politica

Salvini stacca la spina e Bersani apre ai 5 Stelle

Redazione Ansa

Lunedì, notte fonda. Pausa del consiglio dei ministri. Dalla stanza di Giuseppe Conte esce Luigi Di Maio. Ha appena parlato con Salvini. È scosso, raduna lo staff e qualche ministro grillino. «Qualcosa è cambiato - confida - Matteo ha già deciso che farà la crisi».

A parlare è la paura. In dieci minuti di colloquio, il grillino capisce che una storia è finita: «Dovevate vederlo, era sprezzante. Vuole rompere. Sul decreto sicurezza, oppure alla prima occasione che gli capiterà il giorno dopo le Europee».



[…] Da qualche giorno Salvini è convinto che la strada maestra conduca dritta allo strappo. Ascolta Giancarlo Giorgetti, che lunedì sera ha disertato la riunione di governo per dire la verità agli investitori americani incontrati a Milano: «Il 26 maggio ci sarà uno shock». C' è un solo paletto che il ministro dell’Interno continua a voler fissare: «Serve una buona forbice tra noi e i grillini». È l'unico modo, sostiene, per evitare «una crisi al buio e la responsabilità di una rottura».



«E comunque - spiega in queste ore ai big - se prendiamo il 30% la fine di questo governo sarà nelle cose. È la politica». L' assedio interno al ministro dell’Interno, d' altra parte, si è fatto pesante. La linea di Luca Zaia, che governa l’impero leghista in Veneto, è: «Se Matteo non rompe con i grillini, si brucia». […]



[…] Gli attacchi di Giorgetti al premier non sono stati affatto digeriti, piuttosto interpretati come l'ennesimo passo verso il precipizio. […] il Movimento vede un governo sfuggirgli tra le dita. E non ha la […] convenienza di mettere alla prova Salvini in un nuovo braccio di ferro. […]



 

[…] Nella ricerca un po' scaramantica delle tracce che possano indicare il futuro, Di Maio si è imbattuto lunedì sera in un altro dettaglio preoccupante. «Moavero e Tria - ha confidato ai ministri 5S - sostengono sempre e soltanto le ragioni della Lega. Si stanno riposizionando pure loro». (Estratto dell’articolo di Tommaso Ciriaco e Annalisa Cuzzocrea per “la Repubblica”)

BERSANI APRE AL MOVIMENTO CINQUE STELLE
«Conte è un bravo sottosegretario alla presidenza: prepara i dossier, media tra le parti. In questo anno si è fatto le ossa, per me ha un futuro...». Sarà crisi dopo le europee? «Il governo è un autobus con due volanti e due piloti, finché la strada è dritta va avanti, alla prima curva finisce fuori strada. Ma faranno di tutto per restare: Di Maio è attaccato alla sedia come una cozza, Salvini ha paura di tornare con Berlusconi».



Pier Luigi Bersani è di nuovo in campagna elettorale, e di nuovo per la lista del Pd. Ma odia ammetterlo: «Io non voto Pd, ma la lista unitaria dei socialisti europei. Ecco, il logo del Pse avrebbe dovuto essere molto più grande di quel quadratino rosso». Su Salvini una raffica di battute: «Non sta mai al Viminale, è il ministro degli "Esterni". I fascisti li ha raccattati tutti, mancano solo un paio di SS, ora ce l'ha i preti, manca solo che si metta la felpa del Sant'Uffizio e lanci le scomuniche». Farà la fine dell’altro Matteo? «Il blairismo di Renzi era fuori tempo, purtroppo la destra di Salvini è nel suo tempo: temo che se fallirà ne arriverà uno ancora peggiore».



L'ex segretario è arrivato a Cesena per sostenere la sua candidata Cecilia Guerra, candidata al parlamento europeo nel nord-est, e per dare una mano a un giovane amico, il candidato sindaco del Pd Enzo Lattuca, uno dei Bersy boys della scorsa legislatura. Il ragazzo non l'ha seguito nella scissione, ma lui non l'ha presa male: si abbracciano sul palco.



«Ero sicuro che prima o poi ci saremmo ritrovati, abbiamo la stessa fiammella», sospira Bersani, commosso. Si riaccende il sodalizio con i compagni che sono rimasti nel Pd? Lui si accende: «Saremmo stati dei dementi a dividere in Italia il fronte dei socialisti. Qua la destra arriva». Bersani però non ci sta a passare per il portatore d'acqua e di voti alla causa altrui: «Spero che la lista vada bene, e il giorno dopo siamo pronti a rilanciare: c'è un campo vasto, ben oltre il Pd, sopra il 30%, che va organizzato, e noi lo vogliamo fare».



Come? «In primo luogo, tiriamo una riga sugli anni che abbiamo alle spalle, coi torti e le ragioni ci facciamo la birra. E poi decidiamo dove mettere la barra: su Pedro Sanchez, su Macron o su Forza Italia? Spero che Zingaretti capisca che l'unica strada vincente è quella di Sanchez, che ha detto no al dialogo coi popolari e i conservatori, ha lavorato con Podemos e puntato sul sociale».



«A sinistra bisogna mettersi d'accordo: l'avversario è questa destra, e per creare l'alternativa bisogna discutere anche con il M5S». Come dev'essere questa nuova sinistra? «Per me serve un nuovo soggetto di sinistra che superi le attuali sigle, compreso il Pd. Ma mi accontento anche di una coalizione».



Bersani, a differenza di Zingaretti, non è favorevole a elezioni immediate se cade il governo: «Rischiano di ingessare ancora di più la situazione, prima di votare serve un chiarimento nei 5 stelle, si deve mettere in moto almeno un'ipotesi di alternativa». Nonostante tutto, non molla l'osso a 5 stelle: «Dicono anche cose demenziali, stanno tradendo quella giusta spinta di cambiamento e anti-establishment delle origini».

Ma «sono come Zelig, assomigliano a quelli a cui stanno vicino, noi dobbiamo fargli prendere la piega giusta».



E comunque «dobbiamo far scattare una riflessione tra i loro elettori. Perché in moltissimi ballottaggi, a partire dall'Emilia- Romagna, la sfida sarà tra noi e la destra. E quei voti sono indispensabili per vincere..». L'ex leader Pd rilancia l'idea di una patrimoniale, «un'imposta personale e progressiva sui beni mobili e immobili». «Di patrimoniali ce ne sono già, è inutile far finta di no. I soldi che mancano vanno presi a chi si è arricchito in questi anni. E io credo che i super ricchi una quota la darebbero anche volentieri, pur di evitare che l’Europa vada a gambe all' aria...». (Andrea Carugati – La Stampa)