Le visite dei pontefici
La chiesa perduta che san Francesco restaurò con le sue mani
C’è una storia dimenticata tra le pieghe della pianura di Assisi, una vicenda che intreccia la vita rurale del Medioevo con i primi passi di San Francesco. È la storia della Spina, una località che oggi evoca scenari bucolici ma che mille anni fa era ben altro. Secondo la tradizione, questa porzione pianeggiante del territorio assisano deve il suo nome proprio alla natura incolta del suolo, definito nel gergo volgare “spinoso”. La conferma dell'esistenza di questo toponimo non è solo orale, ma è scritta nei documenti d'archivio. Il primo atto ufficiale che ne attesta la denominazione risale al 1099: si tratta di un contratto di acquisto, conservato nel fondo della Cattedrale di San Rufino, che registra la vendita di un terreno situato espressamente nel luogo chiamato «a la Spina». Oltre che per le asperità del suolo, la zona si distingueva all'epoca per una bassissima densità demografica, caratterizzata dalla presenza di appena 21 nuclei familiari dediti principalmente ad attività quali l’agricoltura e la pastorizia. In seguito il territorio fu denominato “balìa della Spina”, ma proprio a causa delle difficili condizioni ambientali e dell'esiguità degli abitanti perse la sua autonomia amministrativa e venne successivamente annesso alla vicina balìa di San Savino.
In questo isolato contesto rurale, la fondazione della chiesa di San Pietro risalirebbe all’XI secolo. La struttura viene menzionata per la prima volta in un atto del maggio 1122, oggi custodito sempre nell'archivio della Cattedrale di San Rufino, in cui un uomo di nome Buonconte, figlio di Lupo, vende a Rolando di Gualfredo un pezzo di terreno ubicato proprio in località «de la Spina». La documentazione d'archivio, integrata con i preziosi riferimenti delle Fonti Francescane, permette oggi agli storici di ricostruire l’esatta ubicazione di questo antico edificio. Il testo della Legenda Maggiore di San Bonaventura chiarisce infatti che Francesco, dopo aver lavorato al restauro di San Damiano, volle riparare la chiesa di San Pietro, descritta come situata «in un luogo un po’ più distante dalla città», per poi recarsi definitivamente alla Porziuncola. Nella dislocazione di questi tre santuari si riscontra una precisa continuità topografica e viaria: partendo da San Damiano si scende in pianura verso San Pietro, per poi giungere alla Porziuncola. Nella ricostruzione della viabilità del tempo, da San Damiano originava una strada che, passando per l’antico ospedale dell’Arce a Rivotorto, arrivava a San Petrignano dopo circa 3 chilometri. Lì si incrociava la “via antica” che, provenendo da Foligno, conduceva alla Porziuncola distante altri 2 chilometri. La contrada della Spina si trovava a breve distanza dal bivio chiamato “passo della Spina”, creato dall’incrocio tra la via da San Petrignano e la via della Spina, che scendeva da Assisi passando per la località “Fontanelle”. Ciò che resta oggi dell'edificio racconta una storia fatta di successive stratificazioni e mutamenti d'uso. L'immobile superstite è stato costruito prevalentemente in laterizio, ma appartengono al primitivo impianto medievale alcuni filari di pietra che affiorano chiaramente dal terreno nella parete rivolta verso Assisi. Su questa antica base si è sviluppata la sopraelevazione dei secoli successivi, mentre sulle pareti interne si notano ancora rari e leggeri frammenti di intonaco dipinto, ultime tracce della passata devozione. Il corpo principale della casa colonica attigua alla chiesa è sormontato da un piccolo campanile, da cui anni addietro è stata tolta la campana, oggi custodita nel convento di Rivotorto. La tradizione locale tramanda che la chiesa sia stata officiata fino agli inizi del XX secolo, una notizia confermata anche dallo storico Arnaldo Fortini, il quale dichiarava che alla fine degli anni Cinquanta era stata asportata l’acquasantiera e che alcuni anziani di Rivotorto ricordavano ancora come, fino ai primi del Novecento, qualche domenica si celebrasse ancora la Messa. Un quadro che si trovava nella chiesetta durante il periodo in cui era attiva sarebbe tuttora custodito dai proprietari privati. Di fatto, con la fine del culto l’antico edificio fu trasformato in magazzino e poi in stalla della casa colonica da parte dei proprietari, che alla fine del secolo XIX, l'immobile era stato venduto ad una famiglia assisana.
A conclusione di questa disamina storiografica, appare evidente come il legame di Francesco con la chiesa di San Pietro della Spina sia rimasto circoscritto alla sola fase del restauro materiale e murario. Non si dispone infatti di alcuna fonte documentaria o agiografica che attesti una presenza sistematica, spirituale o periodica del Santo all'interno del complesso dopo la sua ricostruzione. Questa assenza di continuità storica ha trovato riflesso anche nella memoria collettiva: la tradizione orale legata al santuario è oggi un patrimonio fragile nelle mani di pochissime persone, residenti per lo più nel territorio circostante di Rivotorto. I rari documenti d'archivio dei secoli successivi al Medioevo ne parlano infatti non come luogo di devozione attiva, ma come un mero punto di riferimento topografico negli atti notarili, utilizzato dai professionisti del tempo per identificare e descrivere i confini geografici dei terreni agricoli compravenduti nella zona. Un destino burocratico per una chiesa che, per un breve momento della storia, era stata toccata dalle mani del Santo.
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