Le visite dei pontefici
Ovvero Luca 10,25 e Undicesimo Canto del Paradiso di Dante
La lor concordia e i lor lieti sembianti,
amore e maraviglia e dolce sguardo
facieno esser cagion di pensier santi.
(Dante, Paradiso Canto XI, 76-78)
Il Viaggio è la Vita che cammina sul tapirulan del Tempo. Lo scrissi tanto tempo fa, quando fisica e filosofia si incontrarono in Agostino al secondo anno di liceo classico (allora il quarto anno delle superiori), 47 anni fa della mia vita. E ancora confermo e sottoscrivo la frase e la ricordo.
La scaturigine del memento è stata la visione del film “Buen camino” di Zalone-Nunziante che, come ogni pellicola, può provocare emozioni, discussioni, ma anche riflessioni. Non a caso il Cammino-pellegrinaggio di Santiago ha suscitato, più in grande, l’idea di rinverdire altri Cammini come quello francescano per gli ottocento anni dal dies Natalis di Giovanni di Bernardone di Assisi, poi soprannominato “Francesco” da suo padre in onore della moglie francese e spero faccia rinascere altri Cammini lungo gli unici paesaggi italiani, in primis la via Romea-Francigena come conoscenza dei più e non solo degli amatori del trekking.
Il cammino di Zalone, Checco, in realtà e, ancor più, il camino di Cristal, la figlia di Checco nel film, si svolgono come due rette parallele che piano piano diventano convergenti.
Ma c’è di più. Voluto o non voluto, non si sa mai quanto il copione detta, quanto il regista pensa, quanto gli attori interpretano, dal film emerge forte a mio avviso un messaggio parabolico, di natura inconsapevolmente pastorale, da omelia visiva come gli affreschi nelle chiese medioevali dagli evidenti scopi didattico-catechetici per la gran massa di analfabeti di allora e di oggi, una esegesi delle parabole, esplicita, senza velo.
Parlo di parabole e non di favole perchè tutti sappiamo che le favole lasciano alla fine una morale come bava di lumaca sulla foglia di lattuga, un insegnamento diretto dato dalla narrazione di un fatto dove impegno e ostacolo, prova e opportunità si intrecciano per provocare la riflessione finale, il succo dolce-amaro di melograno che disseta, corrobora, supporta le scelte future.
Ma Gesù andava oltre la favole, Gesù giocava a basket con i racconti, lanciava l’asta in alto per superare il limite precedente, tirava la freccia con l’arco lontano, lontano. E per fare canestro o centrare l’obiettivo o lanciare l’asta distante doveva avere chiaro un “falso scopo” il quadrato nero sul tabellone sopra il cesto, la pennellata bianca dei metri di lancio dell’asta, il tabellone con i cerchi e il centro-bersaglio anelato.
Gesù sapeva bene il paradosso dell'arciere ovvero la reazione della freccia che è prodotta dalla propulsione della corda al suo rilascio. È un processo che inizia da quando si trova sulla corda dell’arco cioè la flessione della freccia durante il rilascio e nel suo raddrizzarsi quando raggiunge il bersaglio, tradotto: l’incertezza iniziale dell’ascoltatore, l’inquietudine subito dopo provocata, la riflessione che ne discende, la libera scelta inizio del bivio nell’attimo in cui la freccia è scoccata dalla corda dell’arco.
Ebbene questo è ampiamente visibile nella ‘parabola’ del figliol prodigo laddove il figlio che vuole e ottiene l’indipendenza e dissipa la sua eredità, cioè la sua conoscenza, i suoi talenti, i suoi valori, dilapida il suo avere e il suo sapere. Alla fine del suo barile lo trova vuoto, ne prende atto e torna alla casa del padre, la parabola dice pentito, oggi magari una parte di costoro torna solo per opportunismo, altri ancora solo perchè si sentono ormai solo vuoti, senza sensi di colpa alcuna.
Ma questa è la pars fabulae, la morale della favola: non sprecare la tua vita, se lo fai renditi conto, scusati col mondo, raccoglie i valori gettati e riparti. Questo è il falso scopo. L’obiettivo di Gesù va oltre: lancia l’asta oltre il punto X per formare appunto una parabola che scende a colpire l’obiettivo che è il padre misericordioso, Colui che accoglie, anticipa, accetta, perdona, festeggia.
Dunque la favola del figliol prodigo diventa la parabola del padre misericordioso.
Come parabola il padre misericordioso è un ambasciatore della riconciliazione, che va addirittura incontro al figlio pentito. E va anche incontro anche al figlio rancoroso del fatto di non aver mai avuto dal padre almeno un capretto per fare una festa con i suoi amici: quante volte aspettiamo che il primo passo lo faccia chi deve chiederci scusa o torni nel gruppo con la coda tra le gambe.
Anche il Checco del film va goffamente ma sinceramente incontro alla figlia, è un atteggiamento spinto all’estremo, comico, quasi grottesco, anche nel film, come nella parabola, è il padre che va dalla figlia (con la Ferrari), con la figlia dorme nelle camerate in situazioni a lui fio ad allora inimmaginabili, per la figlia gradatamente si adegua al cammino che evolve gradatamente in un viaggio di riconciliazione, che aiuta entrambi ad accettare l’altro e iniziare un nuovo sentiero, stavolta in comune, verso il futuro.
Le riflessioni conseguenti le lascio ai lettori che fin qui mi hanno seguito. Ora passo alla favola del buon samaritano.
Anche qui la tensione della freccia si articola in diversi momenti come soppesare nel basket la palla prima di mandarla “a parabola” sul falso scopo, ovvero il quadrato nero sul tabellone, dove il canestro attende la metamorfosi della palla che entra ed esce come punto: il bruco da pupa diventa farfalla.
I personaggi che passano oltre il percosso, ferito e derubato hanno dei doveri religiosi e civili-amministrativi, il sacerdote (era chiamato cohen, e vantava la traditio-discendenza dalle funzioni sacre di Aronne) e il levita. I leviti erano invece discendenti della tribù di Levi nell'antico Israele, impegnati in mansioni fondamentali del culto divino, la cura e custodia del Tabernacolo del Tempio di Gerusalemme, un supporto essenziale al clero.
Per costoro la coerenza con la loro rispettiva funzione li legittima a considerare le loro priorità come assolute e imprescindibili, sono altre e oltre: costituiscono la flessione- incertezza della freccia il soppesare il pallone e l’asta prima del lancio.
Il terzo passante è il samaritano. I samaritani (che oggi ne sono rimasti solo ottocento per lo più convertiti all’islam), erano un gruppo etnicamente palestinese ma con identità israelita che professavano il samaritanesimo, cioè una religione legata ad Abramo e con i libri sacri dati dal solo Pentateuco, appunto, samaritano: in pratica la Torah senza gli scritti dei Profeti, i Salmi, i libri sapienziali a altri.
Anche qui la morale della favola viene rispettata: il samaritano aiuta il prossimo, cioè la vittima con compassione e misericordia, addirittura fornisce le prime cure, poi lo carica sul furgoncino (l’animale da trasporto con cui scendeva da Gerusalemme verso Gerico), lo porta in una locanda-pronto soccorso e resta con lui anche il giorno dopo allorché lascia anche due denari per accudirlo e si impegna anche nell’eventuale maggior costo se occorrente. Gesù, galileo per vita vissuta, parla di un ferito giudeo che i due giudei che passano vanno oltre e chi aiuta e soccorre è un samaritano: fra samaritani e giudei non correva buon sangue, si disprezzavano a vicenda.
Ma tutto questo è il solito falso scopo, quello che troviamo anche nel frigio-trace Esopo (620 a. C. morto a Delfi nel 564 a.C.) o nel macedone-tace Fedro (25 a.C.-50 d.C.) e e in qualche altro favolista moralista nei secoli che ci vengono incontro, dal romanissimo Trilussa (1871-1950) all’inglese George Orwell (1903-1950), dai francesi Antoine de Saint- Exupéry (1900-1944) e Jean Anouilh (1910-1987) fino al piemontese-romano Gianni Rodari (1920-1980) e ognun poi trovi il suo favolista-moralista vivente.
Ma Gesù tende oltre la favola, alza il tiro: “chi è il mio prossimo?” e lo fa dire al dottore della Legge che lo ascolta. Da questo interrogativo discende la specificazione del samaritano, ovvero il più emarginato, quello che ci infastidisce vedere o sul quale siamo pieni di pregiudizi, il terrone di turno, si sarebbe detto 50 anni fa, quello che gli snob scartano e i benpensanti evitano. Quello che non si invita o anche indirettamente si bullizza, si deride, si parla alle spalle. Che per la sua mole o bruttezza o peggio inutilità si emargina dal gruppo, dalla collettività, sempre 50 anni fa si sarebbe detto lontano, non considerato dalla borghesia benpensante, il sottoproletariato.
Ecco, appunto, il samaritano è il “tutti i giorni non considerato” proprio colui che viene ad aiutare. Chi ? Proprio te supermanager, influencer, personaggio di moda o alla moda, sportivo a tutti i costi, modello-vetrina per tanti, radical-chic, o anche non ricco ma opportunista (e forse proprio perchè tale), egoisti di ogni natura, che vedono i poveri da dietro un vetro del “non mi toccare”o “come raggirarli e sfruttarli”, o dall’alto di una telecamera posta su un drone, te che fai gruppo con tanti ma deridi, disprezzi per pregiudizio innato chi non segue la tua moda o non è allineato ai tuoi parametri e quelli della società estetica.
E’ questa la fine della favola del buon samaritano e l’inizio della parabola del ferito: il ferito siamo tutti noi che dobbiamo riconoscenza a colui che tutti i giorni abbiamo scartato dai nostri inviti, eventi, storie, dalla nostra vita. Al ferito va l’ammonimento di Gesù: ricordati di non disprezzare mai nessuno perchè, quando sarai in difficoltà, ferito appunto (e tutti prima o poi siamo stati, siamo e saremo feriti nella Vita) proprio colui che hai sempre obliato, dimenticato, accantonato, scartato, proprio lui potrebbe venirti incontro a aiutarti non solo a rialzarti ma a pagare per te le cure per ricominciare a vivere.
Messaggio fortissimo: ricevere compassione da chi hai sempre denigrato: un paradosso ? No, una parabola spettacolare da rileggerla ogni mattina dopo colazione perchè la giornata abbia una lente colorata di rispetto e apertura verso tutti. Cambia la giornata a te e a quelli che incontri.
Il ferito quando comprende, espia la sua arroganza, il suo egoismo -anche collettivo- contro il dimenticato, l’emarginato, il samaritano.
Scompaiono nella nebbia coloro che devono solo giuridicamente o solo moralmente aiutare l’altro, come coloro che lo predicano e poi scendendo dal pulpito passano in mezzo a color che udenti restano dei perfetti sconosciuti, non chiedendo a nessuno di loro “chi sei” “che fai” "come stai”, il direttore come l’amministratore di società, il prete come il professore, il capo ufficio come il capo reparto. Le buone opere sono frutto della nuova identità del ferito che guarisce e esce con occhi nuovi dall’ospedale del ravvedimento, del discernimento dell’aver capito che non deve più escludere nessuno, ognuno è in quanto l’altro lo considera tale.
Ed eccoci a Cristal e al papà Checco (Zalone): entrambi si disprezzano si scartano nella vita parallela, si oppongono, e poi ? C’è la mediatrice Alma, misteriosa quanto carismatica viaggiatrice, quasi una samaritana, visto che non a tutti piacciono le suore, che aiuta Cristal e Checco durante il loro pellegrinaggio convergente, che getta semi di prospettive che fanno riflettere entrambi.
Perchè ognuno dei due è il ferito, Cristal sembra più ferita del padre ma lo sono entrambi. E la parabola di Luca 10, 25 calza entrambi e li scalza dai rispettivi egoismi e reciproci ostracismi per riaprire un dialogo sospeso, perchè, per tutti e con tutti, un dialogo non si interrompe (quella è la discussione dove poi si esce ognuno reagendo contro l’altro) ma resta nel limbo dell’attesa che si riprenda la consapevolezza che nessuno può fare a meno dell’altro.
In lingua bantu, africana, si dice ubuntu che all’incirca vuol dire: io sono perchè noi siamo.
Alla fine, e per chi è giunto fin qui a leggermi, visivamente e in via analogica il film, è da vedere e/o ri-vedere, e mi sento di poterlo riassumere nella frase dell’undicesimo Canto del Paradiso di Dante: “Oh ignota ricchezza! oh ben ferace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro dietro a lo sposo, sì la sposa piace”.
Basta dialogare e correre insieme verso madonna povertà, cioè liberi da riserve mentali, recuperando o iniziando a sentirsi cum, insieme, noi.
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