religione

La 'chiarezza' di Chiara

Antonio Tarallo wikipedia_webartgallery

Ritratto di una donna decisa, chiara con se stessa e con la propria epoca

Chiara, chiarore, chiarezza: tutte parole che riconducono la mente a un solo concetto, la luce. E se c’è luce, c’è verità. Quante volte utilizziamo, nel nostro parlare abituale, frasi del genere: “questo è chiaro!”, oppure “ grazie per la chiarezza della tua esposizione”, o anche “tutto si è palesato ai nostri occhi chiaramente”. Che bella la chiarezza! Forse, non ci pensiamo poi così tanto a quanto sia importante una dote del genere. Eppure se non c’è “chiarezza” il messaggio - qualsiasi messaggio che si voglia dare, ad esempio, ad un interlocutore - non arriva, non “passa” diremmo. E, invece, grazie solo alla “chiarezza” è possibile il dialogo: semplice strumento della comunicazione. E di comunicazione, se ne intendeva parecchio la nostra Chiara di Assisi, donna moderna, donna oltre il proprio tempo, per diversi aspetti. E soprattutto una donna “chiara” con tutti, a cominciare da sé stessa. Che non è, poi, cosa semplice, lo sappiamo bene.

È stata “chiara” con la sua famiglia, senza nessun compromesso. Sentita la chiamata, si oppone alla famiglia che vede per lei la vita di ogni ragazza “di buona famiglia” dell’epoca. Chiara cerca di far capire ai genitori il suo disegno di vita, o meglio il disegno che aveva Dio per lei. La sera della domenica delle Palme del 1211 (o 1212) la bella ragazza appena diciottenne fugge dalla sua casa in Assisi e corre alla Porziuncola, dove l’attendono Francesco e il gruppo dei suoi frati minori. Le fanno indossare un saio da penitente, le tagliano i capelli e poi la ricoverano in due successivi monasteri benedettini, a Bastia e a Sant’Angelo. Chiara è stata “chiara” fin da subito: la chiamata al servizio di Dio non poteva, certo, attendere.

È stata “chiara” con Francesco. Chiara non fugge di casa “per andare dalle monache”, ossia per entrare in una comunità già prestabilita: vuole dare vita a una famiglia di claustrali radicalmente povere, come singole e come monastero, viventi del loro lavoro e di qualche aiuto dei frati minori, immerse nella preghiera per sé e per gli altri, al servizio di tutti. E con San Francesco è “chiara”: da lui, ottiene una prima regola per il nuovo ordine religioso, fondato sulla povertà. Francesco - è vero - consiglia, Francesco ispira, Francesco l’aiuta ma è lei a decidere, bisogna pur sempre specificarlo. Grazie a quella sua decisione - in un certo modo - preannuncia la forte iniziativa femminile che il suo secolo e il successivo vedranno svilupparsi nella Chiesa. E’ “chiara” con il suo tempo.

È “chiara” anche quando scrive ad Agnese, la beata Agnese di Praga: “Sorella carissima, o meglio signora degna di ogni venerazione, poiché siete sposa, madre e sorella del Signor mio Gesù Cristo, insignita dello smagliante stendardo della inviolabile verginità e della santissima povertà, riempitevi di coraggio nel santo servizio che avete iniziato per l’ardente desiderio del Crocifisso povero”. “Riempitevi di coraggio”: non usa “mezze misure” in questa lettera, arrivando subito al “punto”. A ciò che più gli preme: infondere coraggio ad Agnese. Oppure, come scrive nella sua seconda lettera: “Memore del tuo proposito, come un’altra Rachele, tieni sempre davanti agli occhi il punto di partenza. I risultati raggiunti, conservali; ciò che fai, fallo bene; non arrestarti; ma anzi, con corso veloce e passo leggero, con piede sicuro, che neppure alla polvere permette di ritardarne l’andare, avanza confidente e lieta nella via della beatitudine che ti sei assicurata”. Un periodare così “chiaro”, un’espressione così lineare, è davvero sorprendente. In queste parole c’è tutta la “chiarezza” della determinazione di Santa Chiara: raccomanda sì queste parole ad Agnese, ma è come se le scrivesse per sè stessa, in fondo. E lo fa, con proverbiale “chiarezza”.

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