cultura

CHESTERTON E SAN FRANCESCO: POETI E 'TRASGRESSORI'

Redazione

Gilbert Keith Chesterton aveva trovatoin Francesco d'Assisi il contenitore e allo stesso tempo la risposta della sua ricerca interiore

Un principe del paradosso. Così è stato definito Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), per quell’ironia tipicamente inglese che da scrittore e romanziere usava nei suoi tanti racconti, nelle poesie, nelle opere teatrali. Eppure, i temi su cui si basano le sue opere si poggiano su tematiche serie, serissime, come la filosofia, la politica, l’economia e la teologia, cioè gli stessi argomenti trattati da Charles Dickens, Oscar Wilde.

Nella sua Biografia del 1936 rispetto alle proprie origini ed educazione religiosa Chesterton dichiarava: «Inchinandomi con la mia cieca credulità di sempre di fronte alla mera autorità e alla tradizione dei padri, bevendomi superstiziosamente una storia che all'epoca non fui in grado di verificare in persona, sono fermamente convinto di essere nato il 29 maggio del 1874 a Campden Hill, Kensington; e di essere stato battezzato secondo il rito anglicano nella piccola chiesa di Saint George, che si trova di fronte alla torre dell'acquedotto, immensa a dominare quell'altura. Non attribuisco nessun significato al rapporto tra i due edifici; e nego sdegnosamente che la chiesa possa essere stata scelta perché era necessaria l'intera forza idrica della zona occidentale di Londra per fare di me un cristiano».

La caratteristica principale di Chesterton, anche prima di “incontrare” Francesco d’Assisi, è stata quella di giungere a conclusioni diametralmente opposte a quelle cui erano giunti i colleghi più “seriosi” che lo avevano preceduto, o rispetto agli scrittori contemporanei e alla società stessa cui apparteneva. In Eretici (1905) il nostro Chesterton si pone in maniera critica nei confronti dell’attitudine carpe diem tipica della morale di Oscar Wilde: come si fa ad essere felici cercando pessimisticamente un piacere fine a se stesso? La verità, secondo Chesterton, è che «la gioia non coglie i boccioli di rosa mentre ancora può farlo; i suoi occhi fissano la rosa immortale che vide Dante». Come per il poverello d’Assisi, la ricerca della felicità intesa nel senso di compimento dell’uomo è per Chesterton alla base del suo tendere intellettuale e spirituale, e lo sfondo “cinematografico” – uno dei suoi personaggi più riusciti, Padre Brown, ispirò molte pellicole – della battaglia tra il bene e il male diventa nelle sue opere lo scontro reale tra ottimismo laico e ottimismo cristiano.

Ma l’amore per l’uomo, con le sue debolezze, i difetti, già arde in L’uomo che fu Giovedì (1908), tanto da essere letto e persino molto apprezzato da Benito Mussolini. Si convertì al cattolicesimo, Chesterton, grazie a un sacerdote che ispirò il soggetto del riuscitissimo detective Padre Brown e i cinque volumi dedicati ai racconti che lo vedono protagonista. Sotto la decadente immagine di depresso e perdente, in realtà Padre Brown cela un individuo totalmente “simpatetico” nei confronti dell’altro tanto da immedesimarsi con un criminale: «Io sono dentro un uomo. [...] aspetto di essere dentro un assassino [...] finché penso i suoi stessi pensieri, e lotto con le sue stesse passioni [...] finché vedo il mondo con i suoi stessi biechi occhi [...] Io non ho proprio ucciso quegli uomini materialmente. Intendo dire che ho pensato e ripensato come un uomo possa diventare così, finché non mi resi conto che ero simile a lui, in tutto, eccetto che nella volontà di compiere l'azione finale». Padre Brown è un perfetto amante della misericordia. La stessa che aveva ispirato la vita di un altro uomo, reale, Francesco d’Assisi. Rimase talmente folgorato dalla vita del santo assisiate da dedicargli molto studio e un “bozzetto” biografico datato al 1923, un anno dopo la sua personale conversione (cfr. G.K. Chesterton, San Francesco d’Assisi, Torino 2008).

In Francesco aveva trovato il contenitore e allo stesso tempo la risposta della sua ricerca interiore. Un’ispirazione perfetta che proveniva da un uomo innamorato di Dio, del Creato: anche Francesco è un poeta che canta della vita ordinaria, delle cose apparentemente insignificanti, dei reietti, i falliti. Francesco è anche quello che andava controcorrente, un “tipo” al limite, che decide follemente di porsi sotto la derisione cittadina e di mortificare il padre pur di imitare Cristo, e si rifiuta di creare una regola e un ordine perché tutto questo non aveva nulla a che fare con le stimmate del figlio di Dio. Ma con ironia: sì, è sempre con il sarcasmo e la risata che Francesco e Chesterton – l’ironia dell’inglese aveva colpito anche Papa Paolo VI – accolgono la rivoluzione interiore. E con la stessa ironia che Chesterton dedica la sua biografia del Santo a quella drammatica modernità in cui lo scrittore vive, perché ne possa trarre un esempio, un modello di empatia e sympatheia.

 

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