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Il miracolo della fede in Iraq. I cristiani ora offrono aiuti ai loro persecutori

Redazione ANSA
Pubblicato il 27-08-2019

Intervista a monsignor Alberto Ortega Martin, nunzio apostolico in Iraq e Giordania

La potenza del cristianesimo in Iraq non si vede solo nella tenacia con cui i cristiani hanno accettato di perdere tutto per mano dell’Isis pur di non rinnegare la fede in Gesù. Traspare anche dalla loro capacità di perdonare quei musulmani che si sono uniti ai jihadisti per cacciarli dalle loro case: «In tanti oggi pregano addirittura per coloro che li hanno perseguitati», racconta a tempi.it monsignor Alberto Ortega Martin, nunzio apostolico in Iraq e Giordania, protagonista del Meeting di Rimini.

«La Caritas Iraq sta portando aiuti ai rifugiati di Mosul e alcuni di loro sono quelli che li avevano cacciati via. I cristiani rispondono alla violenza con la carità: la loro testimonianza della forza della fede è incredibile».

Pochi giorni fa è stata riconsacrata un’importante chiesa danneggiata dall’Isis a Qaraqosh. A che punto è la ricostruzione dei villaggi cristiani della Piana di Ninive?

A Qaraqosh, la città più importante della Piana di Ninive, grazie a Dio tante famiglie sono rientrate, circa 6.000, cioè 25.000 persone, la metà degli abitanti. Altri ancora devono rientrare, ma non tutti perché molti se ne sono andati all’estero. Con l’aiuto della Chiesa e di qualche Stato abbiamo cominciato a ricostruire prima le case, che erano la nostra priorità, ma non trascuriamo le chiese. Il 15 agosto, festa della Madonna, la chiesa dei santi Behnam e Sarah è stata riaperta (foto sotto): vedere che la fede della gente, che ha resistito in momenti tanto difficili, può tornare a esprimersi + un vero segno di speranza e benedizione. È commovente vedere questi cristiani così attaccati alla loro fede e tutti dobbiamo aiutarli.

Perché è importante che i cristiani restino in Medio Oriente?

Anche se come numero sono una minoranza, sono artefici di pace e riconciliazione nei paesi dove vivono. Favoriscono anche l’unità della società e lo sviluppo con scuole, ospedali e opere caritative. La persecuzione che i cristiani iracheni hanno subito a partire dal 2014 non si vedeva da secoli nella Chiesa. Ha portato dei frutti? Anche prima del 2014 in Iraq sono morti vescovi e sacerdoti e il livello di persecuzione ci ricorda quello dei primi martiri. Martirio significa testimonianza e i cristiani iracheni hanno insegnato alla Chiesa universale quanto è importante la fede, mostrandoci che si può dare la vita per Gesù. Loro hanno perso tutto per il Signore, ma la fede ha permesso loro di vivere senza perdere la speranza.

Che cosa l’ha colpita di più di questa testimonianza?

La capacità di perdonare. Molti addirittura hanno pregato per chi li ha perseguitati. La Caritas Iraq sta portando aiuti ai rifugiati di Mosul e alcuni di loro sono quelli che li avevano cacciati via. La testimonianza della forza della fede è incredibile. Nonostante la presenza dei cristiani sia un valore per tutto l’Iraq, il governo non ha aiutato in alcun modo a ricostruire i villaggi della Piana di Ninive. Molti leader musulmani, anche qui al Meeting, parlano di rispetto delle minoranze, ma nei fatti non si impegnano in questo senso e spesso i cristiani vengono trattati come cittadini di serie B.

È vero che è mancato il sostegno da parte di Baghdad nella ricostruzione, ma dobbiamo anche tenere conto che il terrorismo non è ancora stato sconfitto e il governo si trova ad affrontare molti problemi. Io credo che le autorità islamiche credano nei principi che enunciano e bisogna vegliare perché l’applicazione concreta sia reale. Noi dobbiamo aiutarli perché la cittadinanza di tutti sia pienamente riconosciuta. La strada è senza dubbio il dialogo, attraverso il quale bisogna cercare di favorire anche la separazione tra Stato e religione.

Dopo quello che è successo, è ancora possibile la convivenza tra cristiani e musulmani in Iraq?

Sicuramente sì e sta già ripartendo. È chiaro che alcuni cristiani hanno perso fiducia nei loro vicini perché si sono sentiti traditi, ma bisogna voltare pagina. Gli esempi positivi non mancano: molti musulmani hanno partecipato a ricostruire le chiese e hanno chiesto pubblicamente ai cristiani di tornare.

Papa Francesco ha espresso a giugno la sua volontà di visitare l’Iraq l’anno prossimo. Sa già quale sarà la data?

Non c’è ancora una data ufficiale e non conosco i dettagli del viaggio. So però che la società irachena ha accolto la notizia con gratitudine ed entusiasmo. Le autorità si sono già dette pronte ad aiutare la preparazione della visita.

Uno dei paesi che ha più aiutato la ricostruzione dei villaggi cristiani in Iraq è tra i più criticati in Europa: l’Ungheria. Come si spiega tanta vicinanza?

L’Ungheria ci ha aiutato molto in rapporto alle sue capacità. Loro hanno vissuto sulla loro pelle la persecuzione e hanno di conseguenza maggiore sensibilità. L’Ungheria ha perfino un dipartimento dedicato all’aiuto dei cristiani perseguitati e ci ha offerto un sostegno efficace e gradito. Sono un esempio per quanto riguarda l’attenzione a queste popolazioni sofferenti, che si trasforma poi in un aiuto per tutti, e non possiamo che mostrare gratitudine.

@LeoneGrotti  - tempi.it

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