti umanitari possiamo fare molto per sostenere la gente che vive qui. Non dimenticate la generosità, come diceva San Paolo che faceva personalmente la raccolta speciale per i cristiani di Gerusalemme in grande difficoltà, e invitava a manifestare la carità che esiste nei cuori attraverso l’aiuto concreto alle altre Chiese in difficoltà. Noi continueremo ad attendere la Provvidenza e siamo sicuri che non mancherà mai di sorprenderci». (Andrea Avveduto – Vatican Insider)

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