Le visite dei pontefici
Ha una grotta, una pietra, una tomba
La storia di san Francesco e del lupo è una delle più raccontate al mondo. Ma c’è un dettaglio che la rende diversa quando la ascolti a Gubbio: questa città non conserva solo la memoria “spirituale” dell’episodio. Conserva tracce, luoghi, indizi. Come se la leggenda avesse voluto restare attaccata alle pietre.
La scena che tutti conoscono… e il finale che quasi nessuno ricorda
Nei Fioretti l’incontro è un capolavoro di semplicità: Francesco esce dalle mura, fa il segno della croce, chiama l’animale “frate”, e trasforma il panico in patto. Ma la storia continua: il lupo vive per due anni in città, entra di casa in casa, viene nutrito, e quando muore gli eugubini lo piangono. Perché? Perché quel lupo era diventato un promemoria: ogni volta che lo vedevano passare mansueto, si ricordavano la forza di Francesco.
I curatori della mostra, Cristina Galassi ed Ettore Sannipoli, insistono proprio su questo: l’episodio «non è soltanto un fatto miracoloso», è «un simbolo universale di riconciliazione» e di «dialogo fra uomo e natura».
Una mostra che è una linea del tempo: dal XV al XXI secolo
La mostra “Francesco e frate Lupo. L’arte racconta la leggenda dell’incontro” (aperta fino ad aprile 2026) mette insieme oltre 250 opere tra dipinti, sculture, ceramiche, incisioni, manoscritti e libri illustrati. Ma la cosa più bella è la sua ambizione narrativa: far percepire che quella scena è stata reinterpretata per secoli, con sensibilità e linguaggi sempre diversi. Un “racconto visivo”, appunto, che attraversa un arco cronologico dal XV al XXI secolo.
Quando l’iconografia nasce a Gubbio (e si radica)
Il catalogo ricostruisce un percorso molto eugubino: la prima testimonianza pittorica locale sarebbe un affresco dei primi decenni del Quattrocento (oggi perduto, ma riprodotto in un disegno secentesco). Poco dopo compare il celebre sigillo della Custodia eugubina, con Francesco e il lupo al guinzaglio: segno che l’episodio non è “solo raccontato”, è già identità.
Poi arriva la Controriforma, e con essa una nuova ondata di immagini: tele attribuite a Giovanni Maria Baldassini alla fine del Cinquecento; una grande pala di Felice Damiani all’inizio del Seicento; e un affresco di Federico Brunori che mette in scena il patto di pace davanti al popolo. Nel Settecento il tema torna con Giuseppe Reposati, e perfino a fine Settecento riappare come “ridipintura” su una tela più antica: come se la città non volesse perdere nitidezza in quel volto e in quella bestia.
La parte più sorprendente: la tomba del lupo e le ossa ritrovate
Qui entra in scena - pubblicato nel catalogo della mostra - il saggio di Fabrizio Cece, che è un concentrato di curiosità e dettagli. Perché a Gubbio, nel tempo, la leggenda non è rimasta astratta: ha preso strade precise.
C’è, ad esempio, una contrada documentata nel quartiere di Sant’Andrea chiamata Morlupo (già nel XIV secolo) e perfino un toponimo dal sapore teatrale: Trivium Mors Lupi, il “trivio della morte del lupo”. In una lettera ottocentesca, Sebastiano Ranghiasci colloca quel “trivio” proprio presso la chiesina di San Francesco della Pace (detta dei Muratori), sopra una grotta dove il lupo avrebbe riposato e dove sarebbe morto.
E nella chiesa, dice la tradizione, si conserva una pietra legata al racconto: un “pietrone” associato alla predicazione e al patto. Un manoscritto ricorda persino un’iscrizione che racconta la scena: Francesco che “menò” la lupa e su quella pietra si fece dare “la fede con la zampa”, con il patto di essere nutrita dalla città e di abitare nella vicina grotta.
Poi, il colpo di scena da cronaca ottocentesca: tra 1872 e 1873, durante lavori per mettere scalini e sistemazioni stradali, nei pressi di un’edicola con il Crocifisso in via delle Fonti/via Savelli Della Porta, venne rinvenuto lo scheletro di un lupo. Quattro testimoni, raccolti nel 1927, raccontano che il cranio fu giudicato “di lupo” dal veterinario Giovanni Spinaci; il teschio finì nella bottega di due falegnami, poi si ruppe e andò disperso; la pietra tombale, invece, fu recuperata e portata nella chiesa dei Muratori, murata sotto un’acquasantiera (e una fotografia del 1941 mostrerebbe proprio quella collocazione). E oggi è visibile nella cripta della minuscola chiesina.
C’è persino una memoria successiva - del 1901 - che racconta, con amarezza, come quelle spoglie sarebbero state vendute per poche lire “a una persona della Scheggia”, perché nessuno se ne occupò: una frase che ha il sapore di un rimprovero ai “pronipoti” meno fedeli degli antenati che avevano nutrito il lupo da vivo.
Una mostra che non è repertorio, ma racconto
Qui si capisce la forza dell’operazione: la mostra non è solo una raccolta di opere. È un modo per vedere come un episodio abbia «alimentato l’immaginario collettivo» e continui a generare «riflessioni sempre nuove». E forse la ragione è semplice: Francesco non “vince” il lupo. Lo comprende, ne vede la fame, e propone un patto. Un gesto di pace che non riguarda solo un animale e una città, ma un modo diverso di affrontare ciò che spaventa.
A Gubbio questa storia non è rimasta chiusa in un libro. È diventata luoghi, pietre, immagini, voci. E, da qualche parte tra una grotta e un'acquasantiera, continua a ricordarci che la pace non è un’idea, quanto piuttosto una pratica quotidiana.
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