fede

Mons. Accrocca: Lo scriptor e le clarisse

Felice Accrocca web
Pubblicato il 07-02-2022

Edito un prezioso codice delle «Meditationes vitae Christi»

A partire dai vangeli canonici, che costituiscono lo zoccolo duro del loro tessuto narrativo, le Meditationes vitae Christi ampliano il racconto sulla vita del Redentore arricchendolo di nuovi particolari.

Anche per questo il testo ha esercitato un’influenza non secondaria sull’iconografia e per secoli ha inciso – come pochi altri – sulla pietà di uomini e donne. Nonostante ciò, anzi, forse proprio a motivo di ciò, lo scritto è ancora in cerca d’autore: attribuito, per lungo tempo, a san Bonaventura, ha visto nel tempo susseguirsi diverse altre proposte di attribuzione inizialmente considerate convincenti, ma che poi sono andate via via cadendo, salvo essere di nuovo riproposte ancorché in una forma meno assertiva che in precedenza.

Neppure v’è stato accordo sulla cronologia dell’opera, cioè se abbia visto la luce all’inizio del secolo XIV o alcuni decenni più tardi, né sulla priorità della lingua in cui venne scritta, vale a dire se il testo base dal quale hanno avuto origine le successive varie copie e versioni fosse in latino o in volgare. Come si vede, a dispetto della sua fortuna, gli interrogativi sulle Meditationes vitae Christi non hanno fatto che infittirsi: si aggiunga poi che l’edizione del testo latino (1997), sebbene ospitata in una collana prestigiosissima qual è il Corpus Christianorum. Continuatio Mediaevalis, non appare per nulla ineccepibile.

Provvidenziale risulta, perciò, l’edizione di un importante codice dell’opera (Le Meditationes vitae Christi in volgare secondo il codice Paris, BnF, it. 115. Edizione, commentario e riproduzione del corredo iconografico, a cura di Diego Dotto, David Falvay, Antonio Montefusco, Venezia, Edizioni Ca’ Foscari, 2021, pagine 524), condotta da un’équipe internazionale coordinata dai curatori. Come si apprende dalla Nota editoriale, Péter Ertl, Eszter Konrád, Ditta Szemere con il coordinamento di Dávid Falvay si sono occupati preliminarmente della trascrizione del testo, rivisto poi da Diego Dotto, il quale si è occupato anche dell’apparato filologico e ha definito i criteri di edizione, mentre nella fase finale Federico Rossi ha contribuito «in modo essenziale al raffinamento dell’edizione».

L’apparato delle fonti è stato curato da Péter Ertl con la collaborazione di Csenge Béres, Eszter Draskóczy e Kata Hári.

L’edizione consente di fare un bilancio sulle acquisizioni più recenti in materia: a me sembra siano da condividere le conclusioni cui sono giunti i curatori, vale a dire che l’autore dell’opera, un frate minore legato al contesto sangimignanese, redasse l’opera in latino all’inizio del secolo XIV e che il testo in volgare pisano trasmesso dal manoscritto parigino si presenti come la versione più vicina all’originale. L’ipotesi di un’origine contemporanea delle Meditationes vitae Christi in latino e in italiano — ipotizzata a suo tempo da don Giuseppe De Luca e più di recente nuovamente prospettata da J. Dalarun e M. Besseyre — non trova infatti sostegno proprio a partire dall’analisi del manoscritto conservato a Parigi.

De Luca, peraltro, nelle sue brevi introduzioni ai Prosatori minori del Trecento, nel presentare quel testo che a suo tempo Livario Oliger aveva intitolato Revelationes beatae Elisabeth, scriveva: «Lo stesso sospetto da noi manifestato per le Meditazioni, ritorna intero, a parer nostro, per le Rivelazioni: nessun san Bonaventura in quelle, nessuna santa o beata Elisabetta in queste, bensì e forse una sola e ignota mistica è la segreta fonte comune». Una mistica, quindi, avrebbe dettato ciò che uno scriptor mise in seguito su carta. Tuttavia, per quanto mi riguarda non sembra che le Meditazioni possano avvicinarsi al Memoriale di Angela da Foligno o alle Revelationes della beghina viennese Agnes Blannbekin, testi coevi ascrivibili indubbiamente alle due donne e rispetto ai quali il frate scriptor si limita — nell’uno come nell’altro caso — a riferire quanto dettato.

Nelle Meditationes vitae Christi, infatti, un frate scrive a beneficio di una monaca (e di una comunità monastica) perché la stessa (con le sue consorelle) facesse tesoro del lavoro meditando la vita del Salvatore, peraltro arricchita (come s’è detto) di particolari ulteriori rispetto al dato evangelico, oltre che di un trattato sulla contemplazione tratto dalle opere di san Bernardo, il cui più ampio influsso nel testo è avvertibile, tra l’altro, nell’eco che vi hanno i Sermoni sul Cantico dei Cantici.

Un esempio soltanto: nel capitolo 10, De la dimoransa de la Donna appo lo presepio, l’autore descrive la cura e le effusioni amorose della Vergine verso il Bambino Gesù, poi aggiunge: «Et del sancto vecchio Ioseph narra beato Bernardo che crede che te[ne]ndo elli lo bambulo Yesu sopra le ginocchia suoie, spesse volte li rise e tenealo in trastullo e in solaccio». Invita quindi la destinataria a dilettarsi con il divino fanciullo, poiché ogni «vertù escie da lui». San Bernardo, in effetti, nel Discorso XLIII sul Cantico dei Cantici aveva affermato:

«Credo che anche Giuseppe, lo sposo di Maria, gli abbia molte volte sorriso, tenendolo sulle ginocchia». Il manoscritto parigino è prezioso anche per il suo ricco apparato iconografico (193 immagini «eseguite con un’insolita tecnica di lavaggi a tempera»), che doveva incentivare la meditazione della destinataria e delle sue consorelle. Immagini che la presente edizione riproduce integralmente, trascrivendo le rubriche e le istruzioni di volta in volta rivolte agli artisti da colui che ha progettato l’impianto del manoscritto: è il caso dell’immagine n. 43, la quale illustra la scena sopra descritta (Giuseppe che gioca con il Bambino); grazie a essa, «le Clarisse potevano pertanto meditare sulla felice e intima vita familiare della Sacra Famiglia, un modello per le relazioni familiari all’interno di una comunità monastica».

Lo stupendo volume (la cui realizzazione è stata seguita con competenza da Tommaso Galvani e Massimiliano Vianello) ci restituisce, così, non soltanto il testo di un importante volgarizzamento di un’opera che ha segnato in modo decisivo la pietà tra il Basso Medioevo e la prima Età Moderna, ma ci consente pure di comprendere l’utilizzo che se ne poté fare all’interno di un monastero femminile. (Osservatore Romano)

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