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La predica di san Francesco: Gli angeli, gli uomini, i demoni

di Felice Accrocca
Credit Foto - Redazione online

Come predicava Francesco d’Assisi? Cosa sappiamo sui contenuti e le modalità della sua predicazione? Premesso che nessuna delle prediche che egli tenne è giunta fino a noi, è però significativa a riguardo la testimonianza che ce ne ha lasciato un osservatore esterno, il croato Tommaso da Spalato, arcidiacono e poi vescovo della sua città d’origine. Quest’ultimo, infatti, studente presso l’università di Bologna, il 15 agosto 1222 vide Francesco predicare «sulla piazza antistante il palazzo comunale, ove era confluita, si può dire, quasi tutta la città».

Interessantissima la sua descrizione della predica e degli effetti che ne seguirono: «Questo era l’esordio del suo sermone: “Gli angeli, gli uomini, i demoni”. Parlò così bene e chiaramente di queste tre specie di spiriti razionali, che molte persone dotte, ivi presenti, rimasero non poco ammirate per quel discorso di un uomo illetterato. Eppure egli non aveva lo stile di un predicatore, ma piuttosto quasi di un concionatore. In realtà, tutta la sostanza delle sue parole mirava a spegnere le inimicizie e a gettare le fondamenta di nuovi patti di pace. Portava un abito sudicio; la persona era spregevole, la faccia senza bellezza.


Eppure Dio conferì alle sue parole tale efficacia che molte famiglie signorili, tra le quali il furore irriducibile di inveterate inimicizie era divampato fino allo spargimento di tanto sangue, erano piegate a consigli di pace. Grandissime erano poi la riverenza e la devozione della folla, al punto che uomini e donne si gettavano alla rinfusa su di lui, con bramosia di toccare almeno le frange del suo vestito o di impadronirsi di un brandello dei suoi panni».


A distanza di tanti anni, dunque, Tommaso da Spalato ancora ricordava la miserabile figura di Francesco, il suo volto nient’affatto gradevole e la sozzura delle sue vesti. Con tutta evidenza, non era dunque il suo aspetto fisico a colpire gli ascoltatori, convenuti numerosissimi. Neppure si può dire che Francesco curasse la propria immagine: piuttosto — questo sì! — si sforzava di occuparsi della propria anima, e Dio faceva il resto, perché gli uomini di Dio — quando sono veramente tali — fanno leva non sulle apparenze, ma sulla potenza dello Spirito. Quanto attuale risulta allora, anche in questo, la sua figura, quando da troppe parti e con troppa virulenza ci vien detto che ciò che conta è apparire, non importa come, e che il non apparire equivale a non esistere!


Preziosissima si rivela poi la notazione riguardo allo stile della predicazione di Francesco, che lasciava scorgere in lui un oratore politico (contionator), più che un predicatore vero e proprio. La contio era un’assemblea di popolo, il contionator quello che oggi si direbbe un comiziante, il quale — secondo quanto insegnava un maestro del tempo, e cioè Boncompagno da Signa nella sua Rethorica novissima — doveva fortemente impressionare l’uditorio, non tanto e non solo con le parole, quanto anche con le proprie espressioni e i propri gesti. Secondo Erik Auerbach, tutto quello che Francesco fece, dal momento della conversione fino al giorno della sua morte, «fu una rappresentazione; e le sue rappresentazioni erano di tale forza che egli trascinava con sé tutti coloro che lo vedevano o ne avevano soltanto notizia» (Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale, Einaudi, 1956).


Attraverso queste sue “rappresentazioni ” egli riconobbe i suoi errori, come quando ad Assisi, dopo aver predicato sulla piazza antistante la chiesa di San Rufino, ammise che durante una quaresima (con tutta evidenza, nella quaresima detta di san Martino, che precedeva il Natale del Signore) aveva mangiato carne e brodo di carne. Ancora ricorrendo a tale espediente corresse i suoi frati, come quando a Greccio, nel giorno di Natale di un anno imprecisato, vedendo che la mensa comunitaria era stata riccamente imbandita, uscì di nascosto e si ripresentò alla porta travestito da mendicante, suscitando commozione e pentimento tra di essi:

«Quale idea geniale da palcoscenico — scrisse ancora Auerbach (ibidem, p. 177) — di prendere il cappello e il bastone di un povero e di mendicare presso dei mendicanti! Ci si può immaginare lo sbalordimento e la vergogna dei frati quando egli col piatto si siede sulla cenere dicendo: Adesso sto seduto come un vero frate minorita…». Francesco non seguiva dunque le regole tipiche del genere predicatorio, ma piuttosto manteneva una stretta aderenza al vissuto quotidiano. Non solo: la sua non era una predicazione esclusivamente verbale, bensì faceva ricorso a tutti gli strumenti che aveva a disposizione. Tra gli agiografi del Santo, è Tommaso da Celano a rivelare una spiccata attenzione alla corporeità di Francesco, alla sua capacità di predicare anche con il corpo, fino a fare di esso una lingua — come scrisse con espressione efficace —, accentuandone gli aspetti drammatici.

In fondo, è proprio questa fisicità, questa concretezza di uomo in carne ed ossa ad emergere dal racconto della predica che Francesco tenne davanti a Onorio III e ai cardinali. Il Celanese narra infatti che nel corso di quella — per molti aspetti delicatissima — predicazione, Francesco, non riuscendo più a contenersi per la gioia, mentre parlava muoveva i piedi, quasi stesse saltellando. L’agiografo, in questa circostanza, riferisce onestamente i fatti così come gli erano stati narrati: valga a testimoniarlo la descrizione del timore che pervase il cardinale Ugo di Ostia di fronte a un simile modo di fare. Tommaso precisa pure che il Santo si comportò in quella maniera «non come chi scherzi», ma perché ardeva del fuoco dell’amor divino, motivo per cui una tanto strana predicazione non provocò il riso degli ascoltatori, quanto piuttosto un pianto di dolore: una precisazione che mostra tutta la difficoltà incontrata dall’agiografo dinanzi all’insolito comportamento di Francesco e perciò ne rafforza l’autenticità. Nondimeno, quel che più colpisce nel racconto di quanto accadde a Bologna il 15 agosto del 1222, è il fatto che la persona di Francesco, seppur «spregevole» e «senza bellezza», per la forza che Dio impresse alle sue parole, fece sì «che molte famiglie signorili», in guerra tra loro, fossero «piegate a consigli di pace». Troverebbe eguale ascolto, oggi, la sua parola, quando a prevalere sembra essere piuttosto una voglia sfacciata di mostrare i muscoli, una tendenza a escludere piuttosto che a includere, un bisogno quasi insopprimibile di belligeranza?



Felice Accrocca
Arcivescovo Benevento

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