francescanesimo

Una santità pienamente umana

Michele De Gregorio Open source
Pubblicato il 22-01-2026

Cantare la propria lode

Altissimu, onnipotente, bon Signore, Tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedizione. Ad Te solo, Altissimo, se konfane, e nullu homo è ne dignu Te mentovare. [...] Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra Morte corporale, da la quale nullu homo vivente po’ skappare: guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; beati quelli ke trovarà ne le Tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ’l farrà male. Laudate e benedicete mi’ Signore e rengraziate e serviateli cum grande humilitate (Cant 1-3.16- 18: FF 263).


Mi hanno sempre colpito queste parole. Ma non mi è mai stato veramente chiaro il perché, perlomeno fino a quando l’anno scorso mi sono soffermato a studiarne il contenuto. Mi colpisce molto, di questo testo poetico, il fatto che esso sia una composizione di strofe che trasudano riconoscenza per il Dio della vita. Ciò che mi tocca il cuore è che Francesco scelga di sigillare la sua esperienza terrena proprio con queste parole, e non con altre. Nonostante le malattie, nonostante le fatiche, nonostante il dramma della rabbia e della frustrazione, Francesco compie una scelta di campo. Proprio quella di lodare Dio, congedandosi dai fratelli nel ricordo della bellezza di una relazione riconciliata con la vita e con la morte, in ogni loro aspetto – anche quello più crudo.

Questo è il segreto di Francesco. Questo è ciò che ancora scalfisce anche il mio cuore: decidersi per uno sguardo di sagace bellezza, quello che ti permette di guardare al mondo con occhi diversi. Un dono di Dio, sicuramente. Ma anche una sua decisione potente. Questa, in ogni caso, è la sua strada di salvezza e di santità. E, forse anche quella di tutti noi.


Francesco, dunque, è santo. Su questo non c’è dubbio. Fiumi di parole sono state scritte, numerosi colpi di pennello hanno dato vita a meravigliose opere d’arte – tutto con lo scopo di avallare questa certezza. Basta pensare alla Legenda Maior di Bonaventura, formulata con lo scopo di mostrarci l’immagine di un santo in tutto il suo splendore. Ma cosa significa essere santo? Cosa vuol dire – veramente – essere venerato da milioni di persone? Soprattutto in questo 2026, in cui ci apprestiamo a celebrare 800 anni dalla morte del poverello di Assisi, credo sia quantomai necessario riflettere su questa categoria. Io credo che per molti di noi cristiani la santità possa essere (erroneamente) affiancata alla perfezione, facendo indulgere i cuori dei fedeli all’idea che per essere santo sia necessario l’essere trovato senza macchia alcuna. Sono santo se sono candido. Ma questo, oggi, non funziona più tanto.

Non che non sia giusto tendere ad un fine alto. Non che non sia giusto mettere tutte le nostre energie in una vita pienamente e permanentemente spesa per gli altri. Non che non sia giusto mirare a ciò che dona forma e sostanza alle nostre interiorità. Sono tutte cose buone. Ma Francesco, per quanto il buon Dio mi ha donato di capire in questi pochi anni di vita religiosa, è santo perché ci mostra un altro modo di vivere, un altro modo di spendere l’esistenza, un’inversione di rotta.

Francesco è santo (e, forse, uno dei più amati) proprio perché, sin dai primi momenti della sua conversione, è stato un uomo. E non ha avuto paura di esserlo – pienamente e fino alle estreme conseguenze. Già, perché se ci fermassimo a riflettere, se scostassimo per un attimo la cortina che copre il suo volto, potremmo scorgere, lungo il cammino della vita del figlio di Pietro di Bernardone, tante occasioni di confronto con un suo moto interiore di ricerca costante: il forte desiderio di spendersi e di vivere per Dio(1). Un desiderio che è stato provato in ogni sua parte, in ogni sua ruga, in ogni sua fervida trasparenza.


Le righe del cantico dipingono dunque l’ultimo tratto di un uomo che ha attraversato un percorso umano spesso doloroso, quello di una vita spesa in pienezza, di un cammino che gli ha fatto recuperare la sua dimensione più vera di frate. Quella spessa, ruvida e carica di interrogativi – non certamente ammiccante. Colui che formula questi versi non è il santo da mettere in vetrina, ma piuttosto l’uomo ferito che ha deciso di consegnare serenamente la sua vita a Dio. A quel Dio che lo aveva chiamato a lasciare tutto e a seguirlo e che, dopo la Verna, gli era ormai intimamente familiare – intimamente altro. A quello stesso Dio che lo aveva chiamato a restaurare la sua casa in rovina e che ora, all’ombra del tramonto della sua vita, Francesco si affrettava a lodare. Forse perché aveva capito che questa era l’unica cosa da fare, l’unica cosa che poteva donare gusto e sapore alla sua vita. Sono convinto che il suo modo di essere umano è passato attraverso il lasciarsi toccare dalla vita, e da due cose in particolare: dal dolore della guerra e dal ribrezzo per la malattia.

Grazie a queste esperienze – non certamente le più facili – Francesco viene messo di fronte alla finitezza del suo essere umano. Il vero miracolo di Francesco è dunque l’essersi messo alla scuola della disillusione, l’essersi accostato al fianco della paura e l’aver permesso a Dio di percorrere le sue crepe, di abitare la sua interiorità e le sue ferite. Il Cantico mi insegna – e lo fa profondamente – che la santità non deve essere letta come un traguardo di perfezione, ma come la sinfonia coraggiosa di chi ha scelto di restare umano fino in fondo, lasciando che l’amaro della vita diventi lo spartito su cui cantare la propria lode. Francesco ci ricorda che non serve proprio a nulla essere perfetti, ma verga nei nostri cuori di persone ferite la possibilità di guardare il mondo con gli occhi di chi si sa finalmente amato.


(1)Per i lettori più arditi, consiglio vivamente la lettura del testo di Pierre Brunette, "Frate Francesco e le sue conversioni", EBF 2013. 

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