francescanesimo

Lo storico Cardini: Francesco, il denaro, la modernità

Franco Cardini GIOVANNI BELLINI

Che Francesco detestasse il denaro, è cosa ben nota. Ma l’Ordine minoritico al riguardo assunse un atteggiamento ben diverso, sviluppando la tematica dell’“uso povero” del danaro che può servire al prossimo e che va gestita in termini di carità. Debbo questi chiarimenti anzitutto alle meritorie ricerche dell’amico e collega Giacomo Todeschini e dei suoi allievi, collaboratori e interlocutori. Del Todeschini ricordo in particolare due libri: Il prezzo della salvezza. Lessici medievali del pensiero economico, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1994, e La banca e il ghetto, Roma-Bari, Laterza, 2016, ma dovrei citare anche altri studi.

IL LINGUAGGIO ECONOMICO - Egli ha dimostrato fra l’altro come il linguaggio economico della previdenza e dello scambio sia stato fondamentale nell’approfondimento del mistero della salvezza realizzata dal Cristo come valore, pregio, quindi prezzo/preziosità (fino all’adorazione del “Preziosissimo Sangue del Signore”). Al Todeschini va anche il merito di aver chiarito con una sua impegnata serie di studi – insieme con quelli di Roberto Lambertini, di Maria Giuseppina Muzzarelli e di altri – come il celebre divieto di maneggiar danaro imposto ai frati minori dalla Regula bullata del 1223 e da altri testi francescani vada reinterpretato alla luce degli scritti di “spirituali” come Pietro di Giovanni Olivi e di “osservanti” come Bernardino da Siena - ai quali va aggiunta almeno la menzione del catalano Francesc Eiximenis, studiato in un bel libro di Paolo Evangelisti - fino a dimostrare la legittimità di un “uso povero” dei beni e del “circolo virtuoso” (l’espressione è, appunto, del Todeschini) che nel nome della caritas e del servizio ai poveri si stabilisce tra denaro, commercio, profitto e speranza di salvezza per quanti mettendolo a frutto fanno “vivere” il denaro (pecunia lucrosa versus pecunia mortua): e qui un argomento splendidamente studiato da Jacques le Goff, il Purgatorio, ha un suo ruolo primario.

IL TEMA TEOLOGICO - A questo livello il grande tema teologico già protocristiano e patristico dell’economia della salvezza s’incontra con quello della salvezza attraverso la corretta economia. Ciò sia detto senza, con ciò, mai perdere il senso dell’ambiguità e quindi la polarità sentimenti e di atteggiamenti che ai primi del Trecento avrebbero indotto per esempio Dante a definire la moneta aurea della sua città ora con rispetto e reverenza “la lega suggellata del Battista”, - con ciò ribadendo che i falsari erano colpevoli del crimen maiestatis e meritevoli del rogo al pari degli eretici - e ora viceversa “il maladetto fiore” colpevole di aver addirittura corrotto il soglio di Pietro.

IL DENARO, STERCO DEL DEMONIO - Il denaro poteva senza dubbio restare “sterco del demonio”. In questo senso, il punto è che la Modernità ci ha allontanati dal tema dell’uso del denaro come “dono” e come carità. Oggi, mentre la Modernità sembra essere arrivata a una svolta, è la “cultura del profitto” che va sconfitta nell’interesse del genere umano.

Il “lucro” elogiato da Bernardino in chiave di carità non aveva e non ha nulla a che vedere con il circolo vizioso consumo-profitto-sfruttamento che oggi sembra trionfare. Ciò non va mai dimenticato, se non vogliamo cadere in un gravissimo malinteso. Il “lucro” di Bernardino non è quello dei signori che ogni anno si riuniscono a Davos.

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