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La discarica dei gommoni

Mario Scelzo Mario Scelzo

Su quella collina la Comunità di Sant'Egidio ha piantato un ulivo

Discarica. Chiuso definitivamente. Questo vi appare se tramite Google Maps cercate le indicazioni per arrivare al Cimitero dei Gommoni, sito nei pressi di Mithymna, gradevole località marittima (dominata dall’alto da un castello costruito dai genovesi) dell’isola greca di Lesbo. Sempre Google Maps ci aiuta ad inquadrare il paesaggio circostante: Delfinia Hotel e Bungalows, il porticciolo turistico di Skala Sikamineas, Mylitini Sea Blue Apartment, ed altri luoghi di turismo e convivialità, facenti parte della zona naturalisticamente più bella (e di conseguenza più attrezzata ad accogliere i turisti) dell’isola di Lesbo. 

Sono tornato per la seconda volta, insieme ad altri amici della Comunità di Sant’Egidio con i quali ho passato un periodo di vacanze solidali a sostegno dei circa 4.000 profughi del campo di Mavrouvoni, a visitare quello che appunto viene chiamato “Il Cimitero dei Gommoni”, luogo che racchiude in sé i drammi e le tante sfaccettature del fenomeno migratorio. 

Andiamo con ordine. Ricordo rapidamente a chi non ne fosse a conoscenza che Lesbo è in qualche modo la Lampedusa greca, le coste di questa isola distano in certi punti non più di 5 km. dalla Turchia, e per questo, a partire dal 2015, l’isola è uno dei punti di maggiore accesso dall’Asia all’Europa. Dopo un boom del 2016-17, con quasi 100.00 persone in transito sull’isola, attualmente, “grazie” agli accordi tra Unione Europea e Turchia, il flusso di migranti viene stoppato dalla polizia di Erdogan (tanto ci sarebbe da dire su questo…) e gli arrivi sono drasticamente calati. Ero qui nel 2019 e nel campo di Moria erano ospitate quasi 20mila persone, attualmente siamo attorno a 4mila persone, provenienti prevalentemente dalla Siria, dall’Afghanistan, alcuni dai paesi dell’Africa Australe. Queste persone, che poi sono famiglie con donne e bambini, passano mesi se non anni in attesa di un visto (o di un rifiuto…) per l’Europa, vi rimando ad un mio precedente articolo per saperne di più. 

Veniamo al Cimitero. Come vedete dalle foto, si tratta di una catasta di gommoni bucati, salvagenti rotti, qualche vestito, pezzi di legno ed altri oggetti della vita quotidiana, portati su questa assolata collinetta dalle autorità greche, non nell’ottica di farne un memoriale, tuttaltro, ma per non disturbare la quiete ed il relax dei turisti che vengono a riposare sull’isola. Come dicevo, la zona più vicina alle coste della Turchia è anche quella più bella e turisticamente sviluppata, e, sarà per scarsa conoscenza della situazione sarà per “abitudine”, abbiamo visto moltissime persone farsi il bagno praticamente sotto il cimitero, mentre noi eravamo in “pellegrinaggio”, sotto di noi c’erano famigliole in costume con secchiello e paletta. Insomma, bisogna togliere dalla vista dei turisti il “fastidio” di vecchi gommoni, di scarpe abbandonate, degli stivali utilizzati per lo sbarco, in questa “convivenza” tra chi scappa dalla guerra (mentre ero a Lesbo c’è stata l’esplosione della crisi afghana) e chi più… banalmente…”scappa” (legittimamente, ci mancherebbe) dalla routine della vita quotidiana per concedersi un meritato relax.

Cosa vuol dire un gommone abbandonato? Per alcuni, drammaticamente, vuol dire naufragio, i nostri amici del campo ci hanno parlato di tre persone morte tra cui un bambino in un recente naufragio, morire per il sogno di una vita migliore, morire quando le navi di Frontex sono presenti sull’isola non per accogliere ma per respingere. Fortunatamente però quasi tutti, con fatica, affrontando situazioni di pericolo perché siamo in una zona di mare mosso, riescono a raggiungere le coste dell’isola, ma c’è l’usanza di bucare i gommoni, per evitare che a qualcuno, trafficante o meno, venga in mente di riportare il “carico umano” in Turchia. In ogni caso, nella concitazione dello sbarco, tanta parte del bagaglio, se presente, viene abbandonato, visto che non è che i trafficanti ti fanno approdare su una comoda passerella, solitamente anzi a qualche centinaio di metri dalla costa i migranti sono “invitati” a scendere dalla barca. 

Personalmente, auspico che questa collina diventi un luogo della memoria, una meta di pellegrinaggio, magari anche per le scolaresche, per far toccare con mano cosa vuol dire mettersi in viaggio in cerca di un futuro migliore. Per quanto uno possa aver letto, si sia informato, vi posso garantire che vedere coi propri occhi questo triste spettacolo fa comprendere meglio che dietro ad ogni “migrante” si trova una persona, con una storia, dei sogni e dei progetti, e che noi europei non possiamo fare finta di nulla ed abbandonarli al proprio destino.

Da questa estate sulla collina è presente un giovane ulivo piantato dai volontari della Comunità, come segno lasciato a simbolo di una pace che deve mettere radici anche nelle condizioni più difficili. 

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