societa

Cattelan, un dramma in tre atti e basta provocazioni 

Redazione Agostino Osio da Corriere.it

La seconda vita dell'artista

Una mostra seria e silente. Una mostra con sole tre opere, potremmo dire un dramma in tre atti, a tratti cupo e angoscioso, ma anche commovente, che ci parla di dolore, di perdita, di elaborazione del lutto e della ricerca interiore necessaria per trovare un senso di rinascita. E di speranza. Chi si aspetta un Maurizio Cattelan provocatorio e ironico, per capirci il Cattelan de La Nona Ora , con il Papa colpito dal meteorite, o quello di America , con il trumpiano water d'oro, rimarrà deluso. Dopo dieci anni di assenza da Milano, il suo ritorno negli spazi solenni del Pirelli HangarBicocca, trasformati oggi in una immensa cattedrale gotica con Breath Ghosts Blind (letteralmente «Respiro, Fantasmi, Cieco»), ci porta a vivere il rito dell'elaborazione di un lutto collettivo. Un rito laico nel nome dell'arte, ma non per questo meno emozionante e struggente. Quasi fosse una pièce teatrale, la narrazione è scandita nel potente dialogo con l'architettura, dove si rivela anche la qualità curatoriale di Roberta Tenconi e Vicente Todolí, che non a caso hanno scelto la collaborazione di Pasquale Mari, grande esperto di luci nel cinema e nel teatro, per dare forza e mistero alle tre opere. Il primo impatto è con Breath , un'inedita scultura collocata nel buio e nel silenzio dell'immenso spazio e che perciò assume una dimensione sospesa nel tempo. La scultura, illuminata da un fascio di luce che la isola e ne disegna i confini, appare al tempo stesso spettrale e poetica: è a grandezza naturale, in marmo bianco di Carrara, riconosciamo la figura dello stesso Cattelan con accanto un cane, un setter. Entrambi sono distesi, apparentemente sereni, ma qualcosa non torna, la postura ricorda i calchi di Pompei. E così, nasce la domanda. Perché sono lì? Dormono? O sono morti? L'uomo è in posizione fetale, un berretto di lana in testa, intravvediamo solo le pieghe di una maglietta, i piedi nudi. Si sa, l'arte di Maurizio Cattelan rifugge da interpretazioni codificate. Non ci sono risposte, mai. Eventualmente domande. Certo, la scelta del marmo ci porta nella classicità, e il lavoro di Cattelan, a suo modo, è impregnato di storia dell'arte. La figura del cane è ricca di simbolismi: già nella mitologia è rappresentato come il più fedele amico dell'uomo. Ma può avere anche una valenza negativa: non a caso, in alcune rappresentazioni dell'Ultima Cena , viene raffigurato ai piedi di Giuda. Cattelan è troppo intelligente per lasciarsi sfuggire le diverse possibilità di lettura. 

 

E ancora, il titolo: Breath , come se ci fosse un respiro comune, all'unisono, lo stesso che osserviamo quando lungo i marciapiedi incontriamo un senzatetto con il suo cane, soggetto già evocato, come nei manichini di stracci in Andreas e Mattia (1996). Per l'artista è una consuetudine mettere in scena sé stesso, ma è un artificio: il suo volto diventa così metafora, simulacro di altro. E poi, come non pensare all'urlo disperato «I can't breathe», (Non riesco a respirare) di George Floyd? Come sempre, vediamo quello che sappiamo, e «sentiamo» quello che abbiamo già vissuto. E francamente ciò che ci piace vedere è il gesto intimo e la poetica naturalezza della relazione tra l'uomo e il cane. D'altronde, come ricordava il celebre psicoanalista James Hillman: «Siamo ossessionati dal dolore, e per questo siamo ossessionati dall'Anestesia e dalla Distrazione»: Maurizio Cattelan lo sa bene e fa suo questo pensiero. Non solo: chiunque conosca la complessità della sua ricerca sa come l'artista abbia posto al centro del suo lavoro il potere dell'arte nell'esorcizzare la morte: lo ha fatto nel 2004 con Now (il corpo di J.F. Kennedy esposto in una bara) o nel 2007 con All (una scultura in marmo con nove cadaveri ricoperti da lenzuola) o nel 2008 con Daddy, Daddy , (un piccolo Pinocchio riverso a testa in giù in una piscina). Cattelan ha costruito in tutti questi anni un museo di memorie frammentate, come un chimerico e prodigioso anestetico contro il patimento. Lo rivela lui stesso in una lontana conversazione con Giancarlo Politi: «Quando lavoravo all'obitorio avevo a che fare con i cadaveri, cadaveri veri, e mi sembravano così sordi, distanti. Forse è tutta colpa di quel lavoro, ma quando penso a una scultura la immagino sempre così: lontana, per certi versi già morta. Resto sempre sorpreso quando la gente ride di alcune mie opere: forse di fronte alla morte il riso è una reazione spontanea». Certo, in questa mostra, non ti vien proprio da ridere, anzi. E si coglie un nuovo passo. «È diventato più maturo», liquida in una battuta Todolí. 

Magari si può avere un breve moto di compiacimento nel riconoscere i suoi celebri piccioni imbalsamati e collocati all'entrata sopra la grande scritta Pirelli HangarBicocca. Ma non troveremo qui la stessa valenza provocatoria e ironica dei piccioni presentati in due edizioni della Biennale: nel 1997 al Padiglione Italia, nell'edizione curata da Germano Celant, e nel 2011 nel padiglione centrale della Biennale di Bice Curiger. E se prima si chiamavano ironicamente Tourists e poi Others , ora gli uccelli si sono moltiplicati diventando autentici Ghosts , fantasmi che ci osservano dall'alto, dalle pareti, da ogni angolo, e mettono in ansia. Come nel film di Hitchcock gli uccelli sembrano una folla di irrefrenabili colonizzatori, per ora apparentemente quieti, ma pronti ad attaccare. Solo, non sappiamo quando. Sono migliaia, silenziosi e fermi e occupano ogni spazio. Così questa massa di uccelli morti e imbalsamati ci costringe a riflettere su un rovesciamento di visione: forse siamo noi gli intrusi. Non siamo noi che guardiamo, ma siamo noi a essere osservati da migliaia di occhi vitrei. Ma non fanno lo stesso anche le telecamere nelle città? Così, camminando nel vuoto delle navate con un senso di inevitabile inquietudine, si raggiunge il Cubo, là dove venivano provate le turbine, spazio identitario della storica area industriale. Da lontano si percepisce solo una forma astratta, un grande monolite nero. Poi, avvicinandosi lentamente, si entra in un fulmineo viaggio nel tempo: ritorniamo all'11 settembre. Il monolite in resina, dipinto di nero, altro quasi 18 metri, è attraversato dal profilo di un aereo, anch' esso nero. Siamo di fronte alla terza opera della mostra, Blind , in cui la tragedia viene cristallizzata in una essenzialità formale, quasi in contrasto all'assedio di immagini che ha accompagnato l'evento. Cattelan era a New York quel giorno, si stava imbarcando per Chicago e dopo la chiusura degli aeroporti fece a piedi tutta la strada per tornare a casa: ebbe il tempo per vedere, capire, sentire. Ora, a vent' anni da quei giorni, per lui è arrivato il tempo per riflettere con la giusta distanza e lasciare una testimonianza. E lo fa senza retorica, seguendo Elias Canetti: «Trovare il cammino attraverso il labirinto del proprio tempo, senza soccombergli, ma anche senza saltarne fuori». (Corriere della Sera)

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