societa

Alla ricerca degli abbracci perduti

Alberto Manguel - Repubblica Pixabay

Il tatto è la nostra prima, indispensabile forma di comunicazione

Condotto da Virgilio sulla spiaggia alle pendici del Monte Purgatorio, Dante vede approdare una nave di anime e tra la folla dei salvati in procinto di compiere i rituali di purificazione riconosce il suo vecchio amico, il musicista Casella.

I due si vanno incontro e cercano di abbracciarsi, ma Dante si ritrova a stringere l’aria: l’anima di Casella è incorporea. Il gesto tuttavia è istintivo, sia per Casella che per Dante. Essendo cresciuti nell’esuberante e sensuale Firenze, «contenti a la pelle scoperta», vogliono toccare la persona che amano. I codici tattili variano, come sappiamo, da cultura a cultura.

Andando a trovare i genitori nel suo paesetto inglese dove non tornava da un paio d’anni, la mia ex moglie venne accolta con un bel sorriso e un cenno del capo, corredati da un «Com’è andato il viaggio?», come se fosse stata fuori per una scampagnata. Io e il mio compagno, sbarcati a Buenos Aires dove volevo presentarlo alla mia famiglia, fummo accolti da un’orda di dieci o venti parenti, tutti smaniosi di abbracciare, baciare e scompigliare i capelli del mio partner, infischiandosene beatamente dei cartelli che imponevano di non oltrepassare le barriere che separano la zona dei controlli doganali dal resto dell’aeroporto.

L’incontro fra un canadese e un argentino produce un interessante esercizio di coreografia: mentre l’argentino si avvicina per abbracciarlo, il canadese inizia a ritrarsi e i due finiscono per eseguire una sorta di pas-de-deux per la stanza finché il canadese non viene messo all’angolo, spalle al muro, con l’argentino che lo blocca saldamente in quella posizione serrando entrambe le braccia. In Argentina, conoscenti in preda a violenti raffreddori, con tanto di naso che cola e tosse lancinante, si offendono se non li baciate due o tre volte per guancia. Quando ero direttore della Biblioteca nazionale, dove avevamo uno staff di quasi novecento persone, venivo baciato (e ribaciavo a mia volta) due volte al giorno, all’entrata e all’uscita, da tutti, giovani e meno giovani, maschi e femmine. Ogni giorno il mio cuore di canadese d’adozione tremava al solo pensiero di questo rituale, specialmente in inverno.

Culture diverse hanno norme diverse per regolare il contatto fisico. Nel XVIII secolo non bisognava guardare dritto in faccia i monarchi, come si fa oggi con le donne di certe sette islamiche. Non si può parlare alle suore di clausura né alle guardie di Buckingham Palace quando sono in servizio. Eppure la vista, la parola, il tatto sono gli strumenti che usiamo per comunicare fra di noi: il linguaggio è formato da un intreccio di questi tre elementi. Il modo in cui guardiamo qualcuno, il tono che usiamo quando ci rivolgiamo a lui o a lei, la distanza a cui ci poniamo con il nostro corpo, la nostra mano, il nostro viso, hanno altrettanto significato (a volte anche di più) delle parole che usiamo. Ma la persona che compie l’azione e il destinatario possono interpretare questo significato in modi completamente diversi.

Walt Whitman parlava del bisogno umano di toccare l’altro, un bisogno che riconosce l’esistenza fisica dell’altro: «Io semplicemente smuovo, premo, tasto con le dita, e sono felice, toccare con la mia persona quella di qualcun altro è pressappoco il massimo ch’io possa sopportare». C’è un racconto di Sherwood Anderson, Hands, presenza ricorrente nelle antologie, in cui un insegnante abituato a dare pacche sulle spalle e ad abbracciare i suoi studenti in classe, viene accusato da un ragazzo di molestie ed è costretto a cambiar nome e lasciare per sempre la città. L’insegnante è mosso dall’affetto verso i suoi studenti, ma il gesto viene frainteso e le conseguenze sono tragiche. La domanda è: chi decide qual è il significato implicito di un contatto? Chi stabilisce che un abbraccio, una pacca sulla spalla, un bacio sulla guancia sono atti carichi di connotati sessuali, non consensuali, una violazione dello spazio privato di qualcun altro, o invece qualcosa di totalmente diverso, un riconoscimento della presenza dell’altro nel mondo, una vera dimostrazione di attenzione e cortesia verso l’altro? Ovviamente, qualsiasi atto di comunicazione, per quanto innocente, può essere permeato della consapevolezza del potere detenuto dalla persona che avvia il contatto. Il bacio di un bambino non è equivalente a quello di un adulto, specialmente se l’adulto è un insegnante, un prete o un allenatore. Joe Biden è notoriamente un tipo cordiale, abituato a dispensare abbracci, baci e pacche sulle spalle a destra e a manca. Come candidato alla Casa Bianca, però, dovrebbe essere più prudente e sforzarsi di trovare un equilibrio fra le manifestazioni fisiche di affetto e l’esigenza di cautelarsi dalle possibili reazioni delle persone che incontra. Non è impresa facile, sia nella cultura nordamericana, che mantiene un circolo di riservatezza invalicabile intorno alle persone, sia in una cultura come quella argentina, che considera la mancanza di contatto fisico indice di superbia e disprezzo.

Nel mio caso, nonostante le mie canadesi cautele, alla Biblioteca nazionale non avevo modo di sottrarmi all’orgia di baci quotidiani senza offendere nessuno, e la consuetudine ha prevalso sulla prudenza. Dalle mie numerose esperienze di incontri sociali, sia in Canada che in Argentina, non ho ricavato nessun prontuario, se non il fatto di essere sempre esageratamente allerta per valutare la reazione dell’altra persona mentre mi avvicino, tendendo la mano o spalancando le braccia, per comunicare con i miei simili. Come diceva Diana Ross nella sua commovente canzone: «Reach out and touch / Somebody’s hand / Make this world a better place / If you can...» (Allunga la mano e tocca quella dell’altro / rendi questo mondo un posto migliore / se puoi...).

Da Repubblica, Traduzione di Fabio Galimberti

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