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Stefano Zamagni: senza sviluppo la crescita è monca

Stefano Zamagni Gabriella Clare Marino - Wikipedia

L'intervento dell'economista alla tavola rotonda sul Manifesto di Assisi

Prendo le mosse da una considerazione. Poco fa, padre Enzo, o fra Enzo come preferisco chiamarlo, ha usato la parola visione. La parola visione è la parola italiana per il termine greco “idea”. Idea vuol dire visione. Quello che oggi ci fa difetto sono le idee, le visioni.

Il noto filosofo Heidegger dice che ogni grande crisi è occasione di disvelamento. Cioè ogni crisi tende a togliere il velo da aspetti della realtà consentendoci di vederli. Questo si applica molto bene alla crisi attuale perché mai come in questi ultime settimane, mesi, siamo in grado di parlare di cose che avevamo lasciato in disparte. Tanto per fare esempi immediati: la parola sostenibilità, come sapete, venne coniata per la prima volta nel 1794 da Von Carlowitz, che era il direttore dell’Agenzia forestale della Germania dell’epoca. E lui si era posto il seguente problema: quanti alberi dobbiamo tagliare ogni anno per le esigenze varie di costruzione e riscaldamento, senza mettere a repentaglio, negli anni a venire, la crescita della foresta? Ed è in quell’occasione che sviluppò un modello di sostenibilità. I governi, secondo lui, devono agire tenendolo presente. Ma noi sappiamo che la parola sostenibilità verrà completamente abbandonata per oltre 150 anni. Bisogna arrivare al club di Roma (1972), famoso documento di limite alla crescita, perché questa parola ritorni. Così come l’altra parola: ecologia. L’ecologia è stata coniata nel 1866 dallo studioso Ernst Haeckel il quale lo dotò di significati ben precisi, ripresi soltanto in epoca recente: mi riferisco alla Laudato Si’. Il merito di questo documento che si rivolge a tutti, credenti e non credenti, è quello di recuperare e il termine ecologia e inquadrarlo in una luce diversa.

Detto questo, pochi giorni fa le Nazioni Unite hanno pubblicato il Sustainable Development Goals Report. Bisognerebbe leggerlo perché è davvero interessante. Cosa si dice? Tra le altre cose che dei 17 obiettivi che si sarebbero dovuti raggiungere entro il 2030, prima dello scoppio della pandemia da Covid, solo 2 avevano fatto registrare progressi: l’obiettivo di abbassare il tasso di mortalità dei bambini al di sotto dei 5 anni e l’obiettivo che tende a garantire accesso alle scuole primarie a tutti i bambini del mondo. Ma con il Covid ogni progresso si è fermato e le Nazioni Unite dicono che bisognerà rivedere quello che nel 2015 venne deciso di fare. In particolare, secondo le stime dell’Onu, solo quest’anno 70 milioni di esseri umani andranno a collocarsi al di sotto della linea della povertà assoluta. E questi 70 milioni si aggiungeranno ai 750 milioni che esistevano già in precedenza. Questo comporta concretamente uno sforzo gigantesco in capo al World Food Programme perché ci si sta preparando al più imponente intervento mai realizzato nella storia, un intervento per sfamare 820 milioni di persone che vivono con meno di 1300 calorie al giorno – il minimo vitale come dice la scienza medica – una sfida epocale. Bisognerà mettersi al tavolo di lavoro, in senso metaforico, per vedere come aggiornare gli obiettivi alla luce di quanto è accaduto finora e di quanto accadrà il famoso Development Goals delle Nazioni Unite, altrimenti il rischio è metterli ancora una volta nel dimenticatoio.

Detto questo, quali sono allora gli scenari che si prospettano nel post Covid? Quello che finora ha raccolto il maggior numero di adesioni è lo scenario cosiddetto della Tragic Business As Usual, che in italiano viene reso con l’immagine dell’alluvione: c’è un’alluvione, si aspetta che l’acqua rientri nell’alveo del fiume poi delle squadre di operai metteranno a posto gli argini dopodiché il fiume continuerà a scorrere come sempre. Business as usual. E la metafora che viene usata, e che io trovo molto pericolosa, è la metafora del tunnel. Il pericolo è che prima o poi il tunnel finirà e la strada continuerà come prima. E invece bisogna essere consapevoli che da una crisi strutturale come questa non si esce alla stessa maniera di come si era entrati. Si è detto che si può uscire migliori o peggiori. Smettiamola con l’usare la metafora del tunnel perché, seppur in buona fede, veicola un approccio diverso. Perché, a parte questo, questo scenario che in genere tende a essere favorito da persone come misoneiste (parola greca che significa paura di affrontare le cose nuove). Il misoneismo è diverso dal conservatorismo: il secondo significa conservare un certo modello e ha un senso culturale. Il misoneista invece odia la novità e quindi tende a bloccare ogni processo di sviluppo. Perché questo atteggiamento non può essere assolutamente avvalorato? Perché ormai noi sappiamo che la crisi ecologica e le crisi sociali sono quelle che propagano le pandemie. I virus, ormai lo sappiamo, sono profughi della distruzione ambientale. Se noi distruggiamo l’ambiente è ovvio che aumenteranno le pandemie e quindi non possiamo illuderci di affrontare un problema separatamente dall’altro. Anche qui un dato: in Europa Covid ha causato finora circa 200mila morti, in Italia circa 35mila. Voi sapete quanto l’inquinamento causa ogni anno in termini di vittime: a livello europeo 650mila, in Italia 80mila. Ora, è evidente che se la vita ha un valore – e su questo non ci sono dubbi – non può essere questo valore declinato solo in una direzione. E qui la ragione per cui la strategia del tornare come prima – la cosiddetta normalità – non può essere a mio modo di vedere perseguita.

Altri due dati. La servitù digitale: di fronte all’incapacità dei governi di affrontare la situazione, meglio affidarsi alle corporations della high-tech che riescono, usando la forza delle nuove tecnologie, a sistemare le cose. Recentemente il CEO di StarTech, azienda del Maryland, ha dichiarato: “Gli esseri umani sono a rischio biologico, le macchine no. Si deve andare allora verso una tecnologia che non preveda il contatto tra esseri umani”. E queste sono parole che vanno calibrate. Questo è lo scenario della servitù digitale. È vero che le nuove tecnologie servono, ma vogliamo rinunciare alla libertà? Servitù significa questo. Vogliamo fare in modo che gli esseri umani non intrattengano più tra di loro relazioni? Almeno ho apprezzato, del CEO dell’azienda in questione, il coraggio di dirlo apertamente. Altri magari lo pensano ma non lo dicono. Questa è la ragione per cui quello che favorisco – e il Manifesto di Assisi secondo me va in questa direzione – è lo scenario che privilegia il modello dello sviluppo umano integrale, che è uno slogan. Per colpa degli economisti, eh, la categoria a cui io stesso appartengo, dobbiamo dirlo. Si tende ancora a confondere sviluppo con crescita. Questo è l’errore più grave che si possa commettere perché la crescita non è tipica degli uomini. Anche le piante e gli animali crescono. Solo lo sviluppo è caratteristica dell’umano perché sviluppo vuol dire togliere i viluppi, quindi ama lo sviluppo chi ama la libertà, le catene. Chi non ama la libertà parla solo di crescita. Lo sviluppo umano possiede tre dimensioni: la crescita, che ci deve essere, però è una dimensione; la dimensione socio-relazionale e terza la dimensione spirituale. Un modello di sviluppo umano integrale vuol dire concepire il modo di funzionamento della società, e in particolare dell’economia, in maniera tale che queste tre dimensioni procedano in maniera armonica, da garantire che nessuna possa prevaricare sulle altre. Se invece consideriamo solo la crescita, otteniamo i risultati che conosciamo, perché negli ultimi decenni la crescita a livello globale c’è stata, eccome se c’è stata, ma a questa crescita non ha fatto seguito un adeguato miglioramento della condizione di vita e del ben-essere delle persone.

Perseguire questa strategia comporta tre transizioni: la prima è quella energetica, di cui tanto si parla. Se noi con la gradualità necessaria non favoriamo la transizione energetica, quella strategia dello sviluppo umano integrale non potrà essere portata a termine. La seconda è quella economica, e cioè dall’economia lineare all’economia circolare. E anche sull’economia circolare una riflessione va fatta perché vedo che ci sono delle interpretazioni poco oneste. Tutti parlano di economia circolare ma se chiedessimo cos’è otterremmo risposte completamente diverse. Quindi la transizione dall’economia lineare a quella circolare consiste nell’eliminare diseguaglianze – oggi a livello scandaloso, in aumento anno dopo anno – che impediscono di realizzare il modello di sostenibilità di cui parliamo. Infine ci vuole una transizione culturale ed è per questo che iniziative come quella del Sacro Convento sono importanti, perché si inscrivono direttamente sulla transizione culturale. Ma quale transizione culturale? Dal neoconsumismo predatorio al concetto di consumo socialmente responsabile. Lasciatemi che ricordi la Caritas in Veritate di Benedetto XVI del 2009, al paragrafo 46 introduce per la prima volta nella dottrina sociale della Chiesa il concetto di “consumo socialmente responsabile”. In quel paragrafo si legge: non sono solo le imprese a essere socialmente responsabili, ma anche i consumatori cioè i cittadini e noi di questo non facciamo abbastanza attenzione, perché se non cambiamo stili di vita, se non cambiamo modo in cui concettualizziamo l’attività del consumo – oggi, come ho detto, il modello prevalente è il neoconsumismo predatorio – è evidente che mantenere l’obiettivo della sostenibilità sarà impossibile.

Il punto è questo: perseguire quella strategia vuol dire battersi per avviare queste tre transizioni. E allora nasce un problema, della implementazione. La difficoltà è stata messa in evidenza da un gruppo di ricerca che ha notato che le politiche buone per contrastare la crisi da Covid sono inscritte in un orizzonte di breve termine mentre le politiche che sono buone per realizzare l’obiettivo della sostenibilità ecologica sono inscritte in un orizzonte temporale di lungo termine. Allora questo è il problema dei problemi. L’economia non è in grado di sciogliere questo problema. Faccio un esempio: la Carbon tax è una misura che va bene per l’ambiente ma certamente aggrava la recessione corrente. In questi casi come bisogna fare? Un governo, o l’Europa, deve dare la precedenza alle politiche di breve termine che servono a favorire l’uscita dalla crisi attuale oppure guardare nell’altra direzione e cioè pensare al lungo termine? Come è facile capire, se non troviamo il modo di affrontare questi dilemmi il problema resta. C’è una difficoltà di natura teorica che gli economisti sanno: è la difficoltà di Tinbergen, economista olandese, premio Nobel negli anni Sessanta, il quale formulò la famosa regola di Tinbergen: un governo deve intervenire in maniera tale che per ogni obiettivo specifico venga utilizzato un certo strumento. Se noi applicassimo questa regola ai nostri governi, non ne usciremmo fuori. Perché quello che invece occorre fare, e a mio modo di vedere è possibile fare, è trovare regole di corrispondenza in modo da armonizzare politiche di breve e di lungo termine. Perché è chiaro che dobbiamo uscire più in fretta possibile dalla crisi pandemica, però vogliamo uscirne senza mettere a repentaglio l’altro grande obiettivo. Questo è ciò che sarebbe un compito: dobbiamo sciogliere un nodo, un nodo che presuppone conoscenza, e in questo il mondo delle imprese potrebbe dare un grosso contributo. Gli imprenditori queste cose le sanno: sanno cosa devono fare, sanno che obiettivi raggiungono facendo in un modo anziché in un altro e così via.

Ultima osservazione: riguarda il fenomeno noto come comitatismo, tipico dell’Italia anche se non esclusivo del nostro Paese. Ogni volta che c’è un problema nuovo, nasce un comitato. Pensate ai no tap, no tap, no vax eccetera. Voi direte: perché è importante questo? Non perché le persone non debbano o non possano aggregarsi liberamente, ma perché il comitatismo unitamente alle caratteristiche del nostro sistema burocratico-amministrativo, ha come effetto quello di bloccare tutto, generare la paralisi. Succede che gli investitori non iniziano i lavori se non hanno contezza di poterli portare a termine. Ecco allora perché questo indica un deficit della nostra democrazia. Prima o poi bisogna allora rivedere i fondamenti del principio democratico, perché ci sono diversi livelli di democrazia. Il comitatismo è, secondo me, il nemico della democrazia liberale. Se noi non affrontiamo il nodo di come applicare nelle condizioni storiche di oggi il principio democratico, il risultato non potrà che essere questo. Chiudo con un’osservazione a latere: questa pandemia ha fatto nascere due nuovi dilemmi etici su cui il Sacro Convento potrebbe dare un grosso contributo. Il primo è la questione del brevettabilità dei vaccini anti-covid. A livello internazionale è nato il Covax, a cui aderiscono tanti soggetti. Non sarebbe male se anche Symbola o il Manifesto di Assisi dessero il loro contributo. Il punto qual è: i vaccini salvavita non hanno la stessa caratteristica di altri beni privati o pubblici, perché sono beni comuni. Noi sappiamo che una vaccinazione efficace è universale perché se io vaccino quelli che stanno qui e non quelli che sono di là, non serve a niente. E allora il punto è: se noi consentiamo i diritti di brevetto, c’è il rischio di creare monopoli che finirebbero con l’impedire la fruibilità a tutti. Covax, associazione a cui hanno aderito diverse fondazioni, pone una proposta: poiché i costi del vaccino, per trovarlo, sono alti ed è giusto dare un’adeguata remunerazione a chi lo metterà a punto, l’idea è evitare il nazionalismo del vaccino, cioè che ogni nazione cerchi di avere il suo vaccino e proteggere solo i propri cittadini. Sarebbe una forma di neosovranismo che però sta ottenendo consensi in certi strati della popolazione.

Il secondo dilemma etico è quello dell’allocazione delle risorse in situazioni emergenziali come quella da cui stiamo faticosamente uscendo. Ho un solo tubo, un solo respiratore e due persone che ne hanno bisogno: a chi lo diamo? Il criterio che finora è stato applicato, anche in Italia, è il criterio del Qaly (Quality Adjusted Life Year) secondo cui bisogna dare il respiratore alla persona con la più alta probabilità di continuare a vivere in discreta salute. Il criterio del Qaly ha come suo fondamento filosofico l’utilitarismo. Allora dobbiamo decidere se il tema della vita umana può essere affrontato nell’orizzonte della filosofia utilitaristica o no. Io penso di no, ma la buona notizia è che ad Harvard, due mesi fa, hanno costituito lo Human Flourishing Program, cioè il programma della fioritura umana e questo gruppo di studiosi sta proponendo un criterio alternativo a quello del Qaly. Perché noi italiani non avanziamo allo stesso modo delle proposte? Il loro criterio è interessante. Non mi convince sotto tutti gli aspetti ma devo dire che sicuramente un passo molto più avanti del Qaly. Due mesi fa la società italiana degli anestesisti e dei rianimatori ha approvato un documento che sposa, al punto 3 e 4, il criterio del Qaly. Però in Italia nessuno ne ha parlato. Possibile che queste cose avvengano e la stampa non ne discuta?

Ecco allora perché l’iniziativa che Symbola e il Sacro Convento hanno preso merita rispetto e lode: perché c’è la volontà di sollevare il velo che era stato steso in passato, in buona fede o no, su argomenti che invece oggi stanno tornando alla ribalta. Continuate in questa direzione.

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