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La manifestazione di Libera a Roma. Don Ciotti: Non è reato la speranza delle persone 

Antonio Tarallo Antonio Tarallo

Urla don Ciotti. E la piazza si riempie di parole che hanno un corpo, un peso. Ogni sostantivo, ogni verbo, ogni singola sillaba, sembra che piombi come una scure su ogni coscienza. Sulla coscienza di tutti, presenti e no. Manifestanti e semplici ascoltatori. Anche tra i giornalisti appare una commozione sincera, un coinvolgimento che va al di là del mestiere. Fa caldo alle undici, a Roma, e il sole è cocente. Roventi le parole del presidente di “Libera”. Non sono poche le persone radunate nella piazzetta, pensando anche che il caldo rovente e il giorno festivo potevano essere una opportunità di vacanza al mare. Sotto i 30 gradi circa, un focoso appello alla umanità. E, dalle parole di Don Ciotti, l’umanità non ha colore, non ha religioni. E’ semplicemente umanità.  

Uno striscione campeggia ben evidente nella piccola piazza davanti la chiesa intitolata a Maria Immacolata e a San Giovanni Berchmans: “Dov’è la nostra protezione internazionale?”. E’ accanto al famoso sacerdote, è lo striscione che  un gruppo di immigrati stringe forte fra le mani. Lo stringe forte, come la stessa speranza di vedere riconosciuti i “naturali” diritti di dignità.  “In nome di tanti italiani onesti io vi chiedo perdono”, accorato, Don Luigi Ciotti si rivolge a loro. “Loro”, sono i centoventi rifugiati in  Via Scorticabove, nel popoloso e popolare quartiere Don Basilio di Roma.  I rifugiati sono stati cacciati da una cooperativa a Roma, senza preavviso. Ora dormono in strada e non è mancata da parte di molti cittadini la solidarietà.

“Non è reato la speranza delle persone”, così esclama tra gli applausi delle t-shirt rosse. “La speranza è un diritto. Una politica seriamente impegnata per il bene comune”. E poi spiega come la manifestazione ha preso vita: “E’ nata in maniera spontanea…sono le cose vere…cosa ci costa una maglietta rossa? Ma soprattutto l’impegno sta nella nostra coscienza per dare continuità…i segni sono importanti…però dobbiamo organizzare il dissenso ma dobbiamo essere una spina nel fianco alla politica se non va dalla parte giusta, e soprattutto collaborare se fanno le cose giuste”.  Questo ultimo passaggio è assai importante perché rivendica una idea di collaborazione che Libera vuole avere con la politica. A Don Ciotti, si capisce bene, non interessa la polemica gratuita, o dover “per forza” andare contro la politica. Quel suo “soprattutto” è un chiaro marchio per dire: noi preferiamo quando la politica va per il giusto verso. Infatti più avanti tiene a precisare, a voce alta, “non siamo i portaborse di nessuno”.

Dopo aver citato il numero dei morti in mare che don Luigi legge in maniera secca “ventiduemila”, non riesce a trattenere la voce che con sentimento pieno esclama: “Io credo che dobbiamo provare disgusto, non basta più l’indignazione che rischia ormai di essere ormai una moda. Provare disgusto è l’ultima risorsa della intelligenza umana”. Ed è in questo caso che la platea di magliette rosse scoppia in un applauso, un applauso che non è solo manifestazione di approvazione, come solitamente può avvenire. E’ palpabile che “le magliette rosse” in quel “suono di mani”, abbia voluto mettere la sua voce, accanto a quella di don Ciotti. Alla fine sembra quasi che sia la piazza intera a parlare, e non uno solo. L’umanità è impegno per tutti, non per uno solo, in fondo.

Impegno per tutti, dunque. E non è un caso che il sacerdote parli appunto di Europa che – ammonisce con profondo rammarico – sta giocando “allo scarica barile”. Don Ciotti spera in un’Europa di ideali di fratellanza, non “legata solo a interessi di mercato”.

“Dobbiamo impegnarci tutti. Non dimentichiamoci del passato, della nostra Costituzione. (…) Quella maglietta deve graffiare di più nella nostra, e nelle coscienze di tutti”. E’ forse, questa iniziativa, l’inizio di una consapevolezza maggiore di ciò che sta accadendo a pochi passi da noi.  E’ importante ricordarlo, è importante che ogni essere umano (il sacerdote più volte ha parlato di “interiorità” nel suo intervento) possa partire da sé stesso, perché con la propria personale consapevolezza può partire il reale cambiamento collettivo.


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