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Libano, a una settimana dalle esplosioni, nessuna risposta e tante ipotesi

Asia News EPA/WAEL HAMZEH

Cresce il bilancio dei morti: 171, a cui si aggiungono 30 persone considerate disperse.

A una settimana esatta dalle esplosioni che hanno devastato il porto e buona parte della capitale, non si ha ancora nessuna notizia sui risultati dell’inchiesta ufficiale lanciata il 5 agosto scorso. Le autorità avevano promesso che i risultati sarebbero stati pubblicati dopo cinque giorni.

Le distruzioni hanno fatto 171 morti, a cui vanno ad aggiungersi almeno altre 30 persone considerate disperse. I feriti sono più di 6mila e centinaia di migliaia sono quelli rimasti senzatetto, ospitati in case private o in conventi o in moschee.

Sono in molti a sospettare che l’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio, conservati in un deposito del porto, vicino a una zona ad alta densità demografica sia frutto di negligenza e superficialità. Finora il governo ha posto agli arresti domiciliari i responsabili del porto e della dogana e ha trasferito la responsabilità del processo alla Corte di giustizia della repubblica, un tribunale che giudica senza appello.

Si sa che l’ingente quantitativo di nitrato d’ammonio – che si usa come fertilizzante e come esplosivo – è entrato a Beirut nel 2014. Proprio il 20 luglio 2020, i servizi di sicurezza dello Stato hanno messo in guardia sulla pericolosità dello stoccaggio e si dava indicazione di trovare una sistemazione più sicura. Meno di tre settimane dopo, è avvenuta la tragedia.

Il giorno dopo le esplosioni, il presidente Michel Aoun non ha escluso, che l’innesco degli scoppi siano avvenuti con un missile o con una bomba. Ma ha messo in chiaro che questa è un’ipotesi da verificare.

A rafforzare la tesi dell’incuria dello Stato, due giorni fa, il New York Times ha rivelato che già quattro anni fa un consultore che lavorava per l’esercito americano aveva espresso perplessità sul deposito. Un esperto Usa della Sicurezza aveva poi lanciato un avvertimento alle autorità libanesi durante un’ispezione del porto di Beirut.

L’ambasciata americana in Libano ha pubblicato il 7 agosto un documento d’archivio che prova queste comunicazioni al governo libanese.

Ora l’ambasciata Usa sta ricevendo critiche da molte rappresentanze diplomatiche a Beirut per aver taciuto su questo pericolo: fra le vittime delle esplosioni si contano anche impiegati e personale diplomatico straniero.

Pare invece non prendere quota l’ipotesi lanciata dall’ambasciata Usa sulla possibilità che le esplosioni siano state causate da un deposito di armi che gli Hezbollah mantenevano in prossimità del magazzino di nitrato d’ammonio. Il segretario generale degli Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha negato con forza che il suo gruppo avesse “depositi di armi o munizioni nel porto”.

Per gli abitanti di Beirut, che vedono il Libano disgregarsi, tutti sono colpevoli. Ieri, in un raduno di centinaia di persone in piazza dei Martiri (o dei Cannoni), si è tenuto un memoriale per le vittime della deflagrazione e ancora una volta, si è svolto il rito dell’impiccagione di manichini che rappresentano tutti i capi politici libanesi.

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