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Archicart, Distefano: Il cambiamento è la nostra opportunità

Domenico Marcella Archicart

Con Archicart abbiamo deciso di abitarlo

Abbiamo tutti, almeno una volta nella vita, inscatolato nel cartone quel di tutto e quel di più che ha caratterizzato la nostra esistenza. Affetti e feticci a futura memoria, ma non solo. Da Catania – città ingioiellata da un architettura in cui il nero lavico si azzuffa col chiarore della pietra di Comiso – arriva Archicart, una startup specializzata nella progettazione e nella edificazione di moduli abitativi in cartone ondulato, orientati alla sostenibilità ambientale, alla flessibilità e al risparmio economico. Abbiamo incontrato Dario Distefano, fondatore del progetto.

Dario, non è bizzarro ripensare a quando, in età infantile, si trasformavano gli immensi fogli di cartone in casa-rifugio.
«Non lo è affatto. Osservando i bambini giocare, ci rendiamo conto di cosa rappresenti per l'essere umano la dimensione dell'abitare. Sin da piccoli, nei nostri giochi, cerchiamo di costruire il nostro rifugio temporaneo, lo facciamo con le coperte, con i cuscini, tenuti insieme con le mollette da bucato. Lo costruiamo perché è forte l'esigenza di un luogo in cui riconoscersi e nel quale sentirsi protetti durante le azioni ludiche, con la certezza della sua durata effimera; infatti da lì a poco le coperte e i cuscini dovranno tornare sui letti, e già l'indomani staremo pensando un nuovo rifugio più bello di quello del giorno prima».

Il progetto Archicart, dunque, ha radici profondissime?
«Sì, posso tranquillamente dire che il progetto nasce dallo stesso principio che stava alla base di quei giochi infantili, ovvero dalla consapevolezza che l’architettura debba assecondare la variabilità delle esigenze dell'abitare contemporaneo, e può farlo soltanto se l'ambizione della durata infinita degli edifici e dei materiali che li compongono viene sostituita dall'esigenza di una durata opportuna. L'architettura effimera è proprio questo: il risultato di un progetto pensato per le esigenze abitative attuali, in grado di adattarsi in modo flessibile al cambiamento di queste esigenze, e in grado di durare fino a quando esse non saranno più attuali, per poi essere disintegrato senza lasciare tracce visibili o invisibili nell’ambiente».

Come hai sviluppato Archicart?
«Nel 2014, ho avviato una ricerca – in occasione della mia tesi di laurea – sul materiale che meglio avrebbe potuto rispondere alle esigenze dell'architettura effimera: leggerezza, resistenza, flessibilità, reversibilità. Trattandosi di un materiale altamente resistente, e allo stesso tempo leggero, il cartone ondulato può essere modellato e trasformato in tutti gli elementi della fabbrica edilizia. Nel 2015, dopo aver depositato il brevetto, ho condiviso il progetto con coloro che sarebbero diventati i miei soci: Mario, Nicola, Gianfranco e Raoul. Abbiamo successivamente costituito una start-up innovativa che ha dato il via al marchio “Archicart - architettura di cartone” che sublima al meglio il risultato del nostro lavoro».

Progetto che si è ulteriormente evoluto durante il tuo dottorato di ricerca.
«Sì, proprio durante il dottorato di ricerca svolto presso il Dipartimento di Ingegneria Civile e Architettura (DICAR ) dell’Università degli Studi di Catania. Nel 2018 – all’indomani di uno studio sulle soluzioni che possano rispondere all'emergenza abitativa seguente a eventi di crisi, come calamità naturali o richiedenti asilo – ho messo a punto un modulo abitativo prefabbricato realizzato con la nostra tecnologia brevettata dei “Pannelli Alveolari in Cartone Ondulato”, pensato per essere assemblato in poco tempo dalle stesse vittime dell'evento di crisi».

Qual è il punto di forza di questi moduli abitativi?
«I punti di forza sono numerosi, ma se dovessi sceglierne uno direi la reversibilità. L'edificio in cartone può essere smontato nei suoi componenti senza lasciare alcuna traccia nel sito. I suoi componenti possono essere riassemblati in un altro luogo oppure ridotti nei loro materiali base e riciclati. Ma non è tutto. Il modulo abitativo prefabbricato con struttura portante in cartone ondulato è stato montato per il 68% da persone non qualificate, guidate nel processo di auto-costruzione da un gruppo di esperti.

E poi, per concludere, il comfort. Pensare a un edificio in cartone è già difficile, figuriamoci se è possibile immaginare che possa essere anche confortevole. Ebbene, le prestazioni ambientali sono state monitorate per un intero anno senza impianti di condizionamento attivi, e i risultati sono stati decisamente incoraggianti».

E l’esposizione alle intemperie?
«Posso dire senza il dubbio di essere smentito che il modulo abitativo in cartone ondulato realizzato presso la Cittadella dell'Università di Catania resiste a tutto.
Inaugurato a settembre 2018, già a ottobre le piogge superarono i 400 millimentri; mentre a dicembre si è verificato uno dei terremoti più forti degli ultimi anni di magnitudo 4.8. Per non parlare delle eruzioni dell'Etna, quella di dicembre 2018 di carattere stromboliano ha ricoperto di lapilli e cenere tutto l'hinterland catanese. Anche quella di luglio 2019 non è stata da meno. Ma il pericolo più preoccupante per un edificio di soli 4000 chilogrammi è stato il vento, che tra il 2019 e il 2019 ha registrato a Catania raffiche di oltre 90 chilometri-orari».

Non è una provocazione, ma una semplice curiosità. I moduli sono ignifughi?
«Nessun edificio o materiale da costruzione può dirsi immune agli incendi. La caratteristica che si osserva è il tempo di fuga che un edificio lascia ai suoi occupanti in caso di incendio. Più in generale riguardo il comportamento rispetto al fuoco di un edificio composto per la maggioranza del suo peso di materiale organico: il cartone ondulato presenta una superficie molto compatta che esposta al fuoco brucia senza produrre fiamma. Con opportuni trattamenti che sono in corso di sperimentazione, stiamo incrementando la resistenza alla fiamma del materiale in modo da allungare il più possibile il tempo di fuga per gli occupanti. In tal senso sarà fondamentale la ricerca che avvieremo a breve, che si occuperà di sviluppare un nanomateriale in grado di rendere ignifugo e idrofugo il cartone ondulato».

Fra gli aspetti più affascinanti del progetto vi è il non-trascurabile dettaglio della seconda vita di tutti i moduli abitativi.
«Proprio così. A gennaio abbiamo avviato le procedure per lo smontaggio di un edificio e abbiamo fatto richiesta all'Assessorato dello Sviluppo Economico del Comune di Giarre di un sito, all'interno della “zona artigianale” della cittadina, dove poter ricostruire il modulo abitativo e proseguire la ricerca con gli opportuni aggiornamenti. Chiaramente l'emergenza sanitaria legata al Covid-19 ci ha costretti a rimandare, ma riavvieremo tutto con la ripresa delle attività».

Da Catania, perla barocca incastonata nel Sud più profondo, parte una lezione eco-friendly per il Mondo intero.
«Il Mondo ci chiede di cambiare, di rivoluzionare le pratiche tradizionali non più sostenibili e di reinventare le nostre professioni in favore di nuovi metodi e soluzioni più sostenibili. Noi del profondo Sud siamo maestri in questo. Siamo trasformisti. Sappiamo "darci verso" come si usa dire dalle nostre parti, ovvero sappiamo inventare e trovare soluzioni perché siamo abituati a risolvere i problemi».

Dario, il futuro, dunque, sarà tutto all’insegna della bio-architettura?
«La bio-architettura è già presente, ma si può fare ancora tanto. Voglio lanciare una provocazione dicendo che penso sia anacronistico riferirsi alla sostenibilità come a una proprietà eccezionale delle tecniche e dei materiali da costruzione. La sostenibilità deve essere ordinaria. Il nostro presente deve essere sostenibile perché altrimenti non ci sarà un futuro di cui parlare. Non credo che l'uomo possa continuare a considerare eccezionale la sostenibilità per pensare di porre rimedio con l'ingegno agli effetti che avrà prodotto. Non ridurremo il buco nell'Ozono con una formula chimica, non ridurremo la temperatura globale con un'invenzione. Se c'è un effetto positivo che la pandemia da Covid-19 ha prodotto è la certezza che il rallentamento dell'attività dell'uomo crea benessere per il pianeta. Il cambiamento è la nostra opportunità e noi di Archicart abbiamo deciso di abitarlo».

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