religione

Ravasi: Il concetto di libertà per l’Apostolo delle genti

Gianfranco Ravasi Il Sole 24 Ore

Riavrai Onesimo non più come schiavo, ma come fratello carissimo, per me e ancor più per te, sia come uomo sia come fratello nel Signore». Sono un paio di righe desunte per l’esattezza dai versetti 15-16 - dell’ultimo biglietto che san Paolo, ormai «anziano e in carcere» (v. 9), indirizza a un certo Filemone, un amico ricco e generoso, collaboratore nell’annunzio del Vangelo di Cristo, nella cui casa si radunava una comunità di cristiani, anche se è ignota la località (vv. 1-2). A lui l’Apostolo chiede un favore un po’ sorprendente. Durante la sua carcerazione - forse si tratta degli arresti domiciliari a Roma in attesa del processo finale presso la suprema cassazione imperiale - Paolo aveva incontrato e «generato» alla fede uno schiavo di nome Onesimo (vv. 10-11).

Ebbene, costui era fuggito proprio dalla casa di Filemone: secondo il diritto romano doveva essere restituito al padrone che ne poteva decidere la sorte come più gli gradiva, anche condannandolo a morte. L’Apostolo avanza una richiesta che illumina in modo inequivocabile la trasformazione che il cristianesimo stava innestando nella società pagana. «Caro Filemone - dice in pratica Paolo - devi riaccogliere Onesimo non solo non vendicandoti, ma neppure rimettendolo a fare lo schiavo, bensì lo devi abbracciare come un fratello carissimo». Tale egli è, continua l’Apostolo, non solo perché è un uomo come te e me, ma soprattutto perché ora è cristiano e quindi «fratello nel Signore». Anni prima, infatti, Paolo ai Galati aveva scritto che «non c’è più schiavo né libero, ma tutti sono uno in Cristo Gesù» (3,28).

In questa luce lo schiavo, divenuto fratello, è come se fosse un dono divino offerto a Filemone, il suo antico padrone, e Paolo intesse al riguardo anche un giuoco di parole sul nome Onesimo, che in greco significa «utile»: «lui, un giorno, ti fu inutile [fuggendo e ribellandosi], ora è utile a te e a me» (v. 11). Anzi, nella Lettera si aggiunge pure un pizzico di ironia quando l’Apostolo annota: «Se in qualcosa ti è debitore, metti tutto sul mio conto. Io, Paolo, lo scrivo di mio pugno: pagherò io. Per non dirti, però, che anche tu mi sei debitore, e proprio di te stesso» attraverso la conversione alla fede (vv. 18-19). Si abbattono ormai le classi, perché «noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito, in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi» (1Corinzi 12,13). E i padroni - come aveva scritto agli Efesini - devono «mettere da parte le minacce contro gli schiavi, sapendo che il Signore, loro e vostro, è nei cieli e in lui non vi è preferenza di persona» (6,9).

San Paolo, dunque, esce di scena con questo delizioso biglietto, segno di amore, di libertà e della novità cristiana. C’è nelle righe finali un bagliore di speranza nel futuro: «Intanto preparami, o Filemone, un alloggio, perché, grazie alle vostre preghiere, spero di essere restituito a voi» (v. 22). Il sospetto è che questo sogno non si sia realizzato, prima che la spada troncasse a testa dell’Apostolo, sotto Nerone imperatore. Abbiamo lasciato uno spazio così ampio a questo scritto paolino perché siamo consapevoli che non pochi nostri lettori potrebbero manzonianamente reagire con la battuta: «Filemone, chi era costui?». E questo è talmente vero che l’editore del testo di cui ora diremo qualcosa, anziché adottare la versione del titolo originale francese esplicito A Philémon. Refléxion sur la liberté crétienne, ha optato per un anodino Sulla soglia della coscienza. L’autore, il domenicano parigino Adrien Candiard, classe 1982, impegnato al Cairo nel dialogo islamo-cristiano, giustamente fa notare che «delle molte lettere paoline entrate nel Canone del Nuovo Testamento, i cattolici stessi conoscono un numero minimo di stralci, molto densi, un po’ aridi, dallo stile complesso e sintetico». Eppure dei 5.621 versetti del Nuovo Testamento ben 2003 sono occupati dal corpus delle tredici lettere dell’Apostolo. In realtà, da tempo gli studiosi, a partire dal Settecento (ci ha provato persino il filosofo Schleiermacher), si orientano a stendere una linea di demarcazione tra lettere chiaramente da assegnare a Paolo (e tra queste, i due estremi sono la cattedrale teologica della Lettera ai Romani coi suoi 432 versetti, e il biglietto a Filemone coi suoi 25 versetti) e scritti deuteropaolini, da connettere all’evoluzione stessa del suo pensiero attraverso l’elaborazione di discepoli (tra esse, ad esempio, quelle agli Efesini e ai Colossesi).

Sperando, dunque, che si ritorni alla lettura dell’epistolario paolino integrale - che è stato uno dei capisaldi non solo della teologia cristiana, ma anche della stessa civiltà occidentale (come non citare Lutero e la Riforma protestante, fieramente ancorata alla dottrina dell’Apostolo?) - diamo un’occhiata anche all’opera di Candiard, nata da alcune letture paoline «con un piccolo gruppo di giovani cristiani francofoni del Cairo». Ci si accorge di questa matrice a causa di due segnali. Da un lato, una certa ripetitività e discorsività, con qualche schizzo di retorica ecclesiale e con un linguaggio sintonico con la sensibilità di giovani cristiani convinti. D’altro lato, c’è invece lo sforzo di assumere un dettato «giovanilistico», qua e là chiazzato da battute vivaci come quelle prontamente riproposte nell’antina o nella quarta di copertina: «I conti del farmacista non hanno molto a che vedere con un grande amore… Un colpo di fulmine amoroso ci trasforma più profondamente della lettura del Codice penale… Non ho niente contro i ragionieri, ma la grazia di Dio non rientra, per definizione, in un foglio Excel».

La sostanza del testo ha in filigrana, però, il cuore del pensiero di Paolo, anzi, la sua stessa esperienza vitale e interiore, a partire dallo shock della via di Damasco. Certo, alla radice c’è il tema della liberazione dello schiavo Onesimo, ma agli occhi dell’Apostolo esso fiorisce nel cielo di una libertà ben più radicale che costituirà la struttura fondante della sua teologia. Opponendosi alla mera prassi morale come strumento autosalvifico-liberatorio, egli introduce l’irrompere della grazia divina che precede ed eccede la stessa ricerca umana. Formidabile è la citazione isaiana cara a Paolo: «Dice il Signore: Io mi sono fatto trovare anche da quelli che non mi cercavano, mi sono rivelato anche a coloro che non chiedevano di me» (Romani 10,20).

Questo dovrebbe essere tenuto in considerazione da quei credenti che «preferiscono essere schiavi che ricevono ordini e vengono puniti, anziché amici che sono guardati negli occhi». È la sicurezza dell’osservanza moralistica, rispetto al rischio della libertà e dell’amore cristiano che è donato da un’epifania e accolto nella freschezza della fiducia e dell’esistenza trasformata. Aveva, perciò, ragione Paul Claudel, citato da Candiard: «Per fortuna c’è Gesù Cristo che ci ha liberati dalla morale».

Non per nulla Paolo afferma che le opere della legge non producono la fede, ma è la fede che genera le opere giuste. Interessante, sempre in questa linea, è l’ampia riflessione sulla castità, spogliata dai pruriti sessuali, così come una suggestiva rilettura della famosa scena evangelica di Marta e Maria, sullo «stare in cucina oppure in salotto». Da Il Sole 24 Ore del 22 novembre 2020 – Gianfranco Ravasi

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