opinioni

C'è bisogno di un nuovo Umanesimo

Ivano Dionigi Pixabay

L'università dovrebbe spingere a una visione d'insieme sul mondo

Vorrei che ci interrogassimo sul ruolo e sulla natura stessa dell' Università, partendo dall' assunto di Calamandrei che questa istituzione, al pari della Scuola, «è più importante del Parlamento, della Magistratura e della Corte costituzionale », perché deputata alla «formazione della classe dirigente». Suo compito primario è quello conclamato della terza missione, oltre la formazione e la ricerca? Non è tempo che le Università si configurino come officine di brevetti, spin-off e start-up per risollevare le sorti economiche di un Paese fragile, diseguale e ora martoriato? L' utilità immediata della conoscenza non è forse invocata non solo dalle aziende e dal mercato ma anche dai bandi europei e dai ranking internazionali? Queste sono finalità secondarie e derivate, o se vogliamo effetti collaterali, non la ragione prima e fondativa dell' Università, come già nel 1996 il Rettore di Harvard Derek Bok scriveva ai suoi studenti: «Noi non siamo capaci di prepararvi per quel lavoro che quasi certamente non esisterà più intorno a voi. Noi possiamo solo insegnarvi a diventare capaci di imparare, perché dovrete reimparare continuamente ».

A volte, non senza apprensione, immagino l' addomesticamento e la sospensione della politica di questi mesi orribili come una sorta di prefigurazione e di simulazione di quello che potrebbe essere il nostro futuro: sradicato, dematerializzato, utopico senza utopia. Stiamo decretando la fine dei fini. Crediamo di aver risolto il problema, invece lo abbiamo solo rinviato: quando la tecnica e il suo profeta Prometeo ci libereranno del tempo e avremo finito di andare, cosa ne faremo del nostro stare? Siamo sicuri di voler traslocare facendo a meno di tutto ciò che avevamo nella vecchia casa? Abbiamo necessità di Umanesimo: inteso non come riedizione di un momento culturale storico, non come l' altra metà del pensiero e del sapere, non come punto di vista particolare sul mondo, ma come capacità di fronteggiare una triplice responsabilità, di cui l' ideologia tecnocratica - tutta protesa al paradiso terrestre di "un' Atene digitale" e all' utopia illimitata di una "società postmortale" - non si cura: riscoprire il pensiero interrogante, che si alimenta di critica, autocritica e cultura straniera; riappacificarci col tempo, mortificato e divorato da un presente deprivato sia della memoria dei trapassati sia del progetto per i nascituri; riappropriarci dell' arte della sintesi, della scienza dell' intero, della visione dell' insieme.

Per essere davvero medico, ingegnere, economista, architetto, scienziato devi avere uno sguardo sinottico e devi sapere che dopo cinque anni la tua formazione specialistica è da rivedere. Le competenze digitali, tecnologiche e ambientali, evocate anche dal presidente del Consiglio, reclamano conoscenze storiche, filosofiche, artistiche: invocano il grido del pensiero. ll Recovery Plan non sarebbe dovuto andare anche nella direzione di un Paese unico per tradizione e capitale culturale? Questo Umanesimo, che non è mai compiuto ma ha sempre da essere, lo si acquisisce non reclutando filosofi in azienda né ricorrendo ad alchimie interdisciplinari, con qualche ora di scienze e numeri a lettere, di latino e filosofia a ingegneria. L' Università non stampa moneta, non crea lavoro, non garantisce felicità, ma si pone come il luogo naturale nel quale sperimentare l' alleanza tra il notum dei padri e il novum dei figli, tra le ragioni della cultura e le responsabilità della politica, tra le risposte della tecnologia e le domande dell' Umanesimo. Luogo della tradizione, l' Università ci consegna l' eredità dell' Europa, nella quale la lezione di Gerusalemme, Atene e Roma è rinata dando vita a nuove forme di arte, letteratura, filosofia, e ha coabitato con le grandi rivoluzioni: scientifica del Seicento, illuministica del Settecento, industriale dell' Ottocento. E ci fa il dono di entrare in quello che Agostino chiamava «il palazzo della memoria», e quindi di porci in relazione con il continuum della storia, che ci soccorre nel capire e nel cambiare e ci preserva dall' essere «gli uomini del momento » (Chateaubriand) e «i servitori della moda» (Nietzsche).

Luogo della traduzione, essa è chiamata a interpretare l' avvento imperioso di linguaggi, paradigmi e scenari inediti. Dopo aver sperimentato senza successo la triade Inglese, Internet, Impresa, gioverà scommettere su altre "i": intelligere, cogliere ( legere) i problemi nella loro profondità ( intus) e relazione ( inter); interrogare, abitare le domande e i dubbi, nella consapevolezza che l' arte dell' interrogare è più decisiva di quella del rispondere; invenire, nella sua duplice accezione di dissotterrare la storia dei giorni passati e di inventare quella dei giorni a venire. L' Università è il luogo in cui «dire pubblicamente tutto ciò che una ricerca, un sapere e un pensiero della verità esigono» (Jacques Derrida) e in cui «combattere l' interminabile lotta per il progresso del sapere e della pietas » (Umberto Eco). Noi professori (da latino profiteri, "professare") - che abbiamo il privilegio di coniugare passione e professione, e di godere di una posizione al riparo da imprevisti - siamo all' altezza del nostro nome?

Ai nostri studenti trasmettiamo questa educazione di grande formato e dal pensiero lungo? A noi spetta affascinarli ( delectare), istruirli ( docere), mobilitarli ( movere) come cittadini e come aruspici di quella cosa tremenda e stupenda che si chiama vita. È alla sua scoperta e al suo compimento che siamo chiamati, oltre ogni obiettivo intermedio, come ci interpella Eliot: «Dov' è la vita che abbiamo perduto vivendo? Dov' è la sapienza che abbiamo perduto nella conoscenza? Dov' è la conoscenza che abbiamo perduto nell' informazione? ». «Guardai, ma non c' era nessuno, / tra costoro proprio nessuno era capace di consigliare; / nessuno da interrogare per avere risposta»: saremo capaci di raccogliere il grido di Isaia (41, 28)? Se qualcuno dei nostri giovani ci chiedesse, come Socrate chiese a Gorgia e come Agostino chiedeva quotidianamente a se stesso, «Tu chi sei?», sapremmo rispondere? (La Repubblica)

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