cronaca

Don Gianluca, medico e sacerdote al fianco dei malati di Covid

Elisabetta Reguitti

Lui stesso ha incontrato il virus

Don Gianluca cerca negli occhi dei malati il loro sorriso. Le parole di consolazione e speranza che dona alle persone che incontra sul suo cammino trovano spunto dall’essenza dell’essere umano che soffre e a cui don Gianluca regala la sua gioiosa presenza. Don Gianluca Mangeri non vuole si parli di lui. Per raccontare la sua storia e la sua persona la via è la mediazione tra una giornalista curiosa e questo sacerdote di 47 anni laureato in medicina - specializzato in oncologia al Gemelli di Roma - e sacerdote dal 2011 nella diocesi di Brescia dove presta il suo sevizio come Cappellano nell’ Ospedale Poliambulanza.

“La mia ritrosia a parlare di me e della mia esperienza viene dal ricordo di un consiglio del padre gesuita, poi cardinale, Tomas Spidlik, che raccomandava ai giovani sacerdoti di non parlare di se stessi se non in tarda età” racconta don Gianluca specificando: “Questo per il rischio che invece di far emergere “Dio” emerga il proprio “io”.

Non ti viene in mente di chiedere il cellulare a don Gianluca perché al numero fisso che fornisce l’ospedale lui risponde sempre, a qualsiasi ora.

Un medico oncologico che diventa sacerdote al servizio di un ospedale. Una storia non così frequente, ma questo non è abbastanza per convincerlo a raccontare se non attraverso una “lettura spirituale” del vissuto circa l’esperienza della pandemia. “E’ importante fare l’esperienza dei due discepoli di Emmaus che si sono lasciati affiancare dal Risorto e grazie a Lui hanno saputo rileggere la loro esperienza con occhi nuovi” - spiega -. “Ciascuno è importante possa trovare, con l’aiuto di Dio, il proprio “filo rosso”, la propria chiave ermeneutica per leggere con gli occhi di Dio la propria esperienza. E’ un dono da chiedere”- auspica-.

È il filo fragile della malattia che spesso spezza l’esistenza umana delle donne e degli uomini che sono ricoverati e che attira la misericordia di Dio che sola può ricucire le esistenze.

Per don Gianluca è proprio il filo rosso della misericordia che lo sta aiutando a leggere non solo questa esperienza ma anche tutto il suo cammino.

Lui stesso ha incontrato il virus e prima di leggere ciò che ha scritto della sua malattia il sacerdote medico rivolge a tutti l’augurio di trovare il proprio “filo rosso” la propria “chiave ermeneutica”, che, assicura, “è già nel cuore di Dio, per leggere con gli “occhiali divini” l’esperienza della pandemia e la propria vita”.

UNA NUOVA SVOLTA
Questa testimonianza più che di me racconta della misericordia di Dio incontrata e sperimentata, con grande stupore, anche in questa svolta del mio cammino. Risale a venticinque anni fa la mia prima svolta quando, come studente di medicina, ho incontrato la “mia prima paziente”: era una persona malata di tumore, la quale non solo mi ha raccontato la sua storia clinica, ma anche tutta la sua vita, quasi una confessione.

Il Signore, partendo da questo volto, mi ha messo nel cuore il desiderio di stare accanto ai malati oncologici e ha permesso che conseguissi, qualche anno dopo, la specializzazione in oncologia medica. Proprio in questi anni di appassionato lavoro clinico Lui stava preparando un’altra svolta. Con una delicata inquietudine mi stava facendo capire che c’era un “di più” al quale ero chiamato.

Ma quale? Da qui la non facile ricerca, accompagnata da tanti volti, che mi hanno portato ad accogliere l’inestimabile dono del sacerdozio. Ecco la fondamentale svolta del mio cammino. Da nove anni ho nel cuore la gioia di questa chiamata e, dopo l’esperienza nelle parrocchie e l’inserimento nella pastorale della salute, da quasi due anni, sono cappellano in Poliambulanza.

Ho vissuto questo periodo come una sorte di “chiamata nella chiamata”, un ritorno alla cura dei malati in modo diverso. Una terapia fatta di ascolto, di dialogo, di preghiera condivisa, di “somministrazione” di quei “speciali farmaci” che sono i sacramenti della comunione, della confessione, dell’unzione dei malati. Una cura fatta di attenzione non solo ai malati, ma anche ai colleghi medici e agli operatori dell’ospedale: anche loro hanno invisibili e spesso dolorose ferite. Impegnato in questa missione non immaginavo che il Signore stesse preparando per me un’altra svolta.

La sera del primo marzo 2020 mi compare febbre alta e tosse: è l’inizio di una polmonite da Covid-19. Vengo quindi ricoverato proprio in Poliambulanza. Mi sentivo come arso dalla febbre, debolissimo facevo fatica a respirare e a muovermi, tanto da essere lavato dagli stessi operatori che pochi giorni prima avevo salutato in corsia. Ero confuso, non riuscivo né a pensare, né tanto meno a pregare. In questa fragilità ho sperimentato la misericordia di Dio attraverso i volti di chi mi assisteva: ora ero io il paziente e ogni loro piccolo gesto di attenzione, ogni loro parola di incoraggiamento avevano un forte impatto anche sul mio spirito.

A loro chiedevo cosa stesse succedendo e, percependo la gravità del momento, sentivo crescere in me un sentimento di amarezza, di dispiacere ed un senso di impotenza. Mi accorgevo di quanto avrei potuto fare per i malati, per i loro familiari angosciati e poi per loro: per i medici, per gli infermieri, per gli operatori dell’ospedale, come potevo lasciarli soli nella “battaglia”?

Dimesso, sono stato isolato in una stanza del Centro Paolo VI e qui ho sperimentato che è proprio vero che il Signore sa scrivere diritto sulle nostre righe storte. Un amico mi ha fatto pervenire diversi libri tra i quali uno sulla vita di Santa Elisabetta della Trinità. Non conoscevo questa monaca carmelitana francese, vissuta a cavallo tra ottocento e novecento, morta a soli 26 anni. Tuttavia, man mano proseguivo la lettura mi accorgevo che la misericordia di Dio stava assumendo il suo volto. In lei ho trovato la risposta ai miei interrogativi e soprattutto la leva per un nuovo slancio.

Ho letto il libro per ben tre volte e mi si sono impresse nel cuore queste sue parole: “Quanto bisogna pregare per i moribondi! Passerei volentieri l'eternità ad assisterli” ed anche: “È così bello pensare che la vita del sacerdote, come quella della carmelitana, è un avvento che prepara l'incarnazione nelle anime...”. Mi si è aperto un mondo nuovo: con la preghiera potevo assistere i morenti, potevo chiedere al Signore la forza per i medici, gli infermieri e tutti i “miei” collaboratori, potevo infatti preparare la via all’ingresso di Gesù nei loro cuori e Lui avrebbe pensato a sostenerli.

Elisabetta mi ha ricondotto sul “campo di battaglia” in modo diverso e del tutto inaspettato. Sapevo che la preghiera era potente, ma lo sapevo con la testa, ora lo comprendevo in profondità e con tutto il cuore. Ho ritrovato così una grande serenità e con essa gradualmente anche le forze ed il respiro. L’amabile cura delle crocerossine e dei confratelli sacerdoti del Centro Paolo VI hanno contribuito ulteriormente a ritemprarmi.

Gli esami hanno poi mostrato la negatività al virus e la presenza degli anticorpi nel sangue. Guarito! Guarito dalla misericordia di Dio con i suoi molteplici volti ed interventi. Dal 4 maggio ho ripreso la mia missione in ospedale con un più vivo e forte desiderio: quello di condividere e rimettere in circolo gli anticorpi della misericordia ancora una volta incontrata e sperimentata.

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