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Iraq. Yazidi, 5 anni fa il genocidio. Ma la ferita resta aperta

In tutte le cerimonie oggi si mostrano le foto delle ossa e degli stracci che ancora emergono dalle buche

Credit Foto - ANSA

Centinaia di braccia si alzano verso l’elicottero che le sorvola basso. La ferocia del vento sconvolge i vestiti delle donne coi fagotti e i bambini in braccio, e lo stremo di certi anziani portati a spalla. Ivan Watson, giornalista della Cnn, è a bordo e impronta una telecronaca il più professionale possibile sopra il rumore delle pale e delle urla. I soldati americani lanciano viveri ma la risposta dal basso sono mani che chiedono di essere tirate a bordo. Lui tira su quelle che riesce ad afferrare, poi siede in silenzio tra i salvati con gli occhi spalancati.

Erano le prime immagini di un’apocalisse sconosciuta, iniziata cinque anni fa in Iraq, di un popolo fino ad allora altrettanto sconosciuto e l’anno in cui la minoranza yazida ha vissuto il suo 74esimo genocidio, stavolta per mano dell’organizzazione jihadista più efferata: il Daesh. Che continua ad accanirsi. Pochi giorni fa una decina di miliziani è arrivato fin sotto il cementificio della città di Sinjar. Vistisi scoperti, quattro di loro si sono fatti saltare in aria.

In tutte le cerimonie di commemorazione oggi si mostrano le foto delle ossa e degli stracci che ancora emergono dalle buche o in mezzo ai campi coltivati, che qualcuno da mesi brucia e distrugge. E le foto di quella grande fuga, scalzi, con qualche oggetto preso al volo in casa, e la certezza cruda di quell’aver perduto tutto in pochi minuti. Simboli di un unico messaggio: «Il Daesh è sconfitto solo territorialmente e il nostro genocidio continua».

Per giorni tra le rocce della montagna di Sinjar o in carovane di auto verso Dohuk ed Erbil, fuggiva quasi mezzo milione di persone dai villaggi attaccati per rastrellare “miscredenti” e schiave sessuali.

Garantire la sicurezza è quel che si prefigge di fare il neo eletto Mir degli yazidi, la suprema guida della comunità, il principe Hazim Tahsin Beg. L’altra sfida è ottenere rappresentanza politica e sostegno economico. Nadia Murad da sola non basta. E poi ci sono i 3mila rapiti di cui nulla si sa.

Solo 170 donne e bambini sono stati rintracciati. Chi è ancora nel campo profughi di al-Hol in Siria non ricorda chi è o ha paura. Sui telefoni circolano foto inedite di un’ala dell’ospedale di Sinjar con scarpine, calzature di donne e vestiti. Nelle prime ore dell’occupazione della città, molte yazide lì sono state vestite, truccate e poi violentate. La vecchia scuola di Kojo ospita la mostra con le foto dei vivi scomparsi e dei morti. A poca distanza il governo iracheno e una delegazione delle Nazioni Unite scava per la prima volta una delle più grandi fosse comuni, con lo scopo di incriminare il Daesh.

Sara Lucaroni - Avvenire.it



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