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Come si raccontano il Bene e il Male

Fabrizio D Esposito Pixabay

Dieci domeniche esatte senza messe, con le chiese vuote

Dieci domeniche esatte senza messe, con le chiese vuote. Ieri il ritorno alla "normalità", nella solennità dell' Ascensione di Gesù in cielo. Non solo. Nel primo giorno festivo coi fedeli tra i banchi si è anche celebrata la 54ª giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, "aperta" quattro mesi fa (il 24 gennaio, memoria di san Francesco di Sales, patrono dei giornalisti) da un messaggio di papa Francesco.

In epigrafe un versetto biblico dell'Esodo, "Perché tu possa raccontare e fissare nella memoria", e poi il forte passaggio iniziale, dedicato al tema della narrazione: "Credo che per non smarrirci abbiamo bisogno di respirare la verità delle storie buone: storie che edifichino, non che distruggano; storie che aiutino a ritrovare le radici e la forza per andare avanti insieme".

Verità, storie buone e un verbo effetto della narrazione: respirare. In opposizione a uno storytelling confuso che può generare falsificazione: "Nella confusione delle voci e dei messaggi che ci circondano, abbiamo bisogno di una narrazione umana, che ci parli di noi e del bello che ci abita. Una narrazione che sappia guardare il mondo e gli eventi con tenerezza; che racconti il nostro essere parte di un tessuto vivo; che riveli l' intreccio dei fili coi quali siamo collegati gli uni agli altri".

La traccia del papa è stato sviluppata in un volumetto che ha lo stesso titolo del messaggio di Bergoglio: La vita si fa storia (Scholé, 190 pagine, 15 euro), curato da Vincenzo Corrado della Cei e Pier Francesco Rivoltella della Cattolica di Milano. Tra le testimonianze raccolte c' è quella di Liliana Segre, sopravvissuta ai campi di sterminio nazisti e senatrice a vita.

Nel suo saggio, Segre affronta il racconto del male, "perché la nostra (storia, ndr) non è solo cattiva, ma riguarda addirittura il 'male assoluto', per sua natura incomprensibile e indicibile". E il "male delle cose" diventa poi il "male dei discorsi". Segre fa sua la distinzione di Primo Levi sull' unicità della Shoah: quella tra "comprendere" e "conoscere". La comprensione può portare a giustificare, semplificare o relativizzare e quindi è "impossibile". La conoscenza è invece una "necessità". (Repubblica)

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