societa

Arte, ecco la scrittura di Giotto

Eleonora Mancini La Nazione

Assisi, nella Cappella della Maddalena nella Basilica Inferiore di San Francesco

Se le sue pennellate sono inconfondibili, adesso lo sarebbe pure la sua grafia. Grazie alla curiosità di una ricercatrice della Scuola Normale di Pisa, Giulia Ammannati, si aggiungono ora nuove conoscenze su Giotto, il pittore duecentesco fra i padri del Rinascimento italiano. Già nota per essere stata l' autrice di importanti scoperte, fra le quali la retrodatazione dell' eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. flagellò Pompei, l' identificazione del misterioso autore della Torre pendente di Pisa, o la decifrazione e il recupero dei testi nella Cappella degli Scrovegni a Padova, affrescata proprio da Giotto, la Ammannati ha ora identificato il «Giotto scrivente».

Come ha preso le mosse la sua ipotesi?
«Nel ricostruire e decifrare le quattordici didascalie poetiche che corredano le allegorie dipinte da Giotto nello zoccolo delle due pareti laterali della Cappella degli Scrovegni avevo notato l' esistenza di quattro mani che si spartiscono ordinatamente il lavoro. E che quella che avevo individuato come "mano A" esegue i testi più importanti».

Per esempio?
«Le prime quattro virtù: Spes, Karitas, Fides e Iustitia. Era difatti evidente che la distribuzione del lavoro riflette una chiara gerarchia fra gli scriventi».

Quali sono le caratteristiche della "mano A" che lei attribuisce a Giotto?
«Spicca di gran lunga su tutte per armonia, abilità e padronanza esecutiva, con un ruolo guida evidente e con interventi in situazioni di particolare impegno prospettico. Vi è, insomma, una facilità di disegno che assicura risultati di grande equilibrio ed eleganza».

Il suo studio si è poi esteso anche ad altre opere attribuite a Giotto?
«Sì, era naturale. La stessa mano si riconosce, per esempio, nella Sala del Capitolo della Basilica del Santo, a Padova, ma anche a Rimini, nel titulus del Crocifisso oggi nel Tempio Malatestiano, ad Assisi, nella Cappella della Maddalena nella Basilica Inferiore di San Francesco, nella Cappella Peruzzi di Santa Croce a Firenze o nel Polittico Stefaneschi eseguito intorno al 1320 per l' altar maggiore della Basilica di San Pietro in Vaticano».

Ha pensato subito a Giotto?
«No, all' inizio era più facile ipotizzare che la "mano A" potesse essere di un allievo o di uno stretto collaboratore di Giotto che lavora nella sua bottega per oltre vent' anni affiancandolo nei diversi cantieri. Ma un sostegno forte all' ipotesi che si tratti di Giotto stesso è arrivata dal confronto con un' altra opera da lui "firmata"».

Quale?
«La tavola del Louvre con le Stimmate. L' elevata qualità formale ed estetica, il ricorrere di questa mano nelle tappe cruciali della carriera giottesca per oltre due decenni, le modalità d' intervento che selezionano i corredi testuali di maggior pregio letterario o estensione, i punti di particolare rilievo o difficoltà tecnica sono tutti dati perfettamente compatibili con la mano di Giotto più che con quella di qualsivoglia collaboratore o allievo».

Scrivere le didascalie non era di solito una operazione minore rispetto alla "megalografia", la pittura?
«Dobbiamo invece abituarci a pensare che, per Giotto, dipingere scrittura non fosse necessariamente operazione di contorno, da delegare a collaboratori specializzati, ma occasione di diretto interesse anche dal punto di vista intellettuale». Grazie allo studio paleografico ed epigrafico è riuscita a ribaltare alcune certezze degli storici. Per esempio la datazione dell' eruzione del Vesuvio.

«Sì. Dai nuovi scavi nella Regio V di Pompei era emersa una iscrizione a carboncino con la data XVI ante Kalendas Novembres, 16 giorni prima delle Kalende di novembre, cioè il 17 ottobre. Questa si trovava nell' atrio di una casa in ristrutturazione forse proprio prima dell' eruzione. Il carboncino non resiste molto tempo. Questa scoperta avvalora una serie di testimonianze archeologiche e letterarie che avevano fatto ipotizzare agli studiosi un periodo autunnale per l' eruzione, ma questo confliggeva con la datazione al 24 agosto della lettera-testimonianza di Plinio il Giovane. Anche il contesto degli scavi della Pompei sepolta dalla cenere raccontano di un periodo autunnale: bracieri, frutta essiccata, noci, fichi e resti di vinaccia, segno di una recente vendemmia». (La Nazione)

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