religione

Con cuore di padre: Così Giuseppe ha amato Gesù

Guglielmo Spirito
Pubblicato il 19-03-2021

È chiamato in tutti e quattro i Vangeli 'il figlio di Giuseppe'

Proprio al compiersi di 150 anni dalla sua dichiarazione quale Patrono della Chiesa Cattolica fatta dal Beato Pio IX, l’8 dicembre 1870, il Papa vuole condividere alcune riflessioni su questa straordinaria figura, tanto vicina alla condizione umana di ciascuno di noi. Tale desiderio, dice il Papa, è cresciuto durante questi mesi di pandemia, in cui possiamo sperimentare, in mezzo alla crisi che ci sta colpendo, che «le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia». Tutti possono trovare in san Giuseppe, l’uomo che passa inosservato, l’uomo della presenza quotidiana, discreta e nascosta, un intercessore, un sostegno e una guida nei momenti di difficoltà. San Giuseppe ci ricorda che tutti coloro che stanno apparentemente nascosti o in “seconda linea” hanno un protagonismo senza pari nella storia della salvezza.  Perché in filigrana, nella Lettera compaiono le sfide della pandemia, della disoccupazione, delle fragilità familiari, dell’educazione, dell’avidità, degli abusi di ogni tipo… Come risponde il Papa? Presentando un volto, una figura umile e concreta, tenera, casta e fiduciosa: un uomo spossessato e affidabile, un lavoratore (e sognatore) responsabile e creativo. Un modesto maschio ebreo, silenzioso e fattivo. “Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe”, afferma stupendamente il Papa. Questa scelta del Papa è tanto sorprendente quanto splendida e meravigliosa!

La storia della salvezza si compie «nella speranza contro ogni speranza» (Rm 4,18) attraverso le nostre debolezze. Troppe volte pensiamo che Dio faccia affidamento solo sulla parte buona e vincente di noi, mentre in realtà la maggior parte dei suoi disegni si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza. […] È la tenerezza la maniera migliore per toccare ciò che è fragile in noi. Il dito puntato e il giudizio che usiamo nei confronti degli altri molto spesso sono segno dell’incapacità di accogliere dentro di noi la nostra stessa debolezza, la nostra stessa fragilità. […] Giuseppe ci insegna così che avere fede in Dio comprende pure il credere che Egli può operare anche attraverso le nostre paure, le nostre fragilità, la nostra debolezza. E ci insegna che, in mezzo alle tempeste della vita, non dobbiamo temere di lasciare a Dio il timone della nostra barca. A volte noi vorremmo controllare tutto, ma Lui ha sempre uno sguardo più grande”. Come Dio ha detto al nostro Santo: «Giuseppe, figlio di Davide, non temere» (Mt 1,20), sembra ripetere anche a noi: “Non abbiate paura!”. La santa Famiglia dovette affrontare problemi concreti come tutte le altre famiglie, come molti nostri fratelli migranti che ancora oggi rischiano la vita costretti dalle sventure e dalla fame. 

Lo scrittore polacco Jan Dobraczyński, nel suo libro L’ombra del Padre, ha narrato in forma di romanzo la vita di san Giuseppe, dove questi tratti – tenerezza, fragilità, fedeltà, fiducia e resilienza – risplendono (il Papa rimanda a un romanzo! Non è meraviglioso?). Così riscopriamo Giuseppe: un giovane modesto, concreto, fiducioso, coraggioso, creativo, spossessato, casto, obbediente alla vita (e agli angeli).  Non stupisce che anche i francescani, dagli inizi della loro avventura evangelica, ci siamo sentiti attratti dalla persona di Giuseppe. Ed è un ulteriore motivo di gioia e di gratitudine per noi, figli di san Francesco, scoprirci in totale sintonia con papa Francesco anche nell’amore verso Giuseppe, “con cuore di figli”. 

 

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