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La storia: Il padre dei figli di nessuno

Silvonei Protz

Renato Chiera è un contadino, figlio di contadini. Nasce 77 anni fa in una famiglia povera ma unita, con 8 figli. Originario di Roracco, un piccolo paese in Piemonte. “A 8 anni – racconta – volevo essere come Giovannino Bosco”. A 12 anni entrò in seminario per diventare sacerdote. Voleva vivere per gli altri. Appena ordinato, sente che il suo cuore è “inquieto”, che vuole “spaziare” nel mondo. “Ho avuto il privilegio di vivere il pre-Concilio, il Concilio e il dopo Concilio. Mi sentivo un poco stretto nella mia diocesi. Sognavo orizzonti più ampi”. Il vescovo di Mondovì gli propone di andare missionario in Brasile, nella diocesi di Nova Iguaçu, grande e violenta periferia di Rio, come sacerdote Fidei Donum. Era il 1978. Da allora il cuore di padre Renato batte per il mondo degli scartati e per il Brasile.

 

Lascia la cattedra di filosofia per entrare nelle periferie geografiche ed esistenziali della Baixada Fluminense, “attratto – rivela – da Gesù che soffre e grida il suo abbandono in un popolo sradicato, senza speranza e non amato”. Sente subito di avere trovato il suo posto e la sua Chiesa.

 

L’evento che segna una svolta

“Mi sono imbattuto nel dramma e nella tragedia dei ragazzi non amati, feriti, condannati alla violenza, alla droga e alla morte precoce”, spiega padre Chiera. Alcuni eventi lo hanno segnato profondamente: aveva accolto in casa sua un adolescente, “il Pirata”, quando era ferito e braccato dalla polizia e che un giorno viene ucciso sul muretto di casa. “Non sono venuto in Brasile per fare il prete becchino, ma per salvare le vite”, dice, con senso di impotenza.

 

Un’altra volta si presenta un altro ragazzo che lo mette di fronte a una brutale realtà: “Nella sua parrocchia in questo mese hanno già ucciso 36 ragazzi” e racconta di essere il primo su una lista di “marcados para morrer”, ovvero di “candidati alla morte”. “Lascerete che ci uccidano tutti? Nessuno farà niente?”, chiede il ragazzo. La notte, agli occhi di padre Chiera, il volto di questo ragazzo si confonde con il volto di Gesú: "Lo avete fatto a me". Il sacerdote riconosce in questi ragazzi che non vogliono morire Gesù stesso. E per essere presenza di Dio, padre e madre, famiglia per chi non è amato da nessuno, inizia una nuova avventura, difficile ma avvincente.

 

I figli dell’abbandono

Questi ragazzi sono figli di tanti abbandoni: della famiglia, della scuola, della società, dei governi e anche delle Chiese. Sono i figli di tante assenze: frutto di un “aborto comunitario”. Vagano per le strade con lo sguardo perso nel nulla, come morti viventi, rigettati da tutti, stranieri nella loro propria terra, sradicati, senza riferimenti, senza direzione, senza sogni né futuro. Per loro, la strada rappresenta contemporaneamente tutte e nessuna direzione. Sono il risultato di una società crudele e escludente, che non ama, che ruba i loro diritti fondamentali, li condanna e li uccide per zittire voci che suonano come accuse. A loro è stato rubato tutto. Anche il diritto di essere bambini, adolescenti, di avere un letto, di mangiare, di giocare, di poter sognare, di avere prospettive e un futuro. Sono lo specchio di una società con relazioni profondamente ammalate. Sono un grido. Sono il panico. Sono la fotografia che rivela il lato oscuro della società. Oggi però questi ragazzi non vivono più nelle strade come prima: cercano nel narcotraffico sicurezza, appartenenza, visibilità. Là danno la vita e uccidono, e sono uccisi: perché questa è la legge di quegli ambienti criminali.

 

Partendo da questa triste “fotografia”, si fa strada un progetto di "parto comunitario", per offrire loro la presenza di una famiglia, di amore, di scuola, di professione, di futuro, di protagonismo e di dignità. Nasce la “Casa do menor”. VATICAN NEWS