francescanesimo

Un francescano teologo innamorato dell'umiltà di Cristo

Domenico Paoletti

Ricordo di padre Giovanni Iammarrone a dieci anni dalla morte

Dieci anni fa, il 10 ottobre 2011, alla vigilia del suo settantesimo compleanno, ci lasciava padre Giovanni Iammarrone. Era nato il 19 ottobre 1941 a Campolieto, in provincia di Campobasso, da una famiglia profondamente cristiana, ultimo di sei figli (cinque fratelli tra cui padre Luigi, frate minore conventuale che fu di mediazione alla vocazione di Giovanni, e una sorella). Attratto dalla figura di Francesco di Assisi, a 12 anni entra nella famiglia religiosa dei Frati minori conventuali a San Miniato (Pisa) dove frequenta gli studi ginnasiali, proseguiti con quelli liceali in Assisi e quelli accademici a Roma presso la Pontificia facoltà teologica «San Bonaventura» dove si laurea con la tesi Attualità e inattualità di Sant’Agostino. Lo spiritualismo nel suo discorso antropologico, pubblicata nel 1975. In questo studio si riconosce già lo stile del suo teologare per la serietà dell’indagine sulle fonti storiche, la ricchezza dei contenuti e, soprattutto, l’attenzione tensionale fra attualità e inattualità del pensiero dei grandi maestri di teologia per l’uomo di oggi.

Formatosi negli anni del Concilio, Giovanni Iammarrone si è nutrito della vivacità della ricerca teologica di quel tempo, segnata dalla svolta antropologica; ha dedicato la sua riflessione e il suo ministero intellettuale a considerare “chi siamo noi” alla luce di Gesù Cristo rivelatore di Dio e dell’uomo. A partire dalla sua ricerca dottorale, infatti, non ha mai smesso di approfondire l’antropologia teologica, in cui l’oggetto dello studio “antropologia” è la persona, guidata dalla domanda «Chi è l’uomo?». L’aggettivo “teologica” qualifica natura e prospettiva della ricerca poiché, tra i vari approcci possibili, assume il punto di vista teologico: ossia l’intelligenza della fede in riferimento alla Rivelazione di Dio in Gesù Cristo, verità di Dio e dell’uomo.

I suoi due campi principali di ricerca e di insegnamento, intrinsecamente congiunti, sono stati pertanto la cristologia e l’antropologia teologica, con uno studio condotto a partire dalla sua esperienza vocazionale francescana e volto ad alimentarla: esperienza cristocentrica e di prossimità fraterna. Per quarant’anni è stato docente di dogmatica nella facoltà teologica San Bonaventura al Seraphicum, della quale è stato per tre mandati preside; ha insegnato anche in altre facoltà ecclesiastiche romane, tra cui in particolare l’Università Lateranense.

 

Alcuni titoli dei suoi studi rendono con immediatezza l’idea della sua speciale attenzione a declinare la cristologia e l’antropologia nell’oggi della storia, in prospettiva francescana: ne risulta l’elaborazione di un’antropologia cristiana unitaria e coerente, secondo uno dei criteri fondamentali per la teologia che consiste nella dialettica di «continuità nella discontinuità» che accompagna l’homo viator.

Padre Giovanni ha ingaggiato una vera lotta con il concetto di “cristianesimo”, nella convinzione che una teologia troppo sicura di sé, immunizzata e senza pluralità, è destinata a scomparire: una lotta che lo portava a confrontarsi dialetticamente e con differenze evidenti dal fratello, Luigi Iammarrone, più ancorato a una visione ontologica e statica del sapere teologico. Giovanni si è speso per uscire dalla concezione estrinsecista del rapporto fede-ragione attorno alla questione della verità e per superare una ragione “esteriore” rispetto alla fede. La convinzione che ha accompagnato sempre più profondamente il suo lavoro di teologo è che la teologia, se rinunciasse a chiarire le condizioni antropologiche della fede, cesserebbe di essere teologia come sapere critico nel dare ragione di Gesù Cristo come verità di Dio e dell’uomo. Da qui la sua attenzione ad argomentare con scientifica serietà quanto afferma il concilio Vaticano II in una delle espressioni più ricorrenti: «Solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo» (Gaudium et spes, 22).

Il suo teologare non dava nessuno spazio al fideismo: egli sottolineava che la fede non può essere sottratta all’istanza critica della razionalità, nelle sue effettive mediazioni culturali. Ma nello stesso tempo era attento a non scadere in una sorta di razionalismo, in una teologia che finisce con l’essere una fra le tante varianti di conoscenza razionale del fenomeno religioso. Da qui il taglio sapienziale della sua teologia, che armonizza e unifica la fides qua creditur con la fides quae creditur intorno alla categoria della “testimonianza”, intesa come figura sintetica della verità cristiana: Cristo è il testimone della verità (Giovanni, 18, 37) ed è la testimonianza a definire la forma della Chiesa «sacramento, ossia il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano» (Lumen gentium, 1 ). È la testimonianza della vita che rende credibile il Vangelo come espresso da Francesco d’Assisi. La testimonianza francescana nel mondo contemporaneo (1988) è un’esplicitazione della fede cristiana performativa che ha nell’Assisiate un esempio sempre attuale perché nella sequela del Vangelo si è conformato a Gesù Cristo. Padre Giovanni ha come leitmotiv della sua antropologia teologica la centralità della vocazione dell’uomo alla conformità a Cristo che si realizza mediante lo Spirito.

Questa breve rievocazione sgorga da un sentimento di profonda gratitudine verso padre Giovanni per la sua testimonianza di vita teologale e di magistero teologico. Ho avuto la grazia, come centinaia di studenti, di averlo come primo relatore della mia tesi dottorale in teologia: una guida attenta nella metodologia e nella ricerca di un contributo veramente nuovo nel vasto e complesso campo della ricerca teologica. Con diversi incontri dedicati alla scelta dell’argomento che potesse soddisfare i due criteri fondamentali di originalità e di fattibilità, mi ha fatto capire che anche un lavoro di sintesi su una tematica ampia e complessa dà un apporto originale alla ricerca teologica. Nei primi incontri volti a specificare l’argomento della tesi mi sentivo intimidito dall’ampiezza e accuratezza delle sue competenze; ma, via via che ci incontravamo a discutere le tappe del lavoro, mi trovavo sempre più a mio agio con padre Giovanni per una sintonia interiore sullo stesso orizzonte di fede e di ricerca, da lui studiata e condivisa con l’umile discrezione che fa sentire presente il mistero. Nel frequentarlo avvertivo che la sintonia era originata dalla condivisione (certo, a livelli diversi di approfondimento) della capacità riflessiva insita nella fede cristiana stessa. Quando si parlava della teologia come riflessione “della fede”, questo era per lui un genitivo soggettivo (fede che riflette), prima di essere oggettivo (fede come oggetto della riflessione).

Una delle conferme esistenziali di questo suo teologare mi è stato offerto un mese prima della sua morte. In quel periodo ero preside della facoltà e, conoscendo lo stato grave della sua malattia, con la quale stava combattendo da quindici anni, passeggiavo spesso con lui nel giardino del Seraphicum e quasi sempre il discorso verteva sulle “realtà ultime”; ed egli condivideva con me la sua convinzione che l’escatologia è la dimensione costitutiva della teologia, perché la fede è escatologica o non è fede cristiana, in quanto si fonda sull’evento della Risurrezione di Gesù Cristo. La fede è dilatazione escatologica del mistero pasquale: ciò che è avvenuto in Cristo avverrà per tutti, mi ripeteva. Vederlo e sentirlo animato dalla speranza fondata e tesa tra il già e il non ancora — nella chiara consapevolezza dell’esito imminente del tumore con il quale lottava da anni — è l’insegnamento che più mi ha segnato nella stessa mia ricerca. Nei nostri “colloqui peripatetici” ricordo l’attenzione a esplicitare e argomentare l’eternità che ci abita e che noi abitiamo, in un continuo trasformarci per diventare come dovremmo essere. Una delle immagini della morte, intesa come passaggio a vita nuova e trasformazione, era quella del serpente che quando si rinnova lascia dietro di sé le spoglie (il fenomeno dell’esuviazione, della muta) per camminare in novità di vita.

Prima che arrivasse Papa Francesco, padre Giovanni nel dibattito tra pensiero forte e pensiero debole ha privilegiato il pensiero umile da lui riconosciuto come il linguaggio dell’evento della Rivelazione cristiana, dell’umiltà del Dio credibile. Il tema della kenosi, del Cristo povero, umile e appassionato (dell’umiltà di Dio e della pratica della minorità francescana) è stato da lui trattato in diverse pubblicazioni e informa il suo stile teologico, espressivo del suo stile di vita discreta e umile di frate francescano. Stando accanto a padre Giovanni, si avvertiva che lo studio in lui aveva una relazione diretta con la vita interiore e una tensione verso la verità di Gesù Cristo nella diaconia della prossimità.

Questo ricordo è un segno di profonda gratitudine verso questo fratello, un vero maestro di teologia. Personalmente ho faticato nel seguire e attuare le sue indicazioni durante la ricerca dottorale e le mie prime pubblicazioni su «Miscellanea francescana» di cui è stato direttore per sei anni, ma sono grato perché le sue “dritte” si sono rivelate preziose per l’apprendimento del fare teologia con il “gusto del pensiero” e con metodo scientifico. La teologia, mi ripeteva, è il sapere critico che riguarda il Dio di Gesù Cristo; non si stancava di richiamare l’importanza per il credente di approfondire i contenuti della dottrina cattolica per favorirne la comprensione in un mondo che cambia e per una vita più autentica.

È bello e significativo ricordare che la morte è stata da lui vissuta nella consapevolezza del momento, portando a termine la fedeltà del ministero della carità intellettuale. La mattina del giorno della morte ha firmato il nihil obstat alla pubblicazione di una tesi di dottorato che aveva seguito. Diceva: «Normalmente l’albero cade dove pende: se pendiamo verso il Signore Lui ci accoglierà tra le sue braccia misericordiose». Così è stato il suo passaggio, avvenuto all’inizio dell’anno accademico; e i funerali, svoltisi il 12 ottobre 2011, sono stati la sua ultima lezione accademica. Infatti il suo accomiatarsi coinvolse tutti nella speranza, e sostituì la lectio magistralis (prevista in quel giorno) del professor Giuseppe Ruggeri. I funerali furono presieduti dall’attuale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, cardinale Luis Francisco Ladaria Ferrer, che in quegli anni era segretario della medesima congregazione, della quale padre Giovanni era stato consultore per oltre un decennio. Ladaria Ferrer espresse anche la vicinanza, l’affetto e la preghiera per padre Giovanni di Papa Benedetto XVI , che apprezzava molto la sua vasta cultura storica e teologica, il saper unire la semplicità e la profondità, l’analisi (volta all’approfondimento dei singoli temi) e la sintesi (attenta alla ricerca trasversale del filo conduttore cristologico tra i diversi contenuti). Ora che è in patria continua ad accompagnare la nostra teologia in via. (Domenico Paoletti - Osservatore Romano)

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