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Il Papa: un prete non si isola ma vive in comunione con la sua gente

Debora Donnini - Vatican News Ansa/Vatican Media

Il discorso per la liturgia di inizio Quaresima, letto da Cardinale De Donatis

Essere persone di speranza, riconciliate, che hanno riconosciuto le loro amarezze e sono state trasformate. È l’esortazione che il Papa rivolge al clero della diocesi di Roma, nel discorso letto stamani dal cardinale vicario Angelo De Donatis, durante la tradizionale liturgia penitenziale all'inizio Quaresima, cui Francesco non partecipa per "lieve indisposizione”, come la Sala Stampa vaticana annuncia. Tutta la riflessione sviscera le amarezze che nella vita di un sacerdote possono infiltrarsi come un “sottile nemico” che trova il modo di camuffarsi come un parassita. Si tratta, principalmente, di amarezza nel rapporto di fede, con il vescovo e fra confratelli.

Non onnipotenti ma peccatori perdonati

Il Papa tiene a sottolineare da una parte che il suo pensiero è frutto dell’ascolto di alcuni seminaristi e preti italiani, ma senza riferimento ad alcuna situazione specifica, mentre dall’altra rileva come la maggior parte dei preti sia comuque contenta della propria vita e consideri queste amarezze come normali. Guardarle in faccia, quindi, consente di entrare in contatto con la nostra umanità e così, afferma Francesco, “ricordarci che come sacerdoti non siamo chiamati ad essere onnipotenti ma uomini peccatori perdonati”.

“La spiritualità della protesta”

Alla radice dell’amarezza nel rapporto di fede, si intravede una speranza delusa. Una speranza probabilmente scambiata con un’aspettativa. La speranza cristiana, infatti, non delude, sottolinea il Papa, perché “sperare non è convincersi che le cose andranno meglio, bensì che tutto ciò che accade ha un senso alla luce della Pasqua”. Per alimentarla è però necessaria un’intensa vita di preghiera, mettendosi “alla luce della Parola di Dio”.

Ora, il rapporto con Dio – più che le delusioni pastorali – può essere causa profonda di amarezza. A volte sembra quasi che Egli non rispetti le aspettative di una vita piena e abbondante che avevamo il giorno dell’ordinazione. A volte una adolescenza mai terminata non aiuta a transitare dai sogni alla spes. Forse come preti siamo troppo “perbene” nel nostro rapporto con Dio e non ci azzardiamo a protestare nella preghiera, come invece il salmista fa spessissimo – non solo per noi stessi, anche per la nostra gente; perché il pastore porta anche le amarezze della sua gente.
La vera protesta, chiarisce, non è “contro Dio ma davanti a Lui”, nasce dalla confidenza.

Speranza cristiana non aspettativa

Per entrare profondamente nel senso della speranza è di aiuto comprendere la differenza con l’aspettativa che nasce quando, osserva Francesco, “ci arrabattiamo”, cercando sicurezze, quando il punto di riferimento siamo noi stessi. La speranza sgorga invece quando si decide di non difendersi più e, come diceva il teatino Lorenzo Scupoli nel suo Combattimento spirituale, bisogna “diffidare di sé, confidare in Dio”. Si basa su un’alleanza: quella vita piena promessa da Dio nel giorno dell’ordinazione si realizza “se faccio Pasqua, non se le cose vanno come dico io”.
L’amarezza va, quindi, accolta, perché c’è una tristezza che a volte può essere buona e può condurci a Dio e così l’amarezza può cambiarsi in dolcezza e le dolcezze mondane in amarezze. Anche san Francesco d’Assisi lo ha sperimentato, come ricorda nel suo Testamento.

I problemi con il vescovo

Senza cadere nel luogo comune che trova nei superiori la colpa di tutto, perché in realtà siamo tutti mancanti, rimane il fatto, scrive il Papa, che “molta amarezza nella vita del prete è data dalle omissioni dei Pastori”. Non si tratta di divergenze inevitabili circa problemi gestionali o stili pastorali, ma di due aspetti “destabilizzanti per i preti”. Prima di tutto, quella che Francesco chiama “una certa deriva autoritaria soft”, quando per un “distinguo” magari si viene iscritti tra coloro che remano contro e l’adesione alle iniziative rischia di diventare “il metro della comunione”, quanto appunto “il culto delle iniziative” si va sostituendo all’essenziale.

La competenza soppiantata da presunta lealtà

Per tracciare la giusta direzione, Papa Francesco si richiama a San Benedetto. Questi nella Regola raccomanda che l’abate consulti la comunità intera quando deve affrontare una questione importante, ma anche che la decisione ultima spetti a lui, con prudenza e equità.
La grande tentazione del pastore è circondarsi dei “suoi”, dei “vicini”; e così, purtroppo, la reale competenza viene soppiantata da una certa lealtà presunta, senza più distinguere tra chi compiace e chi consiglia in maniera disinteressata. Questo fa molto soffrire il gregge, che sovente accetta senza esternare nulla.
I fedeli però hanno il diritto, e a volte il dovere, di manifestare ai Pastori il loro pensiero sul bene della Chiesa, come prevede il Codice di Diritto Canonico. Certamente in questo tempo di precarietà, la soluzione sembra l’autoritarismo – “nell’ambito politico questo è evidente” – ma la vera cura sta nell’equità, non nell’uniformità, ricorda il Papa.

Le amarezze fra sacerdoti

Una terza causa d’amarezza nei sacerdoti può derivare dai problemi “tra noi”. Il presbitero in questi ultimi tempi ha subito “i colpi degli scandali, finanziari e sessuali” e il sospetto ha reso i rapporti più freddi e formali:
Davanti agli scandali il maligno ci tenta spingendoci ad una visione “donatista” della Chiesa: dentro gli impeccabili, fuori chi sbaglia! Abbiamo false concezioni della Chiesa militante, in una sorta di puritanesimo ecclesiologico. La Sposa di Cristo è e rimane il campo in cui crescono fino alla parusia grano e zizzania. Chi non ha fatto sua questa visione evangelica della realtà si espone ad indicibili e inutili amarezze. Comunque i peccati pubblici e pubblicizzati del clero hanno reso tutti più guardinghi e meno disposti a stringere legami significativi, soprattutto in ordine alla condivisione della fede.

Il dramma dell’isolamento

E mentre si moltiplicano gli appuntamenti comuni, sembra esserci “più comunità, ma meno comunione”. Il Papa chiarisce, però, che non si tratta di solitudine nel senso cristiano, quella in cui si prega. Anzi, il vero problema sta proprio nel poco tempo per stare da soli. Senza solitudine, non c’è amore gratuito e gli altri rischiano di diventare “un surrogato dei vuoti”. Il dramma è invece l’isolamento, quello dell’anima, in mezzo alla gente. Quando “il mondo della grazia” diventa estraneo poco a poco e i santi sembrano “amici immaginari” dei bambini. Così la lontananza dalla grazia produce razionalismi o sentimentalismi ma “mai una carne redenta”.

Non fare tabula rasa del precedente
C’è poi il rischio di un isolarsi rispetto alla storia, quando tutto pare consumarsi nel “qui e ora” senza speranza nei beni promessi. Più ci si sente potenti, più si chiude il cuore al senso continuo della storia del popolo di Dio.

Per questo facciamo tanta fatica a prenderci cura e custodire quello che il nostro predecessore ha iniziato di buono: sovente arriviamo in parrocchia e ci sentiamo in dovere di fare tabula rasa, pur di distinguerci e marcare la differenza. Non siamo capaci di continuare a far vivere il bene che non abbiamo partorito noi! Iniziamo da zero perché non sentiamo il gusto di appartenere ad un cammino comunitario di salvezza.

Ma anche l’isolamento dagli altri è un pericolo, quando i propri problemi sembrano unici e insormontabili, quando si pensa che nessuno ci possa capire, spiega il Papa facendo riferimento a quanto Bernanos scriveva sul più sostanzioso “fra gli elisir del demonio”, un pensiero che ci fa chiudere in noi stessi mettendoci, in realtà, in una posizione di superiorità.

Il demonio non vuole che tu parli, che tu racconti, che tu condivida. E allora tu cerca un buon padre spirituale, un anziano “furbo” che possa accompagnarti. Mai isolarsi, mai! Il sentimento profondo della comunione si ha solamente quando, personalmente, prendo coscienza del “noi” che sono, sono stato e sarò. Altrimenti, gli altri problemi vengono a cascata: dall’isolamento, da una comunità senza comunione, nasce la competizione e non certo la cooperazione; spunta il desiderio di riconoscimenti e non la gioia di una santità condivisa; si entra in relazione o per paragonarsi o per spalleggiarsi.

Il popolo di Dio attende persone che riconciliano

E, in conclusione, Francesco rimarca che il popolo di Dio “ci conosce meglio di chiunque altro”:
Sono molto rispettosi e sanno accompagnare e avere cura dei loro pastori. Conoscono le nostre amarezze e pregano anche il Signore per noi. Aggiungiamo alle loro preghiere le nostre, e chiediamo al Signore di trasformare le nostre amarezze in acqua dolce per il suo popolo. Chiediamo al Signore che ci doni la capacità di riconoscere ciò che ci sta amareggiando e così lasciarci trasformare ed essere persone riconciliate che riconciliano, pacificate che pacificano, piene di speranza che infondono speranza. Il popolo di Dio attende da noi dei maestri di spirito capaci di indicare i pozzi di acqua dolce in mezzo al deserto.

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