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La Casa comune in rovina, cosa fare?

Selene Rinaldi

I segnali ci sono, declinare il problema è semplice. Ma siamo ancora in tempo?

Ci voleva lo spirito del poverello di Assisi per riunire il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, detto Carlin, allo stesso tavolo con Claudio Granata, stakeholder relations officer di Eni. “La geografia di questo panel è rischiosa, bisognerebbe ripensarla”, esordisce con ironia il dirigente del colosso energetico, seduto gomito a gomito con il sociologo piemontese. L'incontro alla Sala Stampa di Assisi, moderato dal presidente di Symbola Ermete Realacci, dal titolo “La Casa Comune in rovina. Cosa fare?”, vede la partecipazione anche del cardinale brasiliano Claudio Hummes, tra i protagonisti del recente sinodo per l'Amazzonia convocato da papa Francesco.

Dal titolo dell’incontro prende l’avvio l'intervento di Realacci: “Che la nostra Casa sia in rovina, che le cose vadano male, è facile dirlo. Lo vediamo tutti: il picco record di acqua alta a Venezia, la tempesta Vaia che ha distrutto milioni di alberi in Veneto nel 2018. I segnali ci sono: declinare il problema è semplice, lo è meno dare delle risposte. Ma la 'Generazione Greta' ha bisogno di vedere la realizzazione di percorsi concreti”.
Con il racconto delle ferite inferte dall'uomo all'Amazzonia, il cardinale Hummes testimonia la globalità della questione ambientale. Il suo è un invito a volgere lo sguardo verso quei paesi che sono a lungo stati considerati “periferie del mondo”, le stesse periferie da cui viene papa Bergoglio, che non a caso ha fortemente voluto un'assemblea speciale dei vescovi per trovare nuove vie per l'evangelizzazione di quella porzione del popolo di Dio, nel rispetto delle comunità locali. “L'Europa è stata considerata per secoli il centro del mondo – sostiene Hummes – Questo soggettivismo ha rotto la relazione con l'altro: io sono il centro, io faccio quello che voglio. Ed ecco che regioni come l'Amazzonia diventano vittime di questa visione, della continua presunzione dell'Io da parte di tutti i paesi colonizzatori”.

Le parole di Carlo Petrini elaborano la straordinarietà di quel sinodo, con una prospettiva nuova, diversa, laica: “La Chiesa ha avviato un travaglio lungo e costruttivo, partendo dal dialogo e dall'ascolto delle religioni e delle spiritualità di quei territori. È stato il sinodo delle donne e degli indigeni: di tutti coloro che giustamente rivendicano il loro ruolo nel preservare e custodire la nostra casa comune”. La Chiesa, secondo il sociologo, ha preso una posizione netta “a difesa di quest'umanità sotto schiaffo, nell'indifferenza del governo brasiliano”. La foresta amazzonica sta morendo, uccisa dagli interessi delle imprese, dei coltivatori.

Claudio Granata è responsabile, tra le altre cose, del settore dello sviluppo sostenibile di Eni. Nel suo intervento non nasconde le difficoltà di un'azienda così importante nel ripensare il suo modo di operare per ridurre al minimo l'impatto ambientale: “Le imprese e le aziende devono sentirsi in difficoltà. È necessario perché avvenga il cambiamento. Devono ascoltare, imparare. Per poi agire. Certo, teniamo conto del profitto, ma ora lavoriamo sul valore”. “Per questo – continua Granata – abbiamo costruito una nuova Eni investendo molto sullo sviluppo delle nuove tecnologie e nel rispetto delle comunità: ormai in quasi il 40% dei paesi in cui operiamo, riconsegniamo loro tutto il gas estratto affinché lo utilizzino nel modo più opportuno per garantire lo sviluppo della comunità locale”.

Il Cardinale Hummes riconosce il grande sforzo del mondo imprenditoriale, ma non basta: “Sono i governi a doversi mettere d'impegno, per dettare la linea: bisogna intervenire ora. La frase che più risuonava alla Cop 21 di Parigi era 'Plus tard, trop tard': più tardi è troppo tardi – conclude - Non sono pessimista, ma sono angosciato. Siamo ancora in tempo?”.

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