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LETTERA A PAPA FRANCESCO DAL MIO ISLAM FERITO

Lettera a Papa Francesco, scritta per Robinson - Repubblica, dallo scrittore arabo Ala al-Aswani

Credit Foto - ANSA - LUCA ZENNARO

Pubblichiamo la lettera a Papa Francesco, scritta per Robinson - Repubblica, dallo scrittore arabo Ala al-Aswani.


Santo Padre, mentre si appresta a visitare il mondo arabo, gli Emirati Arabi Uni-ti prima, e il Marocco poi, sento il desiderio di rivolgermi a Lei per esprimerle la gioia che il suo viaggio porta nel mio cuore e in quello, mi permetto di dire, di migliaia di persone che come me in questa regione sono nate e diventate adulte.

E, come me, negli ultimi anni hanno sognato un mondo diverso. Per prima cosa, ci tengo a dirle che la ammiro moltissimo: non molti pontefici sono riusciti a tenere vivo il contatto con la gente come sta facendo Lei. Non molti altri sono stati umanisti, come è Lei: amanti dell'umanità tutta, a prescindere dalle sue differenze e dalle religioni che professa.

CHIESA PER UMANITA’ - Da anni la vedo lottare per una Chiesa cattolica che serva l'umanità e non per un'umanità che serva la Chiesa cattolica. Ho vissuto in Egitto per la maggior parte della mia vita: da qualche tempo, per motivi che sarebbe qui molto lungo e complesso spiegarle, sono negli Stati Uniti. Non mi sorprendo che in entrambi questi Paesi Lei sia molto popolare, sia dentro che fuori la Chiesa.

LA SORPRESA DEL PONTIFICATO - Nel seguire il suo Pontificato, non posso nasconderglielo, molto spesso so no rimasto sorpreso: la prima volta è stato quando ha deciso di vivere in un piccolo appartamento, di condividere la tavola con altre persone, di andare in giro spesso su auto piccole e che non si fanno notare, invece delle lussuose berline vaticane. Quando ho capito tutto questo, mi perdoni Santità, non ho potuto fare a meno di sorridere: ho pensato a quante persone intorno a Lei non sarebbero state contente.

IL MODELLO PAPA FRANCESCO - Il modello che propone, non so quanto se ne renda conto, sta mettendo in imbarazzo molte persone nella Curia romana. Ma per noi che lo osserviamo da fuori è una novità rivoluzionaria ed entusiasmante. Di tutte le cose che ha detto o fatto da quando è stato eletto, quella che più mi ha colpito è stato il sostegno che più di una volta ha offerto ai rifugiati e ai migranti: ho pensato che fosse frutto della sua esperienza, della sua vita. Lei è figlio di immigrati e questo probabilmente l'ha resa sensibile al dramma delle persone che lasciano il loro paese per cercare una vita migliore: ma questo non è scontato. Anche il presidente della nazione che oggi mi ospita, Donald Trump, ha sangue di immigrati nella sua famiglia: ma deve averlo dimenticato. Come hanno fatto i rappresentanti del Congresso americano che, di fronte al suo discorso nel 2015 e al suo richiamo alla dignità dell'uomo, avevano le lacrime agli occhi. Ma poi sbattono la porta in faccia a chi arriva negli Stati Uniti in cerca di speranza e opportunità.

LA SFIDA ARABA E I BAMBINI YEMENITI - Riuscirà Lei a toccare il cuore dei milioni di giovani arabi che in questi giorni seguiranno il suo viaggio attraverso la televisione e internet? Non ho problemi a confessare che se la stessa domanda mi fosse stata rivolta riguardo a uno dei suoi predecessori avrei detto di no, che si sarebbe trattato di una visita soltanto decorativa. Oggi, Santo Padre, la penso in maniera opposta: ci sono molti messaggi che i giovani arabi si aspettano di ascoltare da Lei. Parole coraggiose, che sollevino i cuori e gli animi negli anni bui che hanno seguito quella che molti hanno definito la nostra Primavera. Gli Emirati Arabi Uniti, il paese che è la tappa della sua prima visita, sono protagonisti di una terribile guerra in Yemen. Sono certo che lo sa, Santità, non occorre che glielo ripeta io.
Eppure mi lasci dire quanto sarebbe importante che ne parlasse. Ho scoperto leggendo articoli di giornale che, come me, è un grande ammiratore di Fedor Dostoevskij: sono certo allora che sa bene che il grande scrittore più di una volta si chiese perché alcuni bambini dovessero soffrire tanto e perché Dio permettesse che tanta sofferenza fosse inflitta loro. Una domanda che l'autore mette in bocca a uno dei fratelli Karamazov, Ivan. Se me lo concede, ci terrei a ricordarle che Ivan parlava principalmente di bambini malati e sosteneva che se Dio esistesse davvero non avrebbe dovuto permettere l'esistenza di certe malattie e il fatto che a soffrirne fossero prima di tutto i bambini: ma qui, Santità, non parliamo di malattia.

Le persone che incontrerà stanno spendendo milioni di dollari per armi che uccidono i bambini, decine di migliaia di bambini yemeniti. La domanda che pone Ivan Karamazov dunque è molto rilevante, se messa nel contesto della sua visita e del suo incontro con il principe degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed, uno dei principali promotori della guerra in Yemen.

L’APPELLO - Può sembrarle un appello poco coerente il mio: un musulmano che chiede al Papa cattolico di parlare del dolore del mondo arabo. Ma credo che uno dei risultati maggiori ottenuti dal suo papato sia stato quello di varcare i confini del mondo cattolico, di essere capace di rivolgersi al mondo intero. Mi sono fatto l'idea che il Dio di cui parla Lei non sia solo il Dio dei cattolici, ma quello di ogni essere umano. Per questo credo, e spero, che le sue parole arrivino fin dentro le celle del mio Egitto, dell'Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti e dello Yemen. Tutte le persone che vi sono rinchiuse hanno bisogno del suo supporto e della sua solidarietà. Della sua vicinanza. Della sua parola.

IL SOGNO DELLA LIBERTA’ - Molti, moltissimi di quelli che sono oggi in quelle carceri sono lì perché hanno osato sognare: libertà, democrazia, diritti. Vorrei davvero che Lei potesse dire una parola su tutto questo. Capisco che possa essere difficile: non sono certo un ingenuo. Ma sarebbe importante se potesse vedere queste persone, e i segni della tortura sul loro corpo. Lei una volta ha lavato i piedi a un rifugiato musulmano a Roma durante le celebrazioni della Pasqua cattolica. E a Buenos Aires aveva fatto lo stesso con un giovane tossicodipendente. Sono gesti come questi che incarnano la mia idea di cristianità e spiegano perché nutro tanta ammirazione nei suoi confronti. Lei ha detto più volte che dobbiamo accettare tutti e tutti quelli che soffrono devono essere confortati. Non dimentichi che sta entrando in una zona del mondo dove centinaia di migliaia di persone soffrono in ogni momento: e da Lei si aspettano una dimostrazione di supporto e di solidarietà.



SOLIDARIETA’ AI CARCERATI E AGLI ULTIMI - Non le chiedo di parlare direttamente di politica, ma vorrei che le persone che sono nelle prigioni dei paesi che ho menzionato e di altri nella regione, come anche il Marocco dove andrà presto in visita, sentissero che il Papa conosce il loro dolore ed è al loro fianco. In Marocco migliaia di persone sono finite in carcere per aver chiesto pane, lavoro, dignità: è successo con il precedente re e suo figlio, l'attuale sovrano, aveva promesso che durante il suo regno le cose sarebbero state diverse. Ha provato, per un po': ma molte cose non sono cambiate e oggi come allora chi protesta finisce in cella.

In Marocco come in Egitto come in Arabia Saudita e negli Emirati Arabi Uniti. Per esperienza, perché conosco alcune delle persone che sono in quelle celle, posso dire che per loro farebbe una grande differenza saperla al loro fianco. Qualcuno ha detto che non avrebbe dovuto andare nella penisola arabica: voglio dirle che non sono d'accordo. Lei sa cosa voglia dire stare vicino agli ultimi sin da molto prima di essere eletto Papa: un politico deve chiedersi se sia giusto incontrare principi e governanti con le mani sporche di sangue. Il Papa no: il Papa, a mio modesto parere, deve andare dove la gente soffre. E io le sono grato perché lo sta facendo. Faccia buon viaggio. La aspettiamo a braccia aperte `Ala al-Aswani (Scrittore Arabo)




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