societa

Corridoi umanitari, via italiana all'integrazione

Paolo Lambruschi Ansa - Telenews

Caritas: pochi abbandonano i progetti e chi resta aiuta le comunità

Corridoi umanitari, primo bilancio di un' esperienza pilota. La metà dei primi 318 arrivati in Italia nel 2018 (eritrei, somali e siriani) è rimasta sul territorio nazionale nonostante un anno di pandemia. Degli altri, il 38% è partito in maniera concordata alla conclusione dell' anno di permanenza sul suolo italiano previsto dal protocollo e solo il 12% è andato via prima. L' esperienza, progettata e organizzata da Chiesa e società civile, resta unica al mondo. Protagonisti sono la Cei - la quale ha firmato un accordo con il governo per l' arrivo di 500 persone per ciascuna intesa attraverso vie legali e sicure per un anno e finanziato con fondi otto per mille l' accoglienza curata sui territori da 45 diocesi - quindi la Comunità di Sant' Egidio (protagonista anche dell' altro corridoio con la Chiesa valdese partito nel 2015 per i profughi siriani) e Caritas italiana in collaborazione con Gandhi charity. I corridoi, che proseguono, hanno fatto entrare persone vulnerabili e rifugiati in larga parte dall' Etiopia, poi da Giordania e Niger e sono trasversalmente apprezzati. Sui primi profughi giunti in Italia per vie e legali e sicure tre anni fa si è concentrata la ricerca 'Human lines' condotta per l' Università Notre Dame dell' Indiana, negli Stati Uniti, dalla docente svizzera Ilaria Schnyder von Wartensee. Lo studio, presentato ieri sera in una diretta social, diventerà un documentario per il web, ha durata quinquennale ed è finanziato dal Kellogg institute e dalla Henry Luce foundation.

I dati mostrano la complessità di un progetto umanitario che costituisce al momento, attraverso una clausola dei regolamenti di sicurezza europei, l' unica via per concedere il visto di 12 mesi a un numero limitato di persone vulnerabili. Un varco nella 'Fortezza Europa' a costo zero per lo Stato e un' alternativa simbolica alle rotte della morte gestite dalle gang di trafficanti. «Per realizzare la ricerca - spiega Ilaria Schnyder von Wartensee - abbiamo ascoltato rifugiati, operatori, i tutor che li hanno accolti e seguiti nelle diocesi e i vescovi. Solo il 12% non è riuscito a restare per 12 mesi, ma nessuno di loro risulta essere in Italia da irregolare. Chi è è partito dopo i 12 mesi dell' accordo si è spostato in altri Stati dell' Ue dove aveva amici e parenti o negli Usa». Ovviamente per la metà del campione rimasta in Italia l' integrazione è complicata dal Covid, dalle barriere linguistiche e culturali e dai tanti traumi vissuti nei campi profughi e sulle rotte migratorie. «Solo il 6% - aggiunge la studiosa - ha una sistemazione lavorativa oppure un tirocinio ed è indipendente. La maggior parte sono rimasti legati alle comunità che li hanno accolti oppure si sono trasferiti nei centri Sprar».

Per Oliviero Forti, responsabile immigrazione di Caritas italiana e del progetto, il bilancio è positivo. «Abbiamo rispettato l' impegno con il governo sui movimenti secondari, che riguardano un decimo circa del totale. Diversamente dalle accoglienze istituzionali, questa dimostra di reggere di più nel tempo. Stiamo parlando di beneficiari altamente vulnerabili con problemi psichici non sempre rilevabili in fase di selezione. Le Caritas diocesane che li hanno accolti, hanno perciò dovuto fare i conti con problemi nuovi e i risultati non sempre sono stati positivi ». Risultati previsti? «Sapevamo che saremmo intervenuti in contesti estremi, ad esempio con chi è stato prigioniero in Sinai o detenuto nelle galere libiche dopo viaggi traumatici, e non potevamo attenderci integrazioni facili. Ma il 50% che ha tenuto aiuta le comunità, abituate ai migranti economici, a comprendere questi percorsi migratori nuovi. Il risultato è più che soddisfacente: abbiamo coinvolto una rete di migliaia di volontari e famiglie tutor per affrontare complessità inedite». Cambiamenti in arrivo? «Affineremo la selezione e la scelta delle comunità che poi accompagneremo con formazioni specifiche, anche in base ai servizi territoriali presenti. Per quanto riguarda l' occupazione, abbiamo siglato un protocollo per i tirocini formativi dei rifugiati con il ministero del Lavoro». (Avvenire)

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