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Il racconto. Tra i bambini che vanno a trovare i genitori in carcere

Marco ha sei anni e vive con la mamma a Milano. Ogni settimana va a trovare il papà, un detenuto in attesa di giudizio nella casa circondariale di Monza. Non c’è molto tempo a disposizione, soltanto due ore, e spesso non è facile sfruttarle al meglio. Il bimbo vede la madre passare attraverso le sbarre e firmare delle carte. Alcuni uomini in divisa le controllano la borsa, Marco non sa che quello è un carcere e si chiede come mai il padre sia costretto vivere lì, la mamma gli ha detto che sta lavorando. In quelle due ore può giocare, disegnare, fare quello che fanno tutti i bambini. C’è uno spazio apposito per l’incontro, la ludoteca. D’estate poi c’è anche la possibilità di stare all’aperto, correre, giocare a pallone con il papà. Poi però arriva qualcuno: «Colloquio finito», scandisce a voce alta. E il piccolo capisce che è giunto il momento di andare via.

Sono 70mila i bambini che ogni anno entrano in carcere per incontrare i genitori ed è pensando a tutti loro che Telefono azzurro, dal 1993, ha avviato il progetto 'Bambini e Carcere', reso possibile grazie alla collaborazione con il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del ministero della Giustizia. Un accordo che è stato rinnovato il 30 luglio scorso, con la firma del protocollo di intesa che regola le attività dell’associazione nelle strutture carcerarie di tutta Italia. L’obiettivo è quello di tutelare i bambini coinvolti in situazioni di detenzione genitoriale, in ottemperanza a quanto sancito dall’articolo 9 della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. Non è un lavoro facile però, come spiega ad Avvenire Anna Giussani, psicologa di Telefono azzurro: «Cerchiamo di rendere le ludoteche, spazi idonei all’incontro genitore-figlio ma nonostante si tratti di una struttura dedicata, il bimbo deve abituarsi e a volte è molto spaesato».

Ci sono procedure di ingresso particolari e regole comportamentali specifiche. «A volte l’attesa di incontrare il papà rende il figlio agitato. Siamo chiamati ad affiancarlo e a prepararlo all’incontro, è un momento particolare. Senza contare che anche per il padre è molto difficile: non possono esserci avvicinamenti troppo stretti tra coniugi, non si può parlare con altri genitori – continua la psicologa –. A volte il bimbo finisce per essere lasciato a se stesso. Il tempo è poco e il nostro compito è quello di farlo fruttare e trasformarlo in un momento di qualità nella relazione padre-figlio».

Anche le mamme fanno fatica, in molte credono sia meglio mentire ai propri i figli, quando invece ci sono parole adatte a rendere la situazione comprensibile anche a un bambino. Grazie a 240 volontari adeguatamente formati, nel 2018 sono stati oltre 12.000 i bambini seguiti dal progetto in 24 istituti di 21 città italiane. Ma sono ancora molti i minori che vivono direttamente o indirettamente l’esperienza del carcere e hanno bisogno di essere aiutati. Inoltre, dalle statistiche del Dap, risulta che dei 59.655 detenuti, più di 26mila sono anche genitori, e sono solo 52 i bambini, fra i 0 e i 6 anni, che vivono negli istituti con le proprie madri grazie a cosiddetti 'nidi'. Per loro ci sarebbero anche gli Icam, istituti a custodia attenuata per madri detenute, ma in tutta Italia ce ne sono solo 5 e spesso i giudici non sanno neanche cosa siano.


«Si tratta di strutture dedicate in cui le madri possono vivere con i figli da 0 a sei anni, ma si è comunque in un carcere con regole proprie di un istituto – spiega ancora Giussani –. Sono concepiti come un grande appartamento, gli agenti vestono in borghese e i bambini possono andare all’asilo. Uno spazio rispettoso del diritto alla continuità della relazione padre-figlio e di quello dell’adulto all’esercizio del ruolo genitoriale». Anche in questo caso, però, non mancano controindicazioni, specie nella capacità del bambino di rapportarsi allo spazio esterno. Sabrina e Valentina, ad esempio, vivono con la madre nell’Icam di San Vittore.

Hanno cinque anni e quella è la loro casa. Anche se la mattina possono andare all’asilo, nel pomeriggio devono rientrare. C’è la possibilità di uscire, ma solo se accompagnate dai volontari. Qualche mese fa, racconta Emanuela, un’operatrice di Telefono azzurro, sono state accompagnate a una festa di compleanno e per la prima volta hanno visto il laghetto dell’idroscalo di Milano. La domanda che hanno fatto all’accompagnatrice dà l’idea di quello che può significare vivere in un carcere: «È il mare?».


Matteo Marcelli, Avvenire



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