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Napoli e il rapporto con il suo patrono, San Gennaro

I santi patroni delle città, tesoro culturale e spirituale d’Italia

di Antonio Tarallo
Napoli e il rapporto con il suo patrono, San Gennaro
Credit Foto - ANSA

Dei malviventi entrano nel Duomo di Napoli. Vi è un’anziana signora, in ginocchio davanti la statua di San Gennaro. Parla con lui, con tono confidenziale, come a un amico: “Io la cartolina l’aggio spedita, come hai detto tu. Con i trecento punti. E come mai non è arrivato niente?  La lavatrice non è arrivata! Io aspettavo te che ci mettevi una buona parola”. E’ uno dei fotogrammi più famosi della storia del Cinema italiano, uno dei fotogrammi più divertenti dei film girati negli anni ’60, ma che tutt’oggi è impossibile dimenticare. Sappiamo tutti che stiamo parlando dell’intramontabile “Operazione San Gennaro”, con un brillantissimo Nino Manfredi e altri attori d’epoca (compreso Totò, una delle sue ultime apparizioni), diretti dal maestro della commedia italiana, Dino Risi. La citazione di questa scena è un modo solamente per dare un po’ l’idea di quello che è stato, ed è anche nell’oggi secolarizzato – per molti napoletani – il rapporto con il loro santo patrono, San Gennaro. In fondo, nel cuore e nella mente dei fedeli (e perché no, anche di chi non crede) è sempre rimasto un amico sincero a cui poter confidare tutto: le delusioni, le speranze, i problemi di ogni sorta (dai materiali ai spirituali), per poi poter chiedere la sua intercessione, “il trattamento”, così con sottile ironia, l’aveva definita Massimo Troisi in un altro video, ormai divenuto famoso – alla stregua del film di Risi – chiamato proprio “San Gennaro”.

Tralasciando, però, la fantasia della scena (seppur in una certa maniera tanto fantasia, alla fine  non è), per parlare del santo, dobbiamo annoverare un importante momento che viene vissuto, ogni anno, per tre volte, dalla cittadinanza partenopea. E’ il momento tanto atteso, in cui s’intreccia devozione popolare e fede: è il miracolo del sangue di San Gennaro, che avviene nei giorni del   16 dicembre, il sabato precedente la prima domenica di maggio (ricorrenza del trasferimento del corpo del santo da Pozzuoli a Napoli) e il 19 settembre, giorno della festa del santo. Bisogna precisare che il termine “miracolo” – seppur così viene conosciuto – è improprio perché secondo la Chiesa si tratta di “prodigio”. Un evento inspiegabile dalla “ragione”, ma non da considerarsi “miracolo”. Ma cosa avviene durante questo famoso “prodigio”? Dobbiamo recare attenzione all’ampolla-reliquia del sangue del santo che, conservata in una preziosa teca nel Duomo di Napoli, viene – nei giorni che abbiamo indicato sopra – presa dal Vescovo di Napoli e agitata e poi mostrata ai fedeli. E’ il “prodigio” della liquefazione. Il sangue, che secondo la tradizione fu raccolto dal corpo del patrono della città dopo il suo martirio, da “solido” passa a “liquido”, segno di protezione da parte di San Gennaro. Il Duomo vive questa attesa con profonda commozione e una buona dose di “agitazione” un po’ tutta partenopea, diciamo così. In maniera, a volte, più che “folcloristica” – è vero – ma che esprime bene il profondo sentimento d’unione, e amore – lo dicevamo in apertura –tra la cittadinanza e il suo santo patrono, in maniera sviscerale, direi. E, certamente, questo appartiene un po’ alle relazioni che il “tipico” napoletano instaura, in generale, forse influenzato anche da quel retaggio greco della Traghedia, che rimane tessuto epidermico del popolo.  E così avviene, molte volte, con la fede, molte volte “accesa”, “popolare” appunto, dove il termine non è di certo Prima di passare, però, al racconto della vita del santo, una piccola precisazione-curiosità storica. La teca dell’ampolla con il sangue, non è solo una. Ebbene sì, perché le ampolle, in verità sono due: una riempita del “misterioso” sangue, e l’altra è semivuota perché Carlo III di Borbone ne sottrasse il contenuto per portarlo in Spagna.

S. Gennaro nacque, secondo la tradizione, molto probabilmente, il 21 aprile dell'anno 272.   Il dove, rimane ancora incerto. Alcune fonti, dicono a Napoli, altre a Benevento, essendone stato poi Vescovo. Di nobile famiglia, predilesse fin dalla sua giovinezza la vita ecclesiastica.  A trent’anni, giovanissimo, divenne sacerdote. Divenne, in seguito, Vescovo di Benevento.  E’ nel periodo delle persecuzioni di Diocleziano, che si inserisce il suo martirio. Egli conosceva il diacono Sosso (o Sossio) che guidava la comunità cristiana di Miseno e che fu incarcerato dal giudice Draconzio, proconsole della Campania. Gennaro una volta venuto a conoscenza di questo accadimento, volle recarsi da lui, Sosso, per portargli il suo conforto in carcere, insieme a due compagni, Festo e Desiderio. Draconzio, governatore della Campania, fece arrestare i tre, provocando così le proteste di Procolo, diacono di Pozzuoli. Alla voce di Procolo, contro tale gesto, si aggiunse anche quella di due fedeli cristiani della stessa città, Eutiche ed Acuzio. Fu così che i tre, furono arrestati e condannati – insieme agli altri – a morire nell'anfiteatro, sbranati dagli orsi. Ma durante i preparativi, il proconsole Draconzio, si accorse che il popolo dimostrava la sua vicinanza ai prigionieri, e quindi prevedendo disordini durante i cosiddetti giochi, cambiò decisione. Il 19 settembre del 305, i prigionieri furono decapitati.  Alcune fonti storiche affermano che nel luogo del supplizio sorse una chiesa in ricordo del loro martirio. Il corpo di Gennaro, invece, sarebbe stato sepolto nell'Agro Marciano, per poi essere traslato, nel V secolo, dal duca-vescovo di Napoli Giovanni I, nelle Catacombe di San Gennaro.



Antonio Tarallo

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