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La sfida di una vita più naturale

Fra Giulio Cesareo
Pubblicato il 23-08-2023

Uno sguardo alla visione di San Francesco

Questo aggettivo naturale è certamente polisemantico; può significare “secondo la natura delle cose” (per es.: rispettare le cose nel loro senso e significato) o può più semplicemente indicare un approccio meno tecnocratico alla vita, che sappia recuperare la sapienza della vita “come era una volta”, in armonia con la natura intesa come ambiente. Certamente esistono anche altri significati prossimi a questi. Natura sembra così, al di là di tutto, qualcosa di molto positivo, di autentico, di non toccato dall'avidità, dalla cattiveria dell’uomo, che spesso distrugge, saccheggia, schiavizza, cose e persone. Non sempre però è stato così nella storia dell’umanità: anche al tempo di San Francesco, la natura era percepita allo stesso tempo come madre e matrigna, fonte di vita e di morte, qualcosa di cui ringraziare Dio ma anche una realtà da temere e perfino da combattere.

Nella nostra teologia cristiana tra l’altro, in riferimento all’essere umano, si parla perfino di “natura lapsa”, cioè decaduta, e fa riferimento a una condizione paradossale eppure comune a tutti noi: siamo fatti per la vita, per le relazioni, per l’amicizia inesauribile eppure dentro, attorno e fuori di noi sperimentiamo la morte, l’inimicizia, l’interesse parziale, la crudeltà. E ciò riguarda tutto, anche la natura come mondo biofisico di cui siamo parte ma nei confronti del quale siamo anche in grado di percepire e affermare (in vari modi, taluni aggressivi altri meno) la nostra peculiarità. La natura intesa come ambiente in ambito cristiano è più comunemente espressa con il termine creazione e tutte le cose e le persone che esistono sono dunque creature. È questo il contesto culturale e religioso di frate Francesco, che ha scritto il Cantico di frate sole detto appunto anche delle creature. La fede cristiana ritiene che tutta la creazione sia stata danneggiata/toccata dall’avidita dell’uomo, non solo perché viene sistematicamente depredata, depauperata, ecc., ma anche perché è uscita dalle mani di Dio un po’ come un’automobile straordinaria (non posso fare pubblicità a marchi e brands credo, ma forse noi più anziani ricordiamo Kit la supercar di Magnum P. I.). Ecco, la creazione è uscita dalle mani di Dio come un gioiello di “tecnologia”, come una supercar e offre un sacco di potenzialità: è versatile, sicura, bella, veloce… eppure l’umanità nel suo complesso - per la sua avidità e per paura di doverla condividere con altri - l’ha rinchiusa in una salotto e la usa come stufa per scaldare l’appartamento. È illogico, è stupido, è dannoso, eppure mutatis mutandis è quello che noi tutti stiamo facendo della creazione di Dio: la stiamo “usando così male”, che ci fa male, ci intossica, eppure di per sé se “usata” bene non avrebbe potuto che farci del bene. E questo riguarda tutti noi, non riguarda solo i criminali, ma tutti noi, perché se la supercar è in sala da pranzo intossica tutti, perfino quelli che non ce l’hanno messa… In termini teologicamente più corretti, quanto detto corrisponde a ciò che ci diceva nel secolo scorso il grande teologo Alexander Schmemann: tutto è stato creato buono, ma tutto è caduto. E, concludeva, eppure tutto è redento! Questi tre passaggi credo siano un criterio utile per accostare la visione sanfrancescana della natura, così come espressa nel Cantico di frate sole, e probabilmente anche per cogliere nuove sfumature di quell’ecologia integrale di cui Papa Francesco si è fatto promotore in Laudato si’ e che, come abbiamo sentito lunedì scorso, sta cercando di aggiornare alle nuove sfide del nostro tempo, per certi versi già diverse di quelle del 2015, anno della pubblicazione dell’enciclica. Quando diciamo che tutto è creato buono si intende ovviamente che tutto è uscito dal cuore e dalle mani di Dio come un dono. Ad Assisi, c’è una bellissima immagine della creazione realizzata dal Turriti, in cui Dio si trova nella sua mandorla, eppure per far esistere ciò che non è lui, si pone un limite e mette la mano fuori di questo limite. Tutto dunque è un dono: e tutto vuol dire tutto. La farfalla, gli amici, i figli, il tempo, il cibo, la terra, ma anche il pitone, la vipera, colui che percepisco come il mio nemico, i miei/nostri limiti e le fragilità. Tutto è un dono, una carezza, tutto.
Eppure noi non siamo di per sé d’accordo: perché vediamo alcune cose come buone e altre come negative. Gli antichi, per giustificare questa dualità della realtà, avevano immaginato due dei:il Dio del bene e quello del male, che rovina la creazione. Anche Sant’Agostino si era lasciato irretire da questa dottrina nella sua gioventù. Il cristianesimo invece dice: tutto è caduto. Anche l’amore (che può essere abusato, che può diventare privilegio per i miei… e gli altri… peggio per loro), anche la vita che può diventare un peso per sé o per gli altri; perfino il succo di pomodoro bio è caduto, dice Schmemann, perché sebbene io lo mangi e viva sempre sano, faccio il bene, aiuto il prossimo, un giorno morirò (magari male, forse mangiato da un tumore, o investito da un pirata della strada mentre sto cercando di vivere un momento di distensione con i miei cari, ecc). E questa non è la creazione come è uscita dalle mani di Dio: è piuttosto la supercar usata come stufa che intossica tutti gli abitanti della casa.
Però c’è l’ultimo passaggio: tutto è redento, tutto in Gesù Cristo può diventare un’occasione di bene, di amore vero, di incontro, tutto può diventare grazie a lui esperienza di vita che attraversa la morte e la sconfigge proprio nel dono di sé che è vita che non muore. È la logica del seme: ciò che muore nella fiducia e nell’amore germoglia e porta molto frutto. E quando diciamo tutto, è proprio tutto: perfino Auschwitz è diventato luogo in cui la luce e il calore dell’amore hanno rischiarato e riscaldato la notte gelida della crudeltà (mi riferisco al francescano Massimiliano Kolbe, ma ce ne sono stati tanti altri credenti nei campi di sterminio ). Sempre nella basilica di Assisi c’è una coppia di affreschi che mostra bene tutto questo.
Gesù è spogliato delle vesti prima della sua esecuzione, come un gesto di pura crudeltà; ma lui riempie questo gesto del suo amore, perché nel Vangelo ha detto: “a me la vita nessuno la toglie, sono io che la dono”. È così un gesto di crudeltà da parte degli uomini che è oramai riempito d’amore: ciò vuol dire che non c’è male alcun male al mondo dove non si possa fare l’esperienza di essere amati. Il credente - nel nostro caso Francesco - non è colui che imita Cristo, ma che è unito a lui, attinge all’esperienza e al dono di Cristo di cui abbiamo appena parlato. Di fronte c’è infatti l’affresco di Francesco che si spoglia davanti al padre, per l'avidità di quest’ultimo. Eppure in questo evento doloroso, in cui il padre afferma di preferire i soldi a suo figlio, Francesco fa esperienza di Dio come vero padre e da qui comincia la sua vita come frate Francesco, tutto teso a fare in modo che anche gli altri possano essere introdotti a questa stessa esperienza, che cioè il mondo (tutto: animali, piante, compresi avversari, malattie, povertà, declino della vecchiaia, morte) sono un dono perché, perfino quando perdono il loro lirismo e bellezza o manifestano di non averne affatto, e diventano portatori di male, dolore, ecc. non possono impedirci di farci scoprire amati, chiamati perciò a scelte e atteggiamenti che favoriscano questo stesso atteggiamento nei confronti degli altri. Perché l’unico modo di usare la supercar secondo la logica di chi l’ha realizzata è la condivisione, la responsabilità condivisa, la cura. Da questo punto di vista credo il Cantico di frate sole non vada compreso come una semplice contemplazione della bellezza della natura (tra l’altro Francesco l’ha terminato, come sappiamo, oramai praticamente cieco, dopo una notte insonne tormentato dai topi a san Damiano). Il cantico è lo svelamento di questa logica paradossale, secondo cui tutto è bello, ma è anche tutto caduto e può essere abusato e diventare foriero di morte; eppure tutto è anche redento, e cioè tornato a essere un dono di colui che ha cura di noi e ci chiede di fare altrettanto verso tutto e tutti, non come si fa in un museo (lasciando le cose come sono) ma alla maniera della condivisione. È molto significativo infatti che la Bibbia sia apra con un giardino e si chiuda con una città, che è il mondo trasformato per essere casa di tutti, casa delle eque opportunità per tutti. Purtroppo le nostre città spesso non sembrano luoghi di comunione e di promozione. E questo anche perché alla fine sempre ci illudiamo di poter vivere sani in un mondo malato (come ci ha già detto Papa Francesco nel 2020).

Credo questa visione la ritroviamo proprio nel “mantra” della Laudato si’: tutto è connesso. Tutto è connesso perché rispettare l’ambiente e non rispettare il mio prossimo o non promuovere il bene comune, che include la persona emarginata e invisibile che giace sul cammino verso il mio luogo di lavoro e che non saluto mai, significa ancora utilizzare la supercar in salotto come stufa. Solo che magari abbiamo messo un po’ di deodorante, per non sentire tanto la puzza dei gas di scarico.
In fondo il messaggio della Laudato si’ è proprio bello perché manifesta una grande fiducia verso ciascuno di noi, verso l’umanità, capace di scoprire il proprio tempo come un’opportunità unica di bene (alla faccia di tutti i profeti di sventure) ma non in maniera magica (alla fine andrà tutto bene) quanto piuttosto grazie alla condivisione e alla corresponsabilità. Chi ha letto l’enciclica infatti sa che i temi ambientali sono indissolubilmente legati a quelli della giustizia, della tutela delle culture tradizionali (soprattutto se minoritarie, perché più a rischio), della pace, della scoperta ma anche della costruzione del mondo come casa comune. E la casa non è l’hotel, non è il condominio, perché ciò che qualifica la casa sono le relazioni reciproche di appartenenza.
Per concludere mi permetto di ricordare che quando Francesco ha scritto il Cantico non l’ha pensato come una poesia da mettere nel cassetto o un poema da incorniciare sulla parete: ma l’ha fatto musicare e ha mandato i frati a cantarlo affinché coloro che vivevano nell’odio sperimentassero la riconciliazione, affinché coloro che vivevano nell’ egoismo condividessero con i poveri, affinché chi viveva nel peccato cambiasse vita.
In questo senso anche la Laudato si’ di Papa Francesco è un messaggio rivolto all’umanità tutta, a tutti noi, e provoca ciascuno, nel piccolo come nel grande, le persone che hanno potere e responsabilità importanti e le persone comuni, affinché ci rendiamo conto che possiamo fare dei passi verso un mondo che assomigli alla nuova creazione di Dio se sapremo costruire cammini concreti di fraternità per tutti e per tutto. In fondo proprio la fraternità a tutto campo (che coinvolge tutto e tutti ) è la vera eredità di San Francesco ed è l'unica strada per un avvenire di bene per l’umanità come indicato nel magistero recente di Papa Francesco, in particolare l’enciclica “Fratelli tutti” firmata ad Assisi nel 2020.

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