religione

Piemontese: 'Un frate minore, vescovo'

Giuseppe Piemontese

La riflessione del vescovo di Terni, Giuseppe Piemontese

L’annuncio della nomina di un vescovo è motivo di gioia per le comunità cristiane e spesso anche per gli interessati. Un nuovo pastore è evento di Grazia e motivo di speranza per la comunità, che fa festa perché confida nella guida amorevole e zelante del successore degli apostoli per sperimentare la presenza di Gesù, Buon Pastore. I Sommi Pontefici spesso chiamano a tale ufficio pastorale membri di Congregazioni religiose, ritenendoli idonei per missioni particolari in determinati luoghi, specie nelle terre di missione. Tuttavia se leggiamo le biografie di San Francesco d’Assisi e le Fonti Francescane restiamo sorpresi nel notare la ritrosia, se non l’opposizione del Poverello a che i suoi frati fossero elevati alla Prelatura, alla dignità episcopale.

Francesco, al cardinale Ugolino, il futuro Gregorio IX, amico del Santo, che proponeva di scegliere tra i frati vescovi per rinnovare la Chiesa e in segno di riconoscimento per l’Ordine dei Minori, disse senza esitazione: «Signore, i miei frati proprio per questo sono stati chiamati Minori, perché non presumano di diventare maggiori. Il nome stesso insegna loro a rimanere in basso ed a seguire le orme dell’umiltà di Cristo, per essere alla fine innalzati più degli altri al cospetto dei Santi. Se volete – continuò – che portino frutto nella Chiesa di Dio, manteneteli e conservateli nello stato della loro vocazione, e riportateli in basso anche contro loro volontà. Per questo, Padre, ti prego: affinché non siano tanto più superbi quanto più poveri e non si mostrino arroganti verso gli altri, non permettere in nessun modo che ottengano cariche» (FF742).

Francesco voleva anche tenere lontana la tentazione dell’orgoglio, particolarmente viva per chiunque, anche per un frate minore. “E aggiungeva: «Nella prelatura, la caduta; nella lode, il precipizio; nell’umile stato di suddito, il guadagno per l’anima”. (Leggenda Maggiore FF 1109) Ma Francesco ha raccomandato anche l’obbedienza al papa: “Sempre sudditi e soggetti alla Santa Chiesa” (FF 108). E nella terza Ammonizione scrive: “Abbandona tutto quello che possiede e perde il suo corpo e la sua anima l’uomo che totalmente si affida all’obbedienza nelle mani del suo superiore, e qualunque cosa fa o dice e che egli stesso sa che non è contro la volontà di lui, purché sia bene quello che fa, è vera obbedienza”. (FF. 148)

L’esistenza di un francescano, chiamato all’episcopato, viene sconvolta non tanto e non solo per la particolarità del ministero che intraprende, quanto perché subisce cambiamenti nell’ organizzazione generale della sua vita, nelle abitudini quotidiane, negli orari, nella modalità di esprimere la sua spiritualità, nella natura delle incombenze molto diverse dalla vita di fraternità.

Il frate minore chiamato all’episcopato è inviato a esercitare il carisma episcopale con la specifica identità di discepolo di Francesco d’Assisi, secondo il suo stile e ardore apostolico. Le caratteristiche identitarie e carismatiche, di cui è portatore, investono il suo apostolato non tanto nelle forme esteriori, quanto nelle motivazioni delle sue scelte e nell’impronta qualitativa e spirituale di tutta l’azione pastorale.  Un vescovo francescano si riconosce dallo stile di vita, dalle scelte pastorali, dallo spirito con cui vive e che rimanda al profumo della sua famiglia carismatica di appartenenza, da cui difficilmente a livello interiore, riesce a staccarsi o distanziarsi.

Il Cristo Crocifisso e Risorto, di cui il Padre san Francesco è stato fedelissima immagine, è il vangelo professato e predicato. E il libro dei Vangeli, la sua regola di vita, viene posto a capanna sul capo dell’Ordinando nel rito della consacrazione episcopale per essere fonte di trasformazione della sua mente, dell’intelligenza e dei pensieri.

L’Eucarestia, celebrata, adorata e vissuta insieme alla comunità, è il fulcro del suo ministero. La dedizione incondizionata e la fedeltà per la Santa Madre Chiesa e i suoi ministri, dai più elevati ai più umili e poveri, totale nella sostanza e nelle forme, è non solo il segno della fedeltà alla Sposa di Cristo, che dovrà custodire (l’anello gli ricorderà sempre questa fedeltà), ma anche lo stile di Francesco.

L’esperienza della fraternità, della comunione, specie in un mondo diviso e di solitudine, è uno degli suoi apporti più qualificanti e distintivi, trasmessa ad ogni livello di relazioni: nella comunità ecclesiale, nel Presbiterio, nelle associazioni, nella società civile. L’umiltà e la semplicità distinguono il suo portamento nelle relazioni ordinarie, in contesti istituzionali e in quelli informali.

La povertà evangelica, speciale eredità del Poverello di Assisi, non può essere dimenticata mentre vive nel palazzo del vescovado, per cui l’attenzione ad ogni uomo, specie ai poveri, è la proclamazione delle Beatitudini evangeliche per sé e per il gregge a lui affidato. Il suo slancio missionario, ad intra e ad gentes, spinge la sua porzione di Chiesa a non chiudersi in sé stessa e testimoniare la stessa passione che spinse i primi Frati Minori a portare il messaggio evangelico tra i vari popoli europei e “tra i Saraceni e gli altri popoli infedeli”. La devozione a Maria, “Vergine fatta chiesa”, è la sua abituale abitazione e rifugio nei momenti di debolezza umana e stanchezza fisica e morale. L’attenzione ai temi cantati nel Cantico di Frate Sole, e precisamente della creazione, della giustizia, della pace, della fraternità universale sono la piattaforma del dialogo con uomini e donne di ogni nazione, cultura, credo religioso e appartenenza politica.

Essere vescovo è un onore che comporta una responsabilità grande. Per un francescano è una sfida che lo proietta verso i traguardi della evangelizzazione e missione pastorale apostolica e avendo come essenziale riferimento il Serafico Padre San Francesco, che riflette e fa trasparire Cristo, Pastore bello e buono, che guida il suo popolo.

+ Giuseppe Piemontese OFM Conv Vescovo di Terni-Narni-Amelia

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