francescanesimo

L’archimandrita involontario

Andrea Gatto
Pubblicato il 26-03-2026

Un’umile immagine del Pastore di tutti

Ascoltiamo il Sommo Poeta!


Poi che la gente poverella crebbe
dietro a costui, la cui mirabil vita
meglio in gloria del ciel si canterebbe,


di seconda corona redimita
fu per Onorio da l’Etterno Spiro
la santa voglia d’esto archimandrita.


[«Dopo che quella gente poverella aumentò di numero | seguendo lui, la cui vita mirabile | sarebbe meglio cantata a sola gloria di Dio, | la santa volontà di questo pastore | fu cinta con una seconda corona | dallo Spirito Santo attraverso papa Onorio»]


Siamo nell’XI canto del Paradiso, e in queste terzine Dante allude all’approvazione della Regola bollata nell’anno 1223, con la quale Onorio III istituì l’Ordine dei Frati Minori. Ma la parola che desta un certo interesse, in questo tessuto di lodi, è archimandrita (alla lettera “capo del gregge”), parola che nel latino ecclesiastico designava generalmente il superiore di un monastero, ma che Dante usa qui, metaforicamente, per riconoscere in Francesco il fondatore legittimo di questo ordine di fratelli, i frati minori. Possiamo discutere se, al di là del registro alto della Commedia, Francesco avrebbe trovato questa parola “accordata” con suo sentire oppure no, ma saltiamo questa staccionata.

L’immagine del pastore, oltre ad avere aderenza al Vangelo, dove Cristo figura come il Pastore buono e bello (Gv 10,11), dà prova di essere cara anche all’immaginario francescano: anche Francesco divenne, nel racconto dei frati, un pastore, e gli stessi frati si percepivano ed erano percepiti, in una certa misura, come il suo gregge. Nei Fioretti, ad esempio, si dice che Francesco conosceva i suoi frati, ognuno di loro, molto a fondo (FF 1848), come un pastore conosce le pecore. Anche nella circostanza della sua morte, «i figli portavano il loro padre, il gregge seguiva il suo pastore, che si affrettava incontro al Pastore di tutti» (FF 523).


Un eminente esperto di Francesco, Jacques Dalarun, delinea la figura di colui che egli chiama il «pastore» francescano. Un’immagine, a dire il vero, lontana da un modo autoritario e “patriarcale” di essere padre – Francesco non vuole chiamare nessuno padre, perché questo è l’esplicito volere del suo Signore (FF 61; cf. Mt 23,9) – ma certo più armonica con quel modo di essere custodi che egli desiderava per i suoi fratelli, custodi o anche madri, proprio secondo il codice che prediligeva quando parlava delle relazioni che i frati dovevano intrattenere tra di loro.


Ancora in prossimità della sua morte, Francesco, sollecitato da un fratello, dipinge e modella la figura in cui riconoscere «quale deve essere il padre di questa famiglia» (FF 771-2). Che fossero o no parole sue, l’autore introduce questo ritratto con una sua osservazione preliminare, e cioè che non conosce nessuno «capace di essere guida di un esercito così vario e pastore di un gregge tanto numeroso». I padri di questo mondo tendono a perdere i tratti del servo, del pastore, della madre, tendono cioè a conservare la propria autorità univocamente paterna.


«Il pastore totale - dice, invece, Dalarun - deve assumere la totalità della genitorialità». Il pastore è madre e padre, insieme. Non ci sono sterili polarizzazioni. E ancora: «Nella sua relazione con frate Leone, Francesco è totalmente pastore e madre. Come pastore si sposta, conduce, parte alla ricerca, poi torna. Come madre si ferma, governa, dispone, aspetta, accoglie. Il pastore fa tutto per la totalità del suo gregge, ma fa tutto anche per ciascuna delle pecore del gregge: esattamente come la chioccia nei confronti della sua nidiata e di ciascuno dei suoi pulcini». Le riflessioni di Dalarun si ispirano qui, in buona parte, al pensiero del saggista e sociologo Michel Foucault (1926-1984), e in particolare a un corso tenuto al Collège de France negli anni 1977-78 dal titolo Sicurezza, territorio, popolazione sul tema a lui molto caro della governmentality. Dalarun non si dilunga molto sul pensiero di Foucault, ma credo che qui una piccola digressione sulle sue lezioni possa aiutare ad avere qualche luce in più.


Il pastore cristiano è un grande inedito. Egli non somiglia ai reggitori di questo mondo, ma all’unico Pastore, Gesù Cristo, che compie la legge rivelando il desiderio di Dio Padre: salvare ciascuno dei suoi figli. Nel descrivere tale pastore, Foucault, filosofo ateo (sic!) del Sapere/Potere ci spiega che un tratto emblematico è che egli non è essenzialmente un uomo della legge, ma dell’esempio. E non solo, la prova che qualifica qualcuno come pastore è che egli rifiuta di essere riconosciuto tale, perché non vuole il potere, al modo del mondo. Ma vediamo come Francesco si esprime quando, suo malgrado, deve dare ragione del suo personale mandato.

Il mio compito è spirituale, cioè di prelatura sopra i frati, in quanto ho il dovere di reprimere i difetti e di emendarli. Dal momento però che non riesco a comprimere i vizi ed emendarli con la predicazione e con l’esempio, non voglio diventare carnefice per punirli e flagellarli, come fanno i governanti di questo mondo. (...) Tuttavia, fino al giorno della mia morte, con l’esempio e con il ben operare io non smetterò di ammaestrare i frati a camminare sulla via che il Signore mi ha mostrato (1Re 8,36) e che anch’io ho mostrato e insegnato ad essi: e così saranno senza scusa davanti al Signore (cf. Rm 1,20 Vg), e io non sarò obbligato, più tardi, a render conto di loro e di me davanti a Dio (FF 1653)

Per descrivere la sua “prelatura”, cioè la sua responsabilità di (involontario) “archimandrita” dei suoi fratelli, Francesco usa una semantica che mi piace chiamare dell’inermità:

Quando rinunciai e lasciai l’ufficio dei frati, io mi scusai davanti a loro nel capitolo generale, dicendo che a causa della mia infermità non potevo avere cura e sollecitudine di loro; tuttavia adesso, se i frati camminassero e avessero camminato secondo la mia volontà, per loro consolazione non vorrei che avessero altro ministro se non me, fino al giorno della mia morte (...).

Egli rinuncia, lascia, si scusa, non può (ciò che aveva più a cuore e dimostrava di fare: avere cura). Si defila, ma resta lì, per i suoi fratelli, fino alla morte. Francesco non accetta tanto un incarico, ma si fa carico di sé, dei fratelli e di ogni fratello (omnes et singulatim, direbbe Foucault nella sua V conferenza, sul pastorato cristiano). Lui risponderà delle sue azioni, lui darà l’esempio della vita fino alla morte, ma più di ogni altra cosa, lui non nasconderà le sue imperfezioni, la sua inconsistenza di pastore. Così, anche se Francesco preferiva belare (FF 470), la sua voce è stata come il richiamo di un pastore, ha trainato il desiderio di altri smarriti, per la sua umile somiglianza con l’Agnello Pastore di tutti, al quale tutti si affrettano incontro.

 

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