Le visite dei pontefici
Tra "Santa follia" e realismo medievale
Incrociare lo sguardo di Francesco d’Assisi nel 1224 non sarebbe stata un'esperienza rassicurante. Lungi dalle icone eteree e quasi asfittiche della pittura ottocentesca, ci saremmo trovati davanti a un uomo minimalista nell'apparire, ma travolgente nel carisma.
Tommaso da Celano, nella sua Vita Prima, descrive una "mediocrità" fisica figlia di una dieta basata sulla penitenza, statura piccola, barba rada e orecchie sporgenti. Eppure usava il suo corpo come palcoscenico. La voce robusta che scaturiva da quel torace esile era lo strumento di un comunicatore nato, capace di ipnotizzare le folle integrando l’antico ardore cavalleresco a un’umiltà disarmante. Spogliatosi delle vesti di mercante, scelse una "nudità" che lasciava trasparire un'umanità vibrante, segnata dai digiuni e dalle malattie come i disturbi gastrici e la grave infezione agli occhi contratta in Egitto durante la quinta crociata. Tutto in lui suggeriva una leggerezza trasparente, il volto allungato, la pelle scura e le mani sottili evocavano una materia che cercava di farsi spirito. Vestito di lana grezza e spesso scalzo, portava sul corpo i segni di una povertà intesa come massima libertà.
Il suo carattere era un mosaico di virtù cortesi traslate sul piano spirituale. Se prima della conversione era il "re delle feste" di Assisi, intriso di ideali trobadorici e di un certo narcisismo giovanile, dopo la chiamata trasformò quella "cortesia" in amore universale. Trattava il lebbroso come un fratello e il sultano come un pari, ma sotto questa squisita gentilezza batteva un cuore di una radicalità evangelica sconvolgente. La costanza con cui onorava “Madonna Povertà” sfiorava quasi la caparbietà, uomo d'azione e non teorico preferiva l'esempio alla predica, superando i momenti di profonda malinconia attraverso l’esperienza non semplice della "perfetta letizia".
È proprio in questa apparente "follia" che Francesco rivelò la sua più raffinata strategia comunicativa. Scegliendo di essere simplex et idiota, mise in atto una vera e propria scelta esistenziale: simulare la demenza per mandare in corto circuito un sistema sociale ossessionato dal prestigio. Quando si cospargeva il capo di cenere non agiva per squilibrio, ma per compiere un atto simbolico totale. In un’epoca che leggeva il mondo attraverso i segni, Francesco trasformò la propria carne in un testo trascendente.
Le stimmate non furono un "accessorio" medico, ma l’affiorare di una realtà interiore così debordante da rompere gli argini della pelle. Davanti a tale dono ricevuto dall’Altissimo che scardinava le leggi della fisica, i suoi biografi reagirono in modo differente. Se Bonaventura da Bagnoregio agì come l’architetto del suo pensiero, trasfigurando il fatto cronachistico in icona eterna, frate Elia visse il dramma di chi cerca di descrivere l'indicibile con il vocabolario dell'ordinario.
Francesco chiuse la sua esistenza con un gesto di libertà assoluta. Mentre la cecità e il dolore lo divoravano, scelse una morte composta completata del Cantico delle Creature. È il paradosso finale di un uomo martoriato che ringrazia per il sole e le stelle. Morendo nudo sulla terra, rivendicò quella sovranità mentale che lo ha reso un enigma affascinante. Francesco non fu un santo distaccato dalla realtà, ma un "esperimento vivente di Grazia" che visse fino in fondo la propria umanità, trasformando la fragilità fisica in un’esperienza di fede e di forza, mentre il proprio temperamento a servizio del Padre fonte di ogni bene in un canto di pace universale.
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