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Presbiteriani in Camerun: la violenza non può avere la meglio

Tiziana Campisi Pixabay

Troppe le uccisioni di civili da parte di separatisti armati

Condanniamo tutti coloro che sprecano la vita fatta a immagine di Dio”: è quanto afferma in un comunicato diffuso ieri la Chiesa Presbiteriana del Camerun facendo riferimento alle uccisioni di civili da parte di separatisti armati e militari che hanno tristemente inaugurato il nuovo anno.

Un anno iniziato all'insegna della violenza

Il 6 gennaio una bomba esplosa sul ciglio della strada su un convoglio di funzionari governativi scortati da militari tra Andek e Mbengwi ha provocato la morte di cinque persone, fra cui una giornalista; l’8 gennaio, in un attacco alla postazione dell’esercito a Matazem - Santa sono rimasti uccisi quattro militari e due civili; il 9 gennaio uomini non identificati hanno ucciso il figlio di cinque anni di un pastore della Chiesa presbiteriana a Wum – Menchum; il 10 gennaio si contano almeno nove vittime, compreso un bambino, nella sottodivisione di Mautu-Muyuka.

La posizione dei vescovi:la violenza non vincerà

Condanniamo con forza e inequivocabilmente tutti coloro che perpetrano violenze nella nostra nazione. La violenza non vincerà mai, ma la giustizia e la pace lo faranno” affermano i leader religiosi firmatari del comunicato. Per la Chiesa presbiteriana “la natura complessa degli attacchi e dei contrattacchi, l’ulteriore uso di esplosivi insinua la determinazione sia nelle forze militari che in quelle ‘separatiste armate’ ,a proseguire sulla strada della guerra. Questa è una preoccupazione seria perché giustizia, dialogo e non guerra portano a una pace sostenibile”. Per questo i leader religiosi condannano con fermezza “tutte le forme di violenza che continuano a portare indicibili dolori e torture alla popolazione del Camerun” e “tutti coloro che versano sangue sacro”. “Dio riterrà ciascuno di noi responsabile per atti che contraddicono la sua volontà e saggezza” aggiungono, chiedendo poi al governo “di assumersi la responsabilità di porre fine a questo conflitto”. “Come leader religiosi - concludono gli esponenti della Chiesa presbiteriana - continueremo a guidare i nostri aderenti a rimanere in ginocchio a pregare e ci renderemo disponibili come mediatori nella ricerca di una pace e una giustizia durevoli». (Vatican News)

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