religione

Il cattolicesimo proiettato verso il futuro

Gianpaolo Romanato civiltacattolica.it

L'avvenire disegnato dal Concilio Vaticano I

Il Concilio Vaticano I si aprì nella basilica di San Pietro l' 8 dicembre 1869 e lavorò fino al 18 luglio del 1870, giorno in cui, mentre Roma era oscurata da un temporale che le cronache del tempo definiscono apocalittico, approvò la costituzione Pastor Aeternus, che proclamava come verità dogmatica l' infallibilità papale in materia di fede e costumi, quando il pontefice parla ex cathedra. Era la decisione più importante, quella per cui il concilio era stato convocato, ma l' assemblea non si era conclusa lì. E invece il giorno seguente scoppiò la guerra tra Francia e Prussia (che porterà all' unificazione della Germania) e gran parte dei vescovi se ne andarono da Roma nella massima fretta per tornare nelle sedi rispettive prima dei temuti blocchi delle frontiere. Due mesi dopo le truppe italiane entrarono nella città attraverso la breccia di Porta Pia e posero fine al millenario Stato pontificio. Travolto dagli eventi, il concilio fu interrotto e aggiornato sine die. Non se ne parlò più fino a quando, un secolo dopo, non fu convocato un altro concilio da Giovanni XXIII. Allora qualcuno si ricordò che il precedente non era mai stato concluso e, per evitare che il nuovo potesse essere inteso come la ripresa del vecchio, si procedette alla sua chiusura formale nel 1960. In questo modo il concilio Vaticano II poté iniziare due anni dopo senza possibilità che fosse confuso con il Vaticano I. Questa premessa aiuta a capire perché il Vaticano I, nonostante l' ampia bibliografia specifica che lo riguarda, sia rimasto più in ombra rispetto ai due concili che lo precedettero ( Trento) e lo seguirono ( Vaticano II).

Ora, l' ampio studio - trentacinque contributi dovuti a studiosi sperimentati provenienti da vari Paesi appena pubblicato dall' Università Gregoriana e dall' Istituto biblico colma una lacuna e apre a nuove possibilità interpretative. Il Vaticano I era stato letto finora come il coronamento del disegno antimoderno e antiliberale di Pio IX, nella logica del Sillabo. Non a caso il Papa comunicò ai cardinali il suo progetto conciliare il 6 dicembre del 1864, due giorni prima della promulgazione dell' enciclica Quanta Cura, che aveva in appendice il testo delle 80 proposizioni costituenti il Sillabo. Numerosi saggi contenuti in questo volume spostano invece la prospettiva e chiariscono che il concilio può essere interpretato anche in altro modo, come l' avvio di un dialogo con la modernità piuttosto che come una definitiva rottura. Il fatto stesso di riunire a Roma quasi un migliaio di vescovi provenienti da tutti i cinque continenti (prevalevano naturalmente gli europei, ma erano ben rappresentate le due Americhe, l' Asia, l' Africa, persino l' Australia con dieci vescovi), alcuni dei quali erano rimasti in viaggio per dei mesi per arrivare a Roma, fu un fatto senza precedenti, che non sin era mai visto nella storia europea e che mostrò non l' arretratezza ma la vitalità e la forza di un cattolicesimo realmente universale, come aveva già efficace- mente dimostrato lo storico americano J. O' Malley nel suo Vaticano I. Il concilio e la genesi della Chiesa ultramontana ( Vita e Pensiero, 2019).

Inoltre, la scelta di avviare il progetto senza consultare i "principi cattolici" e senza invitarli a partecipare, cioè ignorando la politica e i suoi rappresentanti, alcuni dei quali ancora detenevano poteri rilevanti in materia di governo ecclesiastico, fu un gesto di rottura con la tradizione che impressionò per primi proprio i pubblici poteri e indicò come il papato si fosse perfettamente allineato con la modernità più avanzata pur continuando a combatterla. Il Papa per primo prendeva atto dei mutamenti intervenuti nella cultura politica europea e li faceva propri, convocando la massima assemblea del cattolicesimo senza nessuna previa intesa con i governi dei Paesi ai quali appartenevano i vescovi chiamati a Roma. Il concilio, e prima la curia romana, respinsero poi ogni tentativo della politica di condizionarne i lavori in base al principio della natura spirituale della Chiesa, che non ammetteva più interferenze della sfera politica. La questione rimbalzò in quasi tutti i parlamenti d' Europa, compreso l' italiano, i quali dovettero fermarsi davanti alla constatazione dell' avvenuta separazione del trono dall' altare, che vietava alla Chiesa di dettare legge allo Stato, ma vietava anche il contrario.

Il più deciso in tal senso fu il cancelliere prussiano Bismarck, il quale con tutti gli interlocutori - compreso il suo ambasciatore a Roma che si agitò per far valere il principio opposto, fino al punto di essere messo sotto accusa in Germania e di dovere riparare all' estero - sostenne e impose la tesi che i governi si potessero muovere soltanto ex post, se le deliberazioni conciliari fossero state una minaccia all' ordinamento interno dei vari Paesi, ma non prima, per non smentire il presupposto giuridico e politico sul quale si fondavano. E infatti il concilio si guadò bene dal dare alla proclamazione dell' infallibilità un qualsiasi valore politico, tenendola rigorosamente all' interno del contenuto di fede. La propose cioè come uno strumento atto a rinsaldare l' autorità del pontefice sulla Chiesa e sulla disciplina dei fedeli e non come un' arma da usare contro governi e parlamenti.

Una rilettura distaccata e prospettica del Vaticano I, dunque, evidenzia che nel concilio gli elementi di novità e di apertura al futuro non furono meno attivi di quelli che invece lo ancoravano al passato. La perdita del potere temporale e la contemporanea affermazione dell' infallibilità spirituale del pontefice, del suo primato indiscusso sulla Chiesa, proiettavano il cattolicesimo verso l' avvenire e lo adeguavano alla nuova realtà europea più di quanto lo tenessero avvinto all' antico regime. Seguendo questa interpretazione non si può non arrivare alla conclusione che i vescovi contrari all' infallibilità perché legati alle ragioni identitarie del Paese di appartenenza, vincolati cioè all' idea di un cattolicesimo inteso come federazione di chiese nazionali e non come un' unica realtà sovrannazionale - fu il caso, per fare solo un esempio, del vescovo croato Josip Strossmayer, uno dei leader della corrente antinfallibista e acceso difensore dei diritti nazionali del suo popolo -, esprimevano una linea più arretrata della linea portata avanti da Pio IX. Il futuro apparteneva all' internazionalismo e non alle Chiese nazionali. (Avvenire)

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