societa

Perché vaccinarsi è un obbligo morale

Silvio Garattini Ansa - Jessica Pasqualon

Non si dovrebbe ricorrere a leggi se la società educasse al senso civico

Intorno alle vaccinazioni da tempo è in discussione il problema della obbligatorietà, un tema sul quale vale la pena riflettere anche quando emergono problemi sull’uso di uno specifico vaccino. Chi ha un lungo chilometraggio ricorda il problema delle vaccinazioni al tempo del vaccino contro la poliomielite quando, per paura di vaccinare, abbiamo condannato migliaia di bambini a morire o a essere disabili per tutta la vita. Tutti invece ricordano le recenti discussioni, le prese di posizione dei partiti politici, la legislazione – per la verità, in parte ambigua – riguardante le vaccinazioni della prima età. In realtà non si dovrebbe ricorrere a delle leggi se la nostra società attraverso la scuola educasse al senso civico, cioè a rispettare i diritti degli altri, una forma riduttiva rispetto al monito ebraico-cristiano «amerai il prossimo tuo come te stesso». (...)

Le malattie infettive si possono curare, ma i virus e i batteri si difendono e quindi, come sta accadendo nel caso degli antibiotici, possono indurre una resistenza e continuare a infettare. I vaccini sono degli straordinari farmaci perché non curano ma proteggono, sviluppando risposte immunitarie che impediscono la riproduzione del virus o del batterio. Il grande vantaggio è che l’immunità rimane nel tempo nel caso che si ripresenti quel determinato virus o batterio. Se tutta una comunità si vaccina si ottiene quella che con un brutto termine si chiama immunità di gregge, che impedisce al virus di abitare in quella comunità e quindi di nuocere. Da qui nasce un obbligo che non dovrebbe essere legislativo ma effettuato per ragioni morali ed etiche. Infatti se non mi vaccino non contribuisco a eliminare il virus dalla circolazione. Qualcuno risponde: 'ma io ho il diritto di rifiutare un vaccino perché sono io il responsabile della mia salute'. È certamente vero, ma in questo caso solo se si ritira da eremita e non entra in contatto con nessuno, perché se non è vaccinato e si infetta può infettare altri che a loro volta possono infettarne altri ancora.

Se il non vaccinato non fa l’eremita può infettare chi non si è vaccinato non per capriccio ma per ragioni mediche: è chi – circa il 5% – anche volendolo non può vaccinarsi perché sarebbe inutile. C’è anche una piccola percentuale di chi pur essendosi vaccinato non ha sviluppato immunità sufficiente per essere protetto, e infine c’è chi essendosi vaccinato con successo contrae malattie o deve essere trattato con farmaci che diminuiscono o annullano le sue risposte immunitarie. Infine, se ne infetto uno posso creare una catena di infezioni e questo svantaggia non solo la salute degli interessati ma anche il Servizio sanitario nazionale che deve intervenire per trattamenti che potrebbero essere evitati. Ecco da dove nasce il dovere morale ed etico per vaccinarsi, ancora più importante se chi non si vaccina ha attività che lo espongono al pubblico, in primis agli ammalati. In altre parole, la mia libertà d’azione termina quando lede la libertà degli altri. È giusto quindi impedire attività di lavoro a chi non si vaccina pur avendo rapporto con il pubblico o con persone fragili come gli ammalati. (L'articolo integrale su Avvenire.it)

Silvio Garattini è il Presidente Istituto di Ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs

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