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In 30 anni 'spariti' seimila sacerdoti, in Italia i preti sono sempre più vecchi

Redazione

Le diocesi corrono ai ripari affidando più parrocchie a un unica 'tonaca'

«Neanche un prete per chiacchierar», cantava Adriano Celentano. Cinquant’anni dopo, per migliaia di parrocchie italiane la strofa di «Azzurro» si è rivelata profetica. Ci sono sempre meno sacerdoti e meno parroci all’ombra dei campanili.

Hanno le agende sempre più piene. Sono percepiti «distanti», difficilmente raggiungibili dalla gente. In tre decenni il corpo sacerdotale si è ridotto del 16%. Ed è sempre più anziano. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: i fedeli che praticano - peraltro in calo costante pure loro - devono abituarsi alla scomparsa della tradizionale figura del parroco che, oltre a essere guida unica della chiesa vicino a casa, si occupa in prima persona dei sacramenti e del culto. E non solo: anche dell’oratorio e delle attività sociali. Quella sorta di punto di riferimento comunitario di democristiana memoria è ormai raro.
Lo dicono i dati sugli ultimi trent’anni (1990-2019) dell’Istituto centrale per il Sostentamento del Clero, forniti a La Stampa da Franco Garelli, sociologo delle Religioni. A maggio 2019 erano presenti in Italia 32.036 sacerdoti diocesani, circa un prete ogni 1.900 abitanti. Nel 1990 il clero diocesano era composto da oltre 38mila tonache. Così in un terzo delle 25.610 parrocchie italiane in trent’anni si è passati da un unico pastore a una gestione collegiale di più preti occupati in più parrocchie, oppure a un unico parroco condiviso con altre parrocchie. È il vuoto che preoccupa la Chiesa. Ha portato «disorientamento nei fedeli, soprattutto i più anziani», rileva Garelli. Di sicuro, è una novità «che interpella la fede, perché la rende meno comoda». Ma allo stesso tempo «il laicato è chiamato ad abituarsi e anche a valorizzare queste dinamiche nuove; a non pensare di avere la chiesa sotto casa, quando si fanno chilometri ogni settimana per andare al supermercato, e ogni domenica per la gita fuori porta». Preti sempre più vecchi. Anche perché l’altro processo che segna la Chiesa è l’invecchiamento.
«Se per convenzione - spiega Garelli - consideriamo non più impiegabili in un ruolo pastorale ordinario i preti con più di 80 anni, emerge uno scenario ancora più critico». Peggio se «operiamo il confronto tra i sacerdoti con meno di 70 anni: la riduzione risulta del 31%. I preti con più di 70 anni erano il 22,1% nel 1990, oggi sono il 36%». Altre prospettive che confermano il trend: la quota del clero «giovane» e l’età media. I preti con meno di 40 anni erano il 14% 29 anni fa, mentre oggi «rappresentano non più del 10%». E nel 1990 in media un sacerdote aveva 57 anni, oggi 62 anni.
«Siamo di fronte a un clero in età da pensione, se applichiamo a questa categoria criteri che valgono per la maggior parte dei lavoratori». La crisi colpisce molto più il Nord, e in parte il Centro, che il Sud e le Isole. La palma nera «se la contendono il Piemonte (pur terra dei santi sociali), la Liguria e anche il Triveneto, che proviene da una lunga tradizione cattolica». In 30 anni queste regioni hanno perso un un terzo del loro clero.

È in gioco il futuro delle parrocchie senza preti. In loro aiuto ci sono alcune migliaia di viceparroci, ma la coperta resta corta. Non è più pensabile mantenere in vita tutta la rete capillare di parrocchie a cominciare dall’appuntamento fondamentale: la messa. Non è più garantita in orari - e in chiese - agevoli per tutti. Già da diversi anni le diocesi si sono attrezzate: c’è chi ha favorito l’arrivo di seminaristi da altre nazioni, in particolare da Africa, America Latina e Asia. E c’è chi ha sperimentato le unità pastorali mettendo insieme alcune parrocchie e ponendole sotto la responsabilità di un unico parroco.

I giovani amano l’oratorio. In questi giorni in Vaticano, al Sinodo per l’Amazzonia, si discute la possibilità di ordinare in zone remote dei «viri probati», uomini anziani e sposati di «provata fede» per rimediare alla carenza del clero. C’è chi parla di sacerdozio femminile, e chi invoca maggiore spazio e responsabilità ai laici. In ogni caso, per Garelli la prima sfida riguarda «la domanda religiosa e sociale che gli italiani continuano a rivolgere agli ambienti ecclesiali». Secondo le indagini del sociologo infatti «parrocchie e oratori continuano a essere luoghi di presenza pubblica di rilievo». Intanto, più del 20% della popolazione dichiara di andarci con una certa regolarità, «e sono molti di più i praticanti discontinui o irregolari».

Di DOMENICO AGASSO JR - La Stampa

Leggi la versione integrale del testo sull’edizione della Stampa del 14-10-2019

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