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Per abitare il futuro

Francesco Ognibene - Avvenire Pixabay
Pubblicato il 15-07-2020

Famiglia: la crisi e il ricominciamento

Un giorno gli impressionanti dati sul tracollo delle nascite, quello successivo l’impietosa fotografia sulla disgregazione di modelli familiari che davamo per consolidati. Un “uno– due” da mandare al tappeto il Paese, non fosse che pochi sembrano accorgersi di quel che succede nella sua struttura portante, presi da tutt’altro. Se vengono meno consistenti legami familiari, di pari passo con la procreazione in termini sufficienti a rigenerare la società, tutto ciò che vi si poggia sopra è consegnato a un’inevitabile incertezza, dall’economia al lavoro, dal welfare alla scuola, alla sanità, terreni sui quali si consuma un estenuante dibattito pubblico apparentemente incapace di invertire il corso di fenomeni di tale portata (e forse neppure davvero interessato a farlo). Come una macchina che finisce la benzina e perde pure le ruote, ma il cui equipaggio continua a discutere vanamente sul viaggio, la strada e la meta. È una questione elementare di priorità: va preso atto collettivamente e con la massima serietà che qualcosa di irreversibile si va consumando nella fibra costitutiva degli italiani, in particolare dei giovani, sempre meno numerosi e sempre più incerti sulla strada da far prendere al loro futuro. La rinuncia crescente a procreare documentata dall’Istat è a sua volta l’effetto di un fenomeno ancor più profondo che il Rapporto Cisf 2020 esplora (ne dà conto con ampiezza Luciano Moia a pagina 5) spiegando che prende forma una «società post– familiare». Nel linguaggio dell’analisi sociologica l’espressione rimanda al dissolvimento del modello “canonico” di famiglia come riferimento prioritario nella mente e nel cuore di chi immagina la propria vita di domani, con il dilagare di tutte le possibili soluzioni, come un cantiere destinato a restare sempre aperto, un divenire mai del tutto compiuto, e comunque un obiettivo non più necessariamente centrale ma accessorio ad altri traguardi. Cos’ha fatto spostare la famiglia nella sua conformazione originaria – edificata su un’idea di stabilità e aperta alla procreazione – verso la periferia dei percorsi di vita, consegnandola al mercato delle possibilità in mezzo ai suoi ormai numerosi surrogati?

Concentrati sugli effetti sociali ed economici, che si impongono macroscopicamente alla nostra attenzione, abbiamo forse trascurato le cause, quelle vere, che agiscono sulle motivazioni a compiere una scelta ispirata alla definitività piuttosto che un’altra con l’imprinting prevalente del precariato esistenziale. Il risultato è di credere che siano determinanti i soli incentivi, una diversa organizzazione dei tempi, migliori e più diffuse strutture di servizio: tutto indispensabile, intendiamoci, ma ancora non sufficiente a imprimere una spinta verso percorsi stabili e generativi. Se viene meno un modello credibile, se non è più evidente la preferibilità per la propria vita di un disegno che assuma il matrimonio e i figli come importanti e non accessori, anche le più generose ed evolute politiche familiari rischiano di ottenere risultati solo parziali. È nel tessuto della cultura diffusa che sembra essersi rotto qualcosa, come se chi trasmette il testimone alla generazione che segue non avesse da consegnare più nulla che si impone per la sua desiderabilità. Non il progetto di una famiglia come il ponte sul quale attraversare insieme ogni incertezza scegliendo di lasciar prevalere il bene di una comunità sul proprio, consapevoli che questo prende respiro da quello. Non più i figli come il compimento di un sogno condiviso, la prova vivente di una fiducia assunta una volta per tutte come stile di vita, che non verrà meno. Nelle mani della società adulta c’è un tesoro la cui entità è messa in discussione dagli stessi depositari, e che finisce per perdere senso anche agli occhi di chi ne è destinatario, come un dono senza valore.

Ma seguendo il filo delle responsabilità si arriva ancora oltre, e sarebbe ingenuo non vedere come i modelli che si muovono nel rutilante immaginario giovanile nutrito da consumi culturali omologanti – tra web, social e serie tv – lavorano nella direzione opposta rispetto a ciò che la famiglia esprime, offre e significa, privilegiando con impeto suadente e tirannico atteggiamenti narcisisti, egocentrici, se non apertamente nichilisti. È la frantumazione dei valori propri di una “famiglia sociale”, che lascia sul terreno frammenti seduttivi ma nessuno dei quali in grado di costruirci sopra una vita.
Decisivo allora è agire in ogni possibile spazio educativo, e attivando tutte le alleanze necessarie per tornare a coltivare attorno alla famiglia coniugale, e alla vita generata come suo frutto maturo, i due alleati interiori la cui mancanza oggi brucia come la sete nel deserto: la speranza per un futuro che si vuole abitare, non paga di un presente inesauribile e vorace che tutto usura; e il desiderio di “una vita così”, non consegnata al provvisorio e all’emotività ma capace di sogni sulla misura del nostro cuore. Cioè senza fine.

Francesco Ognibene - Avvenire

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