francescanesimo

La spoliazione di Francesco 

Felice Autieri
Pubblicato il 29-07-2026

Un vero e proprio processo 

Non fu soltanto un impeto di mistica follia, né un semplice dramma familiare consumato in piazza. La celebre "spogliazione" di Francesco d'Assisi fu, a tutti gli effetti, l'atto finale di un tesissimo processo giudiziario e un vero e proprio scontro di potere tra diritto civile e diritto canonico giocato sul filo del rasoio tra le mura del Palazzo Vescovile.

Per capire il processo bisogna fare un passo indietro e guardare alla prima fuga di Francesco a San Damiano, dove il giovane mercante trovò rifugio presso un anziano sacerdote che Tommaso da Celano e Bonaventura non nominano, ma che testi successivi come l'Anonimo Perugino identificano come "Pietro".
Questo sacerdote rimasto nell'ombra della storia, fu il vero consulente legale di Francesco. Quasi certamente gli spiegò come muoversi tra le pieghe del diritto per sfuggire alle ire del padre e fece da mediatore con il Vescovo Guido I, presentandogli quel giovane tormentato ma pieno di buone speranze, così da preparare il terreno per quello che sarebbe successo.

La macchina giudiziaria si mise in moto quando Pietro Bernardone - accecato dalla rabbia per il denaro che il figlio ottenne vendendo le stoffe di famiglia al mercato di Foligno - corse al palazzo del Comune chiedendo l'intervento dei Consoli per obbligare Francesco alla restituzione.
Qui scattò il primo colpo di scena perché i Consoli, sapevano che San Damiano era “terra episcopi” e godeva dell'immunità ecclesiastica. Fu proprio questa argomentazione a spingerli a dichiarare la propria incompetenza e a indurre Bernardone a spostare la lite davanti al tribunale della Curia, dato che il figlio risiedeva in un territorio che ricadeva nella giurisdizione del Vescovo Guido I, pertanto il padre si rivolse al prelato esigendo non solo la restituzione dei soldi, ma anche un atto formale che confermasse la sua piena volontà di diseredare il figlio.

Davanti al Vescovo si aprì il processo in cui Guido I, uomo di legge ed esperto di diritto canonico, cercò di muoversi come un giudice imparziale, in perfetto equilibrio tra il furore legittimo del padre e le leggi della carità cristiana, guidando il dibattimento attraverso una dialettica schietta e priva di attendismi diplomatici con un giovane che conosceva bene.

Seguendo la ricostruzione desunta dalle Fonti Francescane, il Vescovo svolse un ruolo attivo dando a Francesco opportuni consigli sia di ordine giuridico sia di prudenza pratica. Lo esortò a restituire i soldi poiché, essendo frutto del commercio paterno e forse legati all'usura (pratica assai diffusa tra i mercanti del tempo), si trattava di "mal acquisto" che il diritto canonico vietava categoricamente di spendere a beneficio della Chiesa.
Rassicurato dal Vescovo sulla protezione futura, Francesco compì allora un gesto del tutto imprevedibile che invertì i ruoli processuali: entrato nella camera del presule si spogliò completamente e, deponendo il denaro sopra le vesti colorate, uscì nudo davanti al padre, al giudice e alla folla sbigottita, rivelando sotto gli abiti un cilicio a contatto con la pelle. Fu in quel momento che Francesco pronunciò la sua formale e irrevocabile rinuncia all'autorità paterna terrena con la celebre dichiarazione di voler dire, da quel momento, "Padre nostro, che sei nei cieli" e non più "padre Pietro di Bernardone", scatenando la reazione furiosa del genitore che raccolse i beni e si allontanò tra l'indignazione e il pianto dei presenti.

Questo dettaglio della nudità in pubblica piazza è un elemento così dirompente e scandaloso per l'epoca che nessun biografo medievale avrebbe mai osato inventarlo, costituendo la prova regina della storicità assoluta dell'evento.
Proprio a quel punto il Vescovo Guido I compì l'atto politico, giuridico e spirituale definitivo del processo, alzandosi per accogliere Francesco tra le sue braccia e coprirlo interamente con il proprio mantello. Un gesto solenne con cui riconosceva il mistero divino dell'azione, dichiarava il giovane sotto la diretta e totale protezione dell'autorità ecclesiastica, sottraendolo per sempre alla giustizia del Comune e alla vendetta paterna.

Sebbene biografi successivi come Bonaventura da Bagnoregio nella Legenda maggiore, abbiano rielaborato la memoria del Santo per i fini interni dell'Ordine, e sebbene lo stesso Celano si sia concentrato maggiormente sulla durezza del distacco familiare tacendo l'abbraccio fisico del presule, resta il fatto che da quel giorno Guido I divenne il confessore, il consigliere e il primo grande alleato politico della rivoluzione francescana, trasformando l'aula di un tribunale nel teatro in cui Francesco cambiò per sempre il mondo.

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